Seguici anche su

13 novembre 2017

Tornare è un po’ morire

In Italia ogni anno rientrano in media 30 mila expat. Isolamento, depressione, ansia e irritabilità. Eppure da noi nessuno parla di shock culturale inverso

Cecilia Attanasio Ghezzi

 Dal numero di pagina99 in edicola dal 10 novembre e in edizione digitale

Nostalgia: «Il desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato soggiorno abituale e che ora è lontano». Un sentimento comune a emigrati ed expat di ogni tempo e latitudine. Poi si rientra nella terra natale e, contravvenendo a ogni aspettativa, un nuovo disagio ci attanaglia.

Siamo spaesati e incompresi. Molto spesso ci sentiamo superiori e non abbiamo più voglia di comunicare. Soprattutto con chi davamo per scontato. Famigliari e amici d’infanzia rifiutano di accettare quello che siamo diventati. Neanche noi li riconosciamo, anche se loro sostengono di non essere cambiati affatto.

Il senso di lontananza per quella realtà che avrebbe dovuto accoglierci aumenta al punto che non si trovano più le parole per esprimerlo. E poi è inutile cercare di spiegare a chi preferisce discorrere di una quotidianità a cui non riusciamo a più dar peso. Sì, d’accordo, in Italia si mangia bene. Ma è possibile che non ci siano altri argomenti di conversazione?

 

Chi torna è «esotico»

«Dopo quasi sette anni di assenza tornavamo a Milano, la città dove entrambi eravamo nati e cresciuti, ma nessuno ci trattava più in maniera normale. O eravamo gli “esotici”, quelli da invitare perché faceva figo. O eravamo quelli un po’ matti, da evitare», ci racconta Nicoletta Ferro, 42enne sempre pronta a rimettersi in gioco.

Era partita con il suo compagno per Shanghai nel 2007 dove ha avuto due figli e si è sperimentata come madre lontano da tutti. Ha avuto, come dice lei stessa, «la libertà di sbagliare e di correggersi» senza che qualcuno alzasse il ditino. Si è fatta adulta improvvisandosi, in un paese che le era nuovo come l’esperienza della maternità.

Ha lavorato e si è creata una rete di amicizie e di punti di riferimento. Nel 2013 è tornata in Italia con tutta la famiglia. Sapeva che il rientro sarebbe stato tosto, «ma non che durasse così tanto. È un percorso da analista, con continui alti e bassi. E c’è gente che dopo quattro anni ancora ci chiama “i cinesi”».

 

Uno shock culturale inaspettato

Sui manuali di psicologia, quello che Nicoletta sta sperimentando sulla sua pelle ha un nome: «shock culturale inverso». Se il termine shock culturale fu coniato dall’antropologa statunitense Cora Du Bois già nel 1951 per riferirsi al senso di smarrimento e disorientamento che i colleghi riscontravano dopo essersi immersi in una cultura differente – e quasi subito fu allargato a tutti coloro che, trasferendosi all’estero, incontrano nuovi usi e costumi –, lo shock culturale inverso è stato definito come fase di riadattamento alla cultura d’origine solo un decennio più tardi.

Il primo si articola in quattro fasi distinte (luna di miele, crisi, recupero e adattamento) che danno al percorso emotivo l’andamento di una U, il secondo le ripete una volta tornati in patria, con l’aggravante che spesso arriva del tutto inaspettato. È per questo che in Gran Bretagna e negli Stati Uniti le università si preoccupano di mettere in guardia da questo stato psicologico persino chi parte per un semestre di studio all’estero.

 

I costi emotivi del rientro

Il dipartimento di Stato Usa, gli dedica più pagine del suo sito web. Qui si legge che «isolamento, depressione, ansia e irritabilità» sono le emozioni più comuni tra chi rientra dall’estero. Di media ci vogliono tra i tre e i dodici mesi per riabituarsi e il sentimento è più profondo in chi si era meglio adattato alla nuova vita. Ma nonostante questi siano dati ormai assodati, il 77 per cento di chi rientra si trova comunque impreparato.

Per questo gli uffici delle risorse umane delle multinazionali consigliano il loro staff di preparare i rientri con almeno sei mesi di anticipo «per assicurargli una posizione che tenga conto del valore acquisito all’estero e delle nuove abilità apprese». La noia, sostengono, è la prima sfida da vincere per chi rientra. Altrimenti il rischio di depressione aumenta. In Irlanda se ne occupa l’ong cattolica Crosscare Migrant Project che dal 2008 riceve circa 200 mila euro l’anno dal Ministero degli affari esteri. «Nel 2016 – ci spiegano via email – i rientri degli emigrati irlandesi hanno avuto un impennata del 74 per cento rispetto all’anno precedente». Così hanno coinvolto 400 di loro in un sondaggio.

