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10 novembre 2017

La disparità è la fine della democrazia

La globalizzazione ha imposto l’1% più ricco come nuovo ceto egemone. La classe media si è assottigliata aprendo la strada ai populismi. Ecco come fermarli

Gabriella Colarusso

 ► Dal numero di pagina99 in edicola dal 10 novembre e in edizione digitale

Ci sarà pure un motivo se il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, è arrivato a definire «vitale» la lotta alle diseguaglianze per combattere «l’instabilità politica» e salvaguardare la crescita; se il Fondo monetario internazionale (Fmi) è tornato a lanciare l’allarme sull’aumento delle diseguaglianze anche nell’ultimo Fiscal Monitor, ottobre del 2017, mettendo in guardia dai rischi per la coesione sociale; se il capo della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi, il 26 giugno scorso, rivolgendosi a un gruppo di studenti a Lisbona, ha parlato della diseguaglianza crescente in Europa come di «un fattore altamente destabilizzante» con cui bisogna fare i conti al più presto. Se, insomma, nel giro degli ultimi 12 mesi, tre delle più importanti istituzioni finanziarie mondiali hanno moltiplicato gli appelli ai governi nazionali perché comincino a occuparsi seriamente di una questione che sembra scivolata ai margini delle agende politiche occidentali…

[Foto in apertura di Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto]

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Si può pensare che quelli di Draghi, Yong Kim, Fmi siano tentativi di rabbonire le opinioni pubbliche scontente, ma la faccenda è più complessa di così.
Gli squilibri creati dalla globalizzazione e dall’automazione all’interno dei Paesi avanzati – negli Stati Uniti come nel vecchio continente – stanno cambiando il Dna politico delle nostre società e rischiano di travolgere la democrazia alimentando plutocrazia e populismo, sostiene Branko Milanovic, autore di Global Inequality: a New Approach for the Age of Globalization, pubblicato in Italia a ottobre dalla casa editrice della Luiss con il titolo Ingiustizia Globale, un’analisi illuminante sulla peste economica del nostro tempo e sulle sue ricadute politiche. A quasi 20 anni dalla nascita del movimento no global e a sei da Occupy Wall Street, la protesta si è istituzionalizzata: la vittoria di Trump e della Brexit, la crescita dei partiti anti-sistema in tutta Europa, sono parte di uno stesso processo.

 

Vincitori e vinti della globalizzazione

Milanovic ha dedicato al tema della diseguaglianza più di 40 studi da quando era capo economista della banca mondiale. Tra il 1988 e il 2012, spiega, l’1% più ricco del pianeta, che «proviene con larga preponderanza dalle economie più ricche» – Stati Uniti in testa, e poi Europa occidentale, Giappone e Oceania – ha visto crescere i propri patrimoni, mentre la classe media si è indebolita un po’ ovunque in Occidente, al punto da non riuscire più a svolgere la sua funzione sociale storica: limitare l’influenza dei più facoltosi sulle scelte politiche, difendendo «l’offerta pubblica di servizi sociali come l’istruzione e la sanità» e contenere le spinte populiste dei più indigenti, contrari per esempio all’arrivo dei migranti e alla mobilità internazionale dei lavoratori.

Prima di proseguire è necessaria però una premessa. Rispetto a 10, 20 o 30 anni fa, il mondo sta decisamente meglio. La povertà assoluta è calata drasticamente, la mortalità infantile pure, l’aspettativa di vita si è alzata dappertutto (vedere per credere i dati raccolti da Our World in Data). E anche la diseguaglianza globale si è ridotta in maniera significativa. La globalizzazione, cioè, ha portato sviluppo e benessere, ma i suoi benefici non sono stati distribuiti equamente e le diseguaglianze all’interno delle economie avanzate sono aumentate. A guadagnare sono stati l’1% più ricco del pianeta e le emergenti classi medie asiatiche, in Cina, India, nel Sud Est (il che non significa, tuttavia, che i loro redditi siano ancora paragonabili a quelli della middle class occidentale).

Homi Kharas, economista della Brooking Institution, ha calcolato che il 42% della popolazione mondiale è oggi classe media, e che questa fascia socioeconomica si allargherà di circa 170 milioni di persone all’anno nei prossimi cinque anni fino a diventare per la prima volta nella storia la maggioranza dell’umanità. Una crescita che riguarderà soprattutto l’Oriente. «La stragrande maggioranza di coloro che entreranno nella classe media», scrive Kharas, «l’88% circa del prossimo miliardo, vivrà in Asia». Quali effetti questo potrà avere è presto per dirlo. Il politologo Moises Naim sostiene che questa nuova classe mostri già segni di insofferenza nei confronti di sistemi politici corrotti e autoritari e che potrebbe dare vita a instabilità e cambiamenti radicali in quelle aree del mondo, anche rivendicando più democrazia. In Occidente, invece, la “ribellione” della classe media rischia di seguire spinte contrarie.

