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11 novembre 2017

Illusione social, attivisti in trappola

I social hanno aiutato la nascita e l'espansione dei movimenti di protesta. Ma ora rischiano di diventare l'arma più potente dei regimi per annegarli

elisa venco

 ► Dal numero di pagina99 in edicola dal 10 novembre e in edizione digitale

Il 31 maggio 2013, mentre la folla riempiva Taksim Square a Istanbul, per protestare contro lo sgombero di alcune tende di attivisti a Gezi Park, Cnn Turchia trasmetteva un documentario sui pinguini: una scelta finalizzata a compiacere il regime a dispetto del fatto che sui social network, oltre che su Cnn International, fossero visibili le immagini in diretta dalla piazza. Come ormai evidente a molti, esclusi alcuni dirigenti televisivi, l’informazione non passa più solo dai media tradizionali, ma anche attraverso il Web. Questo mutamento offre ai contestatori nuove opportunità di manifestare il dissenso,  raccogliere simpatizzanti e mobilitarli in qualche forma di protesta. Tuttavia, la medesima tecnologia che permette il rapido passaggio dalla virtualità alla dimostrazione per le strade rappresenta uno dei fattori di debolezza dei movimenti nati in rete…

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Lo spiega la sociologa Zeynep Tufekci nel saggio Twitter and Tear Gas – The Power and Fragility of Networked Protests (Yale University Press) citando il caso di Occupy Wall Street (2011): terminata l’occupazione di Zuccotti Park, non ha prodotto una sola legge per ridurre le diseguaglianze. E neppure la Women’s March del gennaio 2017 ha prodotto effetti tangibili per le donne, per quanto abbia registrato l’adesione, in varie città, di circa 3 milioni e mezzo di persone. Perché oggi valutare l’impatto di un’organizzazione dal numero dei partecipanti ai suoi raduni, come si faceva nell’era pre-Internet, è un errore percettivo: si vede nello scendere in piazza lo sbocco di un prolungato coinvolgimento in una causa. Invece ora ne è solo l’inizio. E potrebbe pure non avere seguito, come dimostrano gli esempi sopra citati.

 

Segnali troppo deboli

Per chiarire il diverso valore delle proteste di un tempo rispetto a quelle odierne, Tufekci esamina il precedente della marcia di Washington del 1963, ricordata per il discorso di Martin Luther King Jr. intitolato I Have a Dream (peraltro già tenuto in precedenza). In quanto culmine di una mobilitazione pluriennale da parte degli attivisti per i diritti civili, scrive Tufekci, «la marcia non fu significativa solo per gli eventi di quel giorno, ma in quanto “segnale” della capacità organizzativa che il movimento antirazzismo aveva costruito negli anni e avrebbe potuto mantenere a oltranza». Il Congresso colse il messaggio e nel 1964 passò il Civil Rights Act.

Oggi invece «Internet autorizza la rapida espansione di movimenti di protesta, senza però che essi nel frattempo sviluppino le capacità di rispondere agli eventi che hanno generato». Il che spiega perché spesso i contestatori cadano vittima del proprio successo. La rapidità e facilità di mobilitazione permesse dal web non richiedono lo sviluppo di una serie di abilità, che nascono solo dal prolungato coordinamento dei simpatizzanti, dalla gestione del disaccordo tra di loro, dalla costruzione di una catena di responsabilità e dalla definizione di metodi per prendere decisioni collettive. Il segnale è debole, a tutto vantaggio della controparte.

Così, per esempio, la scelta degli occupanti di Gezi Park di non avere leader designati, al fine di rendere impossibile una decapitazione del movimento da parte delle autorità, si rivelò controproducente nel momento in cui il governo turco invitò una delegazione a negoziare e non trovò nessun interlocutore. «Per quanto due organizzazioni fossero emerse durante le proteste, di cui una che riuniva centinaia di Ong», spiega Tufekci, «esse non erano accettate come leader né formalmente né informalmente.