La maggioranza era stata in altri paesi anglofoni tra i tre e i cinque anni ed era tornata per stare vicino alla famiglia. Molti degli intervistati hanno «espresso sorpresa per i costi emotivi del rientro». «Sembrava – dice uno di loro – che il Paese in cui sono nato facesse di tutto per rendermi il più difficile possibile il rientro». Inoltre, rincara un altro: «Le persone si aspettano da te la normalità, come se non fossi mai andato via».

 

Chi emigra tradisce

«Quello che ho immediatamente avvertito quando sono tornata era un messaggio neanche troppo velato che mi diceva: rientra nei ranghi», ci conferma Nicoletta Ferro. Sul suo blog parlava con ironia delle sfide che si trovava ad affrontare come madre. Ma le sue amiche storiche, che l’avevano supportata per tutto il periodo trascorso all’estero, non ridevano più. «Si sentivano attaccate come mamme italiane e io non mi sentivo accettata per quello che ero diventata». Ha deciso di non vederle più.

«C’è in verità una complessa situazione in cui esiste, più o meno consapevolmente, il fatto che emigrando si è “criticato” il contesto di provenienza» ci spiega Roberto Beneduce, professore di etnopsichiatria e antropologia delle migrazioni all’università di Torino. E cita il lavoro del sociologo e filosofo algerino naturalizzato francese Abdelmalek Sayad in La doppia assenza (Cortina Raffaello, 2002) in cui ci si sofferma sulle comunità di origine che vedono nell’emigrato «colui che ha disertato» e che, quando torna, «tende a contravvenire alla morale del gruppo».

Secondo l’esperienza del professor Beneduce, gran parte dello shock culturale inverso è interpretabile secondo la dinamica «gruppo versus individuo che emigra». Alcuni dei suoi pazienti sono rientrati in Calabria e in Sardegna dopo essere emigrati. I problemi che venivano a delinearsi ruotavano tutti intorno alla famiglia. In sintesi la loro assenza li aveva esclusi da decisioni importanti con il risultato che chi le aveva prese non li considerava più parte del “clan” e, nelle conseguenze più estreme, li teneva fuori anche da ciò che gli sarebbe spettato di diritto. Ad esempio l’eredità.

 

Meglio se i cervelli restano all’estero

È la stessa dinamica che si instaura sul rientro dei cervelli, spiega ancora il professore. «È un dato di fatto che quei cervelli vanno ad occupare posti e opportunità che i locali pensavano gli spettassero di diritto. Questo genera un malumore che se non è gestito correttamente viene vissuto come un rifiuto da chi rientra». È questo il caso di molti dei pazienti di Davide Bruno, psichiatra transculturale che lavora al Fatebenefratelli di Milano ed è autore di Alle frontiere della 180 (Il pensiero scientifico editore, 2017). «Oggi siamo di fronte ad un’emigrazione diversa, chi parte ha un livello culturale e di specializzazione piuttosto alto.

Si tratta perlopiù di studenti e professionisti che quando tornano si scontrano con trattamenti e posizioni lavorative inferiori a quelli che hanno lasciato. Covano rabbia e un sentimento di rivendicazione che sono i primi sintomi dello shock culturale inverso. Vivono il rientro come una sorta di periodo sospeso in cui non riconosco più l’ambiente che li ha cresciuti».

Stefano Camera, ricercatore di fisica che tra il 2011 e il 2017 è stato fuori dall’Italia, inanellando un post doc dietro l’altro, l’ha vissuto differentemente. A marzo di quest’anno è tornato a Torino, dove aveva fatto l’università. «In molti mi hanno raccontato esperienze lavorative poco piacevoli, ma personalmente non mi posso lamentare. È chiaro che quando si torna dopo un lungo periodo difficilmente l’ambiente e le persone che si sono lasciati sono rimasti immutati. Essere preparati, significa patire di meno. D’altronde anche così mi ci sono voluti sei mesi per riacquistare una routine».

 

Un problema sottovalutato

Il punto, dunque, è essere preparati. Ma in Italia, dove solo nel 2015 sono partite più di centomila persone (in media tra i 30 e i 32 anni) e ogni anno ne rientrano circa 30 mila (tra i 35 e i 39), poco si fa per attutire l’impatto. Siamo il Paese in cui l’ex premier Matteo Renzi ha definito la fuga dei cervelli una «retorica trita e ritrita» (aprile 2016) e in cui il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha dichiarato che «alcuni è meglio non averli tra i piedi» (dicembre 2016).

«Politicamente in Italia esiste un grosso rimosso sull’emigrazione», ci spiega ancora il dottor Bruno. «E, forse anche per questo, non c’è assolutamente attenzione alla tutela di chi rientra».

Altri articoli che potrebbero interessarti