Seguici anche su

11 novembre 2017

Nostalgia operaia, in Italia torna Marx

Lotta di classe e crisi del capitalismo si riaffacciano nei saggi e nel dibattito pubblico: un fenomeno ignorato a sinistra, ma che alimenta la destra populista

Samuele Cafasso

  Dal numero di pagina99 in edicola dal 10 novembre e in edizione digitale

Lo scorso 29 ottobre Il Foglio, in un articolo caustico dedicato a Marta Fana, si chiedeva in che secolo siamo se la ricercatrice di Sciences Po, l’istituto di studi politici di Parigi, in televisione parla ancora di rovesciamento di rapporti di forza all’interno dei processi di produzione. «Non nel Duemila, forse nemmeno nel Novecento», motteggia il quotidiano. Eppure, basta fare un passo in libreria per accorgersi che intorno al pensiero di Marx si stanno spendendo molte parole, anche in Italia dopo un’onda lunga che ha già toccato Usa – la rivista Jacobin ha 10 anni – Gran Bretagna, Francia di Thomas Piketty…

Leggi l'articolo per 0,10 €

PAGA CON
Paga con Tinaba

Di Marta Fana si è detto: è uscito ai primi di ottobre il suo Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza, 2017), racconto delle storture della gig economy e del neo-liberismo in salsa italiana. «La lotta di classe – ha detto l’autrice – è una categoria viva e vegeta». Per Minimum Fax è uscito Teoria della classe disagiata, il saggio di Raffaele Alberto Ventura (collaboratore di questo giornale) che ragiona intorno all’impoverimento della classe media, pescando in larga parte dalla teoria marxiana sulle contraddizioni ineliminabili del capitalismo. «Ma io – dice subito Ventura – marxiano non sono». A marzo è stata la volta di Mimesis con Economia e società. Otto lezioni eretiche, di Maria Turchetto (già insegnante di Ventura), dove l’eresia è Marx, ma anche Lenin, Hilferding, Rosa Luxembourg.

È uscita a giugno, invece, una raccolta di scritti di Lenin per la cura di Vladimiro Giacché, Economia della rivoluzione (Il Saggiatore), Domenico Losurdo ha pubblicato per Laterza Marxismo occidentale. Sottotitolo: Come nacque, come morì, come può rinascere. Si ripesca tra i grandi del passato, e non solo in economia: così torna in libreria per Il Saggiatore Verifica dei poteri, a cent’anni dalla nascita del poeta e critico (marxista, ça va sans dire) Franco Fortini. Tutto questo senza andare a scomodare Toni Negri negli Usa con Assembly.

 

Lotta di classe

Che cos’è tutto questo parlare di Marx e intorno a Marx a parte l’inevitabile agiografia dei 150 anni dalla pubblicazione del primo volume del Capitale e i cento dalla rivoluzione russa? Lo abbiamo chiesto a studiosi e universitari italiani che intorno al pensiero del filosofo tedesco hanno lavorato.

«Noi non capiremo niente di quanto accaduto negli ultimi decenni senza mettere al centro delle nostre analisi un forte conflitto di interessi tra il capitale e il lavoro», spiega Antonella Stirati, economista, esponente della scuola neoricardiana che ha all’Università Roma3 un suo importante centro e che, dell’eredità di Marx, valorizza tutto quanto riguarda il conflitto sociale e il conflitto distributivo, categorie di analisi sparite dai radar della sinistra politica. «Persino studiosi progressisti e liberal come Paul Krugman, o Joseph Stiglitz – che non sono affatto marxisti – alla fine ricorrono alla categoria del conflitto per spiegare cosa è successo alla distribuzione del reddito in questi anni, è inevitabile».

Questo è il primo elemento che sta guadagnando visibilità nel dibattito pubblico, anche in Italia. Non è una idea marxiana in senso stretto, ma marxista nella misura in cui il filosofo è considerato «il punto di arrivo di una tradizione iniziata anche prima, con il pensiero dei Fisiocratici, di Adam Smith e di Ricardo».

Un altro aspetto importante e ancora valido delle idee marxiane, consiste nella critica del capitalismo come sistema in cui si può avere disoccupazione persistente e in cui si presentano instabilità e crisi ricorrenti. Secondo Stirati, tali aspetti del pensiero di Marx rimangono validi anche quando si abbandonino la teoria del valore lavoro e l’idea che vi sia una tendenza secolare alla caduta del saggio di profitto.

 

La crisi del capitalismo

All’opposto ci sono studiosi come Riccardo Bellofiore, docente all’Università di Bergamo, e Vladimiro Giacché, economista, presidente del Centro Europa Ricerche e partner di Sator (azionista di questo giornale): «Per alcuni studiosi la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto e la teoria del valore lavoro sono concetti da superare. Io credo che proprio la crisi del 2008 abbia dimostrato invece la loro centralità perché ci permettono di spiegare quanto successo senza riportare ogni cosa, in maniera semplicistica e infine sbagliata, alla rapacità della finanza, fino a ieri formidabile creatrice di valore e oggi casa di spietati affamatori. Quanto è accaduto segnala semmai la crisi strutturale, a mio giudizio irreversibile, di un modello di crescita basato sulla finanza e sul debito quali strumenti di contrasto alla caduta del saggio di profitto».