Allora il governo prima invitò persone non connesse al movimento, come alcune star tv, suscitando l’ironia degli occupanti del parco, poi riprovò con i capi di alcune Ong. E dunque, non scegliendo i loro capi, i membri del movimento lasciarono che fosse il governo a scegliere con chi trattare». I problemi non finirono lì: perché, quando il governo propose un plebiscito nazionale sulla sorte del parco, mancava un’autorità che si pronunciasse sull’offerta. «Nonostante molte discussioni, non si era trovato un meccanismo vincolante per decidere. Il governo annunciò che, fatta la proposta, il parco andava liberato e provvide a forza qualche ora dopo».

L’incapacità di questi movimenti nati sul web di prendere decisioni collettive, perché per mobilitarsi non hanno mai dovuto farlo e dunque non hanno escogitato sistemi adeguati, presenta altre due controindicazioni: da un lato permette agli attivisti più scafati di controllare il movimento senza mai renderne conto; dall’altro comporta che i manifestanti, non nutrendo fiducia nelle opzioni elettorali e istituzionali, non sappiano come adattarsi al mutare delle condizioni e si condannino a un «congelamento tattico», ovvero a una coazione a ripetere le mosse iniziali che nel tempo si svuota sempre più di senso e di efficacia.

 

La reazione dei governi

La “mossa del pinguino”, per richiamare l’operato di Cnn Turchia, dimostra una concezione superata della censura a fronte del moltiplicarsi delle fonti di notizie. Oltre agli attivisti, però, nel tempo anche le autorità si sono impratichite nell’uso delle nuove tecnologie e spesso sono in grado di operare in modo più sottile. Per decifrare come si sia mosso il governo cinese nel 2014, in occasione della rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong, volta a chiedere più democrazia, un team di studiosi di Harvard ha esaminato milioni di post pubblicati su oltre mille servizi di social media locali (notoriamente in Cina sono bloccati Facebook, Twitter e YouTube).

Gli esperti ne hanno valutato il contenuto, lo hanno situato lungo una scansione temporale e sono ritornati più volte su quei siti per vedere se i post erano stato censurati o no. In questo modo hanno scoperto che alcuni post sono stati fatti sparire entro 24 ore dalla pubblicazione. Contrariamente alle attese, però, non si trattava di quelli più critici verso lo Stato o il partito comunista, bensì di quelli che invitavano a un’azione collettiva. L’apparato censorio sembra apprezzare la passività nella popolazione al punto da cancellare certi post perfino quando propongono di mobilitarsi in favore del governo.

Gli studiosi di Harvard hanno voluto anche verificare l’esistenza del cosiddetto partito da “50 centesimi”, un esercito di commentatori alle dipendenze dello Stato che si suppone riceva questa cifra per ogni post. I ricercatori hanno riportato che nel corso di un anno sono stati postati circa 490 milioni di messaggi su argomenti innocui con cui annegare gli interventi politici nel momento in cui gli attivisti hanno cercato di richiamare l’attenzione. Tra le armi di distrazione di massa figurano anche i commenti postati dall’“esercito dei troll russi”: alle probabili dipendenze del governo, questi utenti nascosti dietro pseudonimi diffondono fake news, ipotizzano complotti e attaccano i soggetti coinvolti costringendoli talora a giustificarsi per palesi fandonie.

I troll non mirano tanto a inquinare la discussione, quanto a sconvolgere gli utenti con commenti violentemente sessisti, malevoli e spesso pure sgrammaticati in modo da indurre le persone di buon senso a disconnettersi. Questa nuova forma di censura per disinformazione presuppone l’attenzione come risorsa chiave per la gestione del potere. Abbassarne la soglia a botte di fuffa o distruggere la credibilità delle fonti, avanzando fantasiose teorie, però non equivale solo a ostacolare l’emergere di voci critiche credibili. Impedisce anche la formazione di un’opinione pubblica e, in ultima sintesi, mina la democrazia.