 

La fine della medietà

L’analisi di Milanovic segna come spartiacque il 1989: dopo la caduta del muro di Berlino diversi fattori hanno contribuito a fare crescere le diseguaglianze all’interno dei Paesi occidentali ricchi, invertendo una tendenza che dalla seconda guerra mondiale le aveva invece viste ridursi. La globalizzazione – con l’arrivo sui mercati di beni e manodopera a basso costo; lo sviluppo tecnologico «sbilanciato a favore delle alte qualifiche» e la nascita dei grandi monopoli della Silicon Valley, con una concentrazione sempre più elevata della ricchezza e del reddito; la progressiva perdita di potere contrattuale dei sindacati, la precarietà e la dequalificazione del lavoro; politiche fiscali a favore dei più facoltosi dovute alla influenza crescente che questi hanno sui decisori pubblici, soprattutto nel sistema americano basato sui finanziamenti privati alla politica, ma anche alla possibilità del capitale di muoversi globalmente e spostarsi con facilità verso regimi fiscali amici, sottraendosi alle normative nazionali.

Confrontando sei Paesi – Usa, Regno Unito, Spagna, Italia, Giappone e Paesi Bassi – tra l’inizio degli anni Ottanta e il 2013, Milanovic rileva come in Uk, Usa e Italia l’aumento della diseguaglianza sia stato più significativo che in altri Stati: «I valori di Gini negli Stati Uniti e in Italia crescono di almeno 5 punti e quelli inglesi di più di 10 punti».
Diseguaglianze e derive populiste. Un dato fotografa perfettamente il fenomeno. Secondo James Galbraith circa la metà dell’aumento della diseguaglianza negli Stati tra il 1994 e il 2006 si spiega con l’aumento della ricchezza in cinque contee statunitensi: New York, Washington, Santa Clara, San Francisco e San Mateo in California. Facile intuire, sottolinea Milanovic, che i «maggiori beneficiari siano individui che lavorano, o possiedono azioni nei settori finanziario, assicurativo e informatico. Hanno ricevuto enormi rendite».

Parallelamente, dagli anni Ottanta in poi, la classe media si è ristretta sia in termini numerici che di reddito e di potere politico sia negli Stati Uniti che in Europa. Il Pew Reserach dice, dal 1991 al 2010, la contrazione maggiore in Europa ha riguardato a Germania, la Spagna e l’Italia. Ma la democrazia può sopravvivere senza classe media? Già Aristotele sosteneva che pace e stabilità non potessero essere ottenute in una comunità sociale e politica con troppe differenze, e che in assenza di un forte ceto medio lo sbocco verso la “democrazia” violenta, l’oligarchia o la tirannide sarebbe stato più probabile.

Milanovic spiega che questo assottigliamento della middle class in America ha rafforzato un sistema plutocratico, nel quale le politiche pubbliche e fiscali sono sempre più influenzate dai ricchi. In Europa, invece, ha fatto crescere ciò che chiamiamo populismo. «Il welfare state è stato un elemento indispensabile nel rafforzare la classe media europea e il capitalismo democratico». Impoverita nel reddito e meno protetta, «la classe media e quella media inferiore si è spostata politicamente verso destra, verso partiti populisti e innatisti». Dal partito del popolo danese all’ungherese Jobbik, dai francesi del Front National agli austriaci dell’Fpo, tra il 2000 e il 2015 la comparsa e la crescita dei movimenti anti-sistema, di destra radicale, è stata costante. Il nemico numero uno è l’immigrazione, l’illusione è difendersi dalla globalizzazione ritirandosi da essa.

 

Ripensare la tassazione e la cittadinanza

Che fare? Per certi aspetti potrebbe essere la stessa globalizzazione a correggere i suoi errori: la crescita delle classi medie asiatiche potrebbe per esempio portare a un innalzamento dei salari in quell’area e dunque a minore squilibrio con quelli occidentali. Nuove leggi antitrust potrebbero poi intervenire per scardinate rendite e monopoli tecnologici. Ma il ruolo dei governi e degli stati resta cruciale e va ripensato in un’ottica globale. Immaginando, per esempio, una diversa gestione dei flussi migratori. Milanovic suggerisce l’introduzione di un «premio di cittadinanza» che conceda diritti crescenti ai migranti mano a mano che l’integrazione sociale ed economica migliora. Ciò consentirebbe di non chiudere le frontiere, evitando di tagliare fuori l’Europa dal mercato del lavoro globale, e al contempo di non far esplodere la rabbia sociale.

Sul piano delle politiche fiscali, l’idea dello studioso è che si possa agire non tanto sulla tassazione di un capitale sempre più inafferrabile, quanto sulla redistribuzione di quelle che chiama le «dotazioni»: garantendo istruzione pubblica di qualità per tutti; proponendo «imposte di successione più elevate» e politiche di «imposte sul reddito delle società che stimolerebbero le aziende a distribuire quote ai lavoratori», aiutando i «più indigenti e le classi medie a possedere e mantenere beni finanziari». Utopie? Può darsi. Ma se le maggiori istituzioni finanziarie del mondo continuano a lanciare allarmi sul potere destabilizzante delle diseguaglianze una ragione c’è: il rischio che corre la democrazia.

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