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8 novembre 2017

Per qualche pugno di riso in più

Gli agricoltori la preferiscono per risparmiare. Ma la coltivazione in asciutta sta mettendo in crisi l’equilibrio idrico del triangolo delle risaie, tra Novara, Vercelli e Pavia

Nicola Scevola

 ► Dal numero di pagina99 in edicola dal 10 novembre e in edizione digitale

Lo chiamano mare a quadretti. È quello specchio d’acqua delimitato da argini bassi che, fra primavera e autunno, ricopre da secoli il cuore delle risaie d’Italia fra Novara, Vercelli e Pavia. Sono decine di migliaia di ettari in cui il riso è coltivato in sommersione fin dai tempi di Ludovico il Moro, il primo a pensare di sfruttare l’abbondanza delle sorgenti locali per favorire questa coltura su vasta scala. È un paesaggio antico, fatto di distese piatte d’acqua attraversate da un’intricata rete di canali, che negli ultimi anni è cambiato in modo drammatico: la diffusione della coltivazione in asciutta, in cui i campi si allagano quando le piante di riso sono già spuntate, sta facendo sparire questo spettacolo, creando uno squilibrio idrico che mette a rischio i raccolti.

«La situazione non è sostenibile», dice Marco Romani, ricercatore dell’Ente Nazionale Risi. «La semina in asciutta non sfrutta l’abbondanza d’acqua disponibile in primavera, concentrando la richiesta a giugno, quando la rete idrica è già gravata dalla bagnatura del mais». Questa nuova coltivazione è talmente pratica, però, da essere in costante espansione. A partire dal 2004, i grafici dell’Ente Risi sulla diffusione della semina interrata mostrano una linea retta che cresce a 45 gradi. Tanto che oggi quasi la metà del riso italiano è coltivato così. Il sistema viene dagli Stati Uniti, ed è stato messo a punto negli anni Ottanta per risparmiare manodopera e mezzi nella gestione d’irrigazione, semina e trattamenti.

A fine raccolto, la quantità d’acqua utilizzata resta più o meno la stessa, così come la resa della pianta. Ma muoversi nei campi asciutti è più facile che nella fanghiglia del mare a quadretti. Non servono trattori con le ruote dentate in ferro, soggetti a usura e scomodi da trasportare. Non potendo circolare su superfici dure, infatti, per spostarsi da un campo all’altro devono essere caricati su carrelli trainati da altri trattori a gomma.

«Moltissimi si stanno convertendo. Permette di usare lo stesso trattore per tutto. Questo si traduce in un risparmio di circa un operaio ogni 100-150 ettari», aggiunge Romani. Ma la diffusione massiccia di questo metodo crea problemi di scarsità a un sistema che sull’abbondanza d’acqua ha fondato la sua storia. La rete idrica, creata dal tempo delle marcite e sviluppata nei secoli con la costruzione dei canali Cavour e Regina Elena, fino ad oggi ha funzionato bene perché tarata per un utilizzo dilatato nel tempo, che sfrutta le colature derivate dalla sommersione delle risaie più a monte per alimentare fontanili più a valle, permettendo in pratica di riutilizzare la stessa goccia per bagnare tre chicchi in posti diversi. La sovrapposizione della richiesta d’acqua fra il riso seminato in asciutta, che deve essere bagnato a metà giugno, con quella di mais, ha fatto saltare gli equilibri. Al punto che, negli ultimi due anni, il riso si è salvato dalla siccità solo grazie a eventi meteo eccezionali.

«Non abbiamo mai avuto tante e tali criticità”, sottolinea Alberto Lasagna, dirigente del Consorzio d’irrigazione Est Sesia che gestisce le acque nella zona. «Nelle ultime due stagioni siamo riusciti a governare la scarsità solo grazie a temporali improvvisi che hanno permesso interventi di soccorso. Ma non possiamo sperare che ogni anno si ripetano questi fenomeni fortuiti. E con la siccità autunnale che stiamo vivendo quest’anno il pericolo per il raccolto dell’anno prossimo diventa ancora più alto».

Oltre a creare un rischio per l’agricoltura, questo cambiamento mette a repentaglio il delicato ecosistema che si era riconquistato a fatica negli ultimi decenni. Grazie allo sviluppo di trattamenti meno tossici e invasivi, le risaie sono tornate a ospitare specie come l’ibis sacro, l’airone e il cavaliere d’Italia, una garanzia di biodiversità che permette agli agricoltori di non alternare le colture, com’è imposto ad altre semine. Uno dei meriti forse meno intuitivi della presenza di questi specchi d’acqua è anche quello di tenere sotto controllo la presenza di zanzare, favorendo lo sviluppo di specie antagoniste come libellule, coleotteri e girini.

«Fino a qualche anno fa, quando la zanzara arrivava con i primi caldi estivi, trovava un bel comitato d’accoglienza pronto a darle la caccia», dice Giuseppe Bogliani, esperto di ecoetologia dell’università di Pavia. Oggi, invece, l’arrivo ritardato dell’acqua diminuisce la presenza di insetti che si nutrono di zanzare. «Un tempo bastava fare attenzione solo all’alba e al tramonto, oggi ce ne sono di più e pungono tutto il giorno», sottolinea Bogliani.

Nelle risaie del nordovest è anche cambiato il tipo di zanzara prevalente. La diffusione della tecnologia laser per livellare perfettamente i campi ha ridotto la presenza di avvallamenti naturali. Così, mentre l’assenza di fossi e pozzanghere strangola ulteriormente gli insetti che si nutrono di zanzare, il fango che rimane crea l’habitat ideale per ospitare le uova di una specie particolarmente aggressiva dell’odioso insetto: la aedes caspius, che contrariamente alla cugine anopheles (un tempo la più diffusa), è attiva tutto il giorno, ha un raggio di azione ampio e, potenzialmente, è portatrice di parassiti pericolosi per l’uomo come la malaria.

Dato il valore attuale del riso, che quest’anno si è attestato sui 23 euro al quintale contro i record di 75-80 euro dei primi anni Duemila, non è difficile comprendere la logica che ha convinto i singoli agricoltori a optare per la semina in asciutta. Da quando questa scelta è diventata fenomeno sistemico, però, i pericoli rischiano di superare i vantaggi. Trasformando un’alternativa sensata in un boomerang economico. «Se ben pianificata, la semina in asciutta può convivere con quella tradizionale aiutando a gestire al meglio il raccolto», conclude Romani. L’avvicendamento delle tecniche, che prevedono trattamenti diversi, può ad esempio rallentare lo sviluppo di parassiti resistenti. «Ma ci vuole più consapevolezza e rispetto del sistema idrico e del suo funzionamento».

[Foto in apertura di Gianni Berengo Gardin]

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