«La cosa più rilevante delle campagne di disinformazione del 21mo secolo è che non cercano di persuadere le persone a credere a certi fatti o dati in particolare», precisa Tufekci. «Piuttosto, si cerca di sopraffarle con una marea di notizie distorte o in mala fede affinché rinuncino a distinguere il vero dal falso. Un meccanismo favorito dal business model dei social media, che si basa su entrate pubblicitarie in relazione al numero di click e su algoritmi che premiano i contenuti virali», i quali quasi mai sono post ragionati, autorevoli e legati all’attualità. Per esempio nell’estate 2014, al momento delle proteste di Ferguson, legate all’uccisione da parte della polizia dell’afroamericano Michael Brown, su Facebook il contenuto più visto riguardava la “ice bucket challenge”, la campagna anti Sla in cui i vip subivano secchiate di acqua gelata.

Gli omicidi non vengono premiati dai likes. Il risultato è che, confusa in un magma di trending topics dalla scarsa rilevanza, la verità appare sempre più inattingibile e gli utenti sono indotti a nutrire un crescente senso di rassegnazione e ad allontanarsi dalla politica. L’amplificazione del nulla ad opera dei social fa comodo ai potenti: chi vuole cambiare le cose deve convincere gli altri della sua versione dei fatti mentre la paralisi legata all’eccesso di informazione perpetua lo status quo. Per un movimento (di contestazione) nessuna fine può essere più paradossale dell’immobilismo.

 

Come reagire alle spam wars

I social media sono congegnati per fare restare più a lungo la gente su di loro a scapito dell’accesso a fonti di informazioni più autorevoli, con il risultato che cresce la percentuale della popolazione che si informa sui social. L’interfaccia di Facebook poi non aiuta a distinguere tra post generati da soggetti autorevoli come il New York Times o da testate fittizie come il Denver Guardian, rendendo molto arduo stabilire il confine tra la verità e Photoshop. Inoltre i social network aumentano la polarizzazione tra cittadini perché non fanno che proporre loro le opinioni di cui sono già convinti, affossando il confronto. Così gli elettori già portati a votare Donald Trump si sono facilmente convinti della veridicità delle fake news create da alcuni ragazzini macedoni ai danni di Hillary Clinton.

Insomma, nel tempo le piattaforme nate come spazio di libera espressione e strumento di empowerment per le voci critiche si sono tramutate in trappole per gli attivisti, le cui voci finiscono silenziate dagli algoritmi di Facebook, mentre le opinioni più estreme si fanno largo a colpi di fake news. Cosa possono fare i movimenti di protesta per il futuro? Varie cose: cercare di segnalare un impegno reale dei loro adepti anche dopo le manifestazioni, per esempio promuovendo raccolte fondi (i soldi sono un linguaggio immediatamente comprensibile per tutti, inclusi i politici). Riversare la loro influenza a favore di certi esponenti politici (come ha fatto Occupy Wall Street sostenendo Bernie Sanders) o contro altri, come Black Lives Matter, che ha messo fuori gioco i procuratori più morbidi verso i metodi della polizia.

Possono mandare alcuni esponenti in Parlamento, come Syriza in Grecia o qui i 5 Stelle, o trovare metodi che, pur mantenendone la struttura acefala, consentano di prendere decisioni collettive: in Nuova Zelanda alcuni veterani di Occupy hanno dato vita a una piattaforma chiamata Loomio (usata anche dagli spagnoli di Podemos) che aiuta le organizzazioni orizzontali a prendere decisioni. In Argentina Pia Mancini, la leader del Net Party, ha creato Democracy Os, una piattaforma open source su cui votare. E non è escluso che gli attivisti si inventino altre forme di sopravvivenza alla dittatura dei social, per non passare da una condizione di libertà limitata dai pinguini a una offuscata dalle onnipresenti foto di gattini, che attraggono gli utenti molto più dei contenuti politici. E se Mark Zuckerberg sostiene che Facebook sia un network indifferente rispetto ai contenuti, ma in grado di aumentare, tramite la loro rapida diffusione, la libertà, la connessione e la condivisione tra le persone, l’analisi di Tufekci, al contrario, sembra avvalorare la tesi dello storico Melvin Kranzberg: «La tecnologia non è né buona né cattiva. Ma non è neanche neutrale».

 

[Foto in apertura di Frederic Lezmi / Laif / Contrasto]

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