La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, per riassumere, dice che la redditività del capitale e la sua capacità di generare ricchezza è destinata a diminuire minando il capitalismo alle radici.

 

Marx a destra?

L’idea secondo cui non sono le storture del capitalismo, ma il capitalismo stesso per come è fatto ad andare verso la crisi percorre, ad esempio, tutto il libro di Raffaele Ventura. «Il marxismo lo possiamo immaginare – ci spiega – come una linea tesa tra la dimensione economicista-determinista e quella idealista, la quale tuttavia, rinunciando al confronto con le ferree leggi del capitalismo, finisce per assomigliare al vecchio socialismo pre-scientifico contro cui si scagliava Marx».

Ventura si pone all’estremo economicista-determinista, «forse persino un po’ oltre». All’altro estremo, sostiene, c’è un marxismo che, svuotato della sua parte scientifica, «scivola facilmente verso i socialismi di tipo nazionalista, il cosiddetto universo rosso-bruno». Vecchi echi di una polemica di due anni fa che aveva contrapposto Ventura a Diego Fusaro. Quest’ultimo, autore di Bentornato Marx! (Bompiani, 2009), filosofo-pop e presenza fissa nel dibattito tv, si definisce «marxiano, allievo indipendente di Marx» e delle critiche che gli muove Ventura poco vuole parlare, riducendo tutto a una questione di «invidia», gelosie accademiche. Eppure non è possibile ignorare le ondate di applausi che ogni nuova sparata di Fusaro – contro il mondo omosessuale, contro l’immigrazione, contro le politiche di parità di genere – riscuote nella galassia populista che si muove tra il movimento di Grillo e la Lega di Salvini, per lambire l’estrema destra extraparlamentare.

«Io – dice – non guardo a destra né a sinistra, ma ai diagrammi di forza. E oggi i principali alleati del capitale sono le forze che si dicono di sinistra, è un fatto». Per quanto criticabile, Fusaro su una cosa ha ragione: il pensiero di Marx sul conflitto tra capitale e lavoro e sulle tare del capitalismo oggi non ha più cittadinanza nella sinistra politica italiana, mentre in parte è riecheggiato nella campagna americana di Bernie Sanders, nel Labour britannico di Corbyn, nella candidatura alle presidenziali francesi di Melenchon.

Come nota Giacché, «trent’anni fa avrei potuto darle decine di nomi di intellettuali marxisti o marxiani impegnati in politica, oggi non me ne viene in mente nemmeno uno». Ne ha invece, in una versione paradossale, ipersemplificata e infine falsa, in una destra populista e in un universo cospirazionista che parla di banche contro il popolo, di euroburocrati al servizio del capitale, di una finanza parassitaria (alla Soros, per intenderci) nemica dei lavoratori. Una ideologia che va a braccetto con l’antiglobalismo e che accoglie tra gli applausi Fusaro quando sostiene, ad esempio, che lo ius soli è «l’arma con cui il capitalismo globalizzato mira a distruggere la cittadinanza degli Stati nazionali».

 

Marx ai margini

Sembra così paradossale, ma rientra invece nella complessità del pensiero marxista e nella “esplosione” di un mondo dove c’è tutto e il suo contrario, che altri studiosi partano proprio da Marx per una critica della società contemporanea in quanto razzista e discriminatoria, secondo una linea internazionale che ha uno dei suoi pilastri in un testo del 2010 di Kevin Anderson, Marx at the Margins (University of Chicago Press).

L’italiana Lucia Pradella, ricercatrice al King’s College di Londra, è tra questi. «Marx – spiega – diversamente da quanto si pensa ha dedicato molta attenzione nella sua opera alle società non europee. La teoria dell’impoverimento della classe lavoratrice già comprendeva un discorso sulle migrazioni e sulle ristrutturazioni produttive a livello globale. L’analisi marxiana può aiutarci a capire il rapporto tra classe e razza, l’emergere della destra neo-fascista».

C’è molto altro, ad esempio un filone che ragiona su «quanto la classe lavoratrice sia ancora centrale nel movimento anticapitalista», o se invece «i nodi del conflitto non siano da cercare intorno ad altri temi, come la lotta per la casa, gli spazi urbani, il lavoro riproduttivo. Il conflitto rimane, ma il lavoro salariato è ancora centrale?».

Marxismi diversi, a volte opposti per conclusioni, ma dove riaffiora un’idea della crisi e della lotta tra classi che, a dieci anni da Lehman, torna patrimonio comune. In fondo, sostiene Ventura, «Marx fa parte della storie delle idee, come Platone. Per certi versi, non possiamo non dirci marxisti». Solo che ce n’eravamo dimenticati.

 

[Foto in apertura di Benoit Decout/ REA / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti