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12 novembre 2017

Vogliamo anche le rose arabe

L’Egitto pensa a tutelare le prime mogli di matrimoni poligami. In Libano si ridiscute il reato di stupro, la Tunisia legalizza le unioni miste. È o no una primavera di genere?

Laura Cappon

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Il 2 ottobre scorso il parlamentare e membro del comitato legislativo e costituzionale dell’assise egiziana, Abdel Moneim al-Alimi, ha presentato una proposta di legge che include un articolo a suo modo rivoluzionario: la norma, se approvata, introdurrebbe infatti la necessità del permesso della prima moglie nel caso all’interno di un matrimonio musulmano il marito voglia sposare una seconda donna.

La clausola è stata proposta dopo una campagna su Facebook in cui diversi cittadini egiziani si erano espressi a favore di un contratto prematrimoniale che tuteli la prima moglie e i suoi diritti nelle unioni poligame. «Un contratto di matrimonio è mirato a regolare la vita coniugale per tenerla lontana da future dispute che possono distruggere l’unione», ha affermato alla stampa locale al-Alimi. «La mia proposta vuole porre fine a questi conflitti perché punta a punire chi non rispetta queste condizioni»…

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Il Corano e la Sunna, testo sacro che raccoglie le consuetudini di comportamento in ambito sociale ed educativo, prevedono che un uomo di fede musulmana possa avere fino a quattro mogli ma queste fonti sono interpretate dagli esperti di diritto, e generalmente si ritiene che un uomo può sposare più di una donna solo se è in grado di trattare tutte allo stesso modo.
Sarà l’Islamic research accademy di al-Azhar, la massima autorità sunnita, a stabilire se questa legge è conforme alla sharia, i cui principi sono a fondamento della costituzione del Cairo. Ma il testo presentato da al-Alimi sta già suscitando un ampio dibattito politico tra l’opinione pubblica egiziana: molti si dicono favorevoli, molti altri (compreso il partito al-Nour, che rappresenta i salafiti, l’ala più ortodossa dell’Islam) ritengono il provvedimento inutile in un momento storico in cui, alla luce della crisi economica, i poligami sono sempre di meno. Ma c’è anche un altro aspetto.

«La nuova legge, che trasforma la mera necessità di informazione della prima moglie in consenso, non soddisfa le richieste delle donne che lottano per i loro diritti», spiega a pagina99 Lucia Sorbera, esperta di femminismo islamico all’Università di Sidney. «Secondo il codice di famiglia in Egitto il marito dovrebbe già informare la prima moglie nel caso in cui stipuli un secondo matrimonio, e inserire nel contratto i nomi e gli indirizzi di tutte le altre.

La donna può anche chiedere il divorzio sulla base della poligamia. Ma nel caos amministrativo che caratterizza l’Egitto oggi, non sempre la legge è applicata e non sempre tutti i matrimoni vengono registrati». L’operazione, più che una vera apertura nei confronti delle donne, appare dunque come un tentativo di maquillage di un governo impegnato in una repressione contro i diritti umani senza precedenti: lo dimostra anche la recente campagna social #weneedtotalk, dobbiamo parlare, nata come parodia allo slogan del forum mondiale della gioventù di Sharm el-Sheik.

Con questo hashtag, migliaia di persone hanno twittato foto di prigionieri politici e vittime del regime, compresa quella di Giulio Regeni. A molti membri della società civile sembra insomma inutile presentare una proposta di legge davanti a un parlamento complice della dittatura. In ogni caso, quello egiziano è solo l’ultimo di una serie di episodi che negli scorsi mesi hanno riacceso l’attenzione politica e mediatica sul tema del matrimonio e dei diritti femminili in Medio Oriente.

 

L’avanguardia tunisina

Il 14 settembre, in Tunisia, il parlamento ha autorizzato il matrimonio misto tra donne musulmane e uomini di altre fedi: la decisione è arrivata dopo il lavoro di una commissione composta da avvocate e attiviste per i diritti umani che hanno indicato le modalità della revisione della legislazione. Il divieto di nozze miste, rivolto solo alle donne, era in vigore dal 1973 e secondo il presidente Beji Caid Essebsi violava l’attuale costituzione approvata nel 2014, 3 anni dopo la rivoluzione dei gelsomini che destituì il dittatore Ben Ali. «È un passo avanti per i diritti delle donne e la Tunisia si conferma come il paese del Medio Oriente più avanzato su questo fronte», spiega a pagina99 Amna Guellali, ricercatrice di Human Rights Watch a Tunisi.

In realtà, anche se il governo di Tunisi è quello che ha gestito in modo meno drammatico la transizione successiva alle primavere arabe, resta schiacciato fra lo stato d’emergenza che va avanti dal 2015 dopo gli attacchi dell’IS a Sousse e nella capitale, il ritorno dei foreign fighters tunisini da Libia, Siria e Iraq e le proteste sociali incandescenti in varie aree del Paese. «I diritti delle donne sono spesso usati come una strategia di facciata e questo vale anche per questa legge», continua Guellali. «Non a caso, la sua approvazione è avvenuta poco prima del via libera del Parlamento alla legge di riconciliazione».

Un provvedimento molto criticato, che ha provocato diverse proteste da parte della società civile guidata dal movimento Manich Msamah (Io non perdono), e che prevede l’amnistia per gli alti funzionari di Stato che nell’epoca di Ben Ali furono implicati in casi di malagestione delle finanze pubbliche, escludendo però l’appropriazione indebita e la corruzione in senso stretto. «I diritti delle donne sono stati sempre una sorta di merce di scambio per quanto riguarda le questioni sociali», conclude Guellali. «Era così anche negli anni della dittatura di Ben Ali».

 

Piccoli passi libanesi

Il dibattito sui diritti delle donne sta tenendo banco in maniera importante anche in Libano. Lo scorso agosto, il parlamento di Beirut ha abolito una parte dell’articolo 522 del codice penale che depenalizzava lo stupro nel caso in cui il colpevole sposasse la sua vittima, seguendo le modifiche legislative in materia fatte nella prima parte di quest’anno da Tunisia e Giordania.

Il voto, che ha trovato il sostegno di tutte le parti confessionali che costituiscono l’arco costituzionale libanese, anche in questo caso è arrivato dopo una pressante campagna della società civile, che però non si ritiene pienamente soddisfatta dall’esito finale.
«La modifica del codice penale è stata solo parziale, perché ha mantenuto la possibilità di scagionare il responsabile dello stupro nel caso la vittima di violenza sia minorenne», spiega a pagina99 Faten Abou Chacra, capoprogetto di Kafa, ong libanese che si occupa di emancipazione femminile e violenze di genere. L’oggetto della protesta è il conflitto tra i testi dell’articolo 505 e dell’articolo 518. Il primo definisce infatti il rapporto sessuale con un minore come un reato punibile dalla legge e menziona questo delitto sotto il capitolo “crimini di stupro”.

Tuttavia, la modifica dell’articolo, approvata dai membri della commissione Amministrazione e Giustizia e adottata dal Parlamento, riporta nuovamente la scelta tra l’imprigionamento o il matrimonio con la vittima se quest’ultima ha un’età compresa tra i 15 e i 18 anni. Inoltre, prevede l’intervento di un assistente sociale per assicurare che il matrimonio sia consono al volere del minore.

«Ma se il matrimonio con un minore è considerato un crimine, come può il colpevole sposare la vittima per garantirsi l’impunità?», si chiede Abou Chacra. «La cosa ancora più grave è che il broglio legislativo che si è creato ribadisce la legalizzazione del matrimonio con un minore che resta una soluzione per evitare il carcere. Continueremo nella nostra campagna finché l’abolizione non sarà completa».

 

Doppio gioco saudita

C’è un ultimo caso che mostra in maniera emblematica come l’avanzamento legislativo sui diritti delle donne e le conquiste della società civile nei Paesi mediorientali restino sempre legate a doppio filo alla congiuntura politica, ed è quello dell’Arabia Saudita. A settembre Ryiad ha annunciato la rimozione del divieto di guida per le donne a partire dal giugno del 2018 e, per la prima volta, ha dato libero accesso alle donne al National Stadium in occasione delle celebrazioni per l’87esimo anniversario della fondazione del regno.

Anche qui la campagna Women to drive che ha conquistato le pagine di tutti i giornali del mondo ha raggiunto il suo obiettivo grazie a un momento di affanno e necessità politica dell’esecutivo. Infatti, il piano Vision 2030 (il programma economico post- petrolifero del regno, ideato dal principe ereditario Mohammed Ibn Bin Salman al-Saud) prevede una sorta di brand-washing della casata, al fine di attirare investitori stranieri e aprire la società saudita verso un modello economico differente.

Bin Salman ha persino dichiarato di voler far tornare il Paese all’Islam moderato suscitando molti dubbi tra gli analisti politici visto che il regno della dinastia al-Saud ha costruito sul wahabismo, movimento di riforma dell’Islam ultraconservatore, la sua identità politica dall’inizio del secolo scorso. «I diritti delle donne si ottengono solo dopo lunghi processi», conclude Sorbera. «Non si può parlare di riforme efficaci sui diritti delle donne senza affrontare la questione della giustizia sociale e dei diritti umani. Cosa che oggi non accade in diversi Paesi dell’area mediorientale».

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