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8 novembre 2017

Valerio Magrelli: «Povera cultura, ormai è in dialisi»

«Come reni che non filtrano più, le pagine culturali non sanno distinguere tra ricerca e consumo. La bussola è impazzita». Intervista a Valerio Magrelli

Marco Ceravolo

Dal numero di pagina99 in edicola dal 3 novembre e in edizione digitale

«Un tempo c’era una distinzione, una capacità critica che oggi è sparita. Quando apro i giornali nazionali, vedo le pubblicità della Feltrinelli e il consiglio “leggete questo libro” è firmato da un comico o addirittura da un lettore; quando compro un libro di poesia e la prefazione è scritta da un conduttore televisivo, vuol dire che la bussola è impazzita. Non esistono più punti di riferimento». Nell’era dei social media, della fine degli esperti e dell’uno vale uno, la critica letteraria non fa eccezione. «Un tempo potevi costruirti una fama di critico e il giornale ti chiamava, ora è il contrario: prendono uno qualsiasi, lo fanno scrivere di libri ed eccolo diventato critico».

A parlare è Valerio Magrelli, poeta, scrittore, professore di letteratura francese all’Università di Cassino. Lo incontriamo nel salotto della sua casa romana, a due passi da Piazza del Popolo. Argomento: la fine degli esperti in letteratura. «Attenzione», ci tiene a precisare al riguardo, «nelle riviste, in moltissimi siti, ci stanno fior fior di ragazzi studiosi, critici, come forse non ce n’erano prima. Ma il mercato, grazie alla compiacenza di chi poteva frenarlo, ha voluto confondere tutto. Ecco perché sentiamo il cantautore che si presenta come professore universitario, quando non lo è; ecco perché sentiamo un giudizio critico espresso da un cantante, un romanzo scritto da un attore televisivo, e vediamo in classifica i libri da passatempo (sacrosanto e dignitosissimo), ma spacciati per letteratura».

Ce l’ha con i critici di professione Magrelli? «Piuttosto, con i non-critici. Ce ne fu uno che diventò famoso perché su un giornale nazionale pubblicò una copertina con il titolo “Giorgio Faletti, il più grande scrittore italiano”. Se scrivi su un giornale nazionale una cosa del genere, sei responsabile di migliaia di ragazzi che, fidandosi dell’autorità del quotidiano, crederanno a una sparata del genere. Non penseranno che magari possa essere un Tabucchi, un Zanzotto; no, Faletti, contro il quale io non ho nulla. È stato un bravo comico, magari avrà scritto un buon libro, ma questo titolo è come il napalm. Distrugge tutto, fa il deserto. Chi perderà più tempo a leggere Gianni Celati?»

Secondo Magrelli,  è ancora necessario distinguere tra letteratura di ricerca e letteratura di consumo, o meglio, precisa, «fra letteratura di interrogazione e letteratura di intrattenimento. Per questo parlo di una cultura in dialisi. Questa è l’immagine che ho avuto: la dialisi è quella cura che si mette in opera quando i reni non funzionano più, non filtrano più. Ecco, per me i reni della cultura erano le pagine culturali. Quando propongo un articolo su Céline, e mi dicono che andrà nella pagina successiva perché nella prima c’è un’intervista a Ombretta Colli, vuol dire che i reni sono da buttare. Ombretta Colli che sta nella prima pagina di uno dei più importanti giornali culturali è come una bandiera bianca. Ci arrendiamo. È finita. In Italia io ho visto tutto ciò dall’inizio. Ricordo il “responsabile” (lo dico scherzando): Antonio Ghirelli. Un giornalista che scrisse del calcio come cultura. L’imbroglio era nato». Per l’autore degli Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992) tutto dipende da cosa si intende per cultura. L’equivoco nasce da qui.

«Una cosa è la cultura in senso antropologico, lì possiamo parlare del seppellimento dei morti, delle feci o del modo di cucinare (è cultura in senso lato); altro è parlare di cultura in senso stretto. Lo scambio tra queste due sfere ha fatto sì che adesso i rettori diano la laurea honoris causa a sarti, cuochi e motociclisti. Mi spiace, su questo non transigo. Detesto la celebrazione dell’ordinario. Tu non puoi fare un corso sulla Storia della televisione e metterlo sullo stesso piano di un corso sulla Storia dell’Illuminismo».

Per Magrelli il discusso Nobel per la letteratura a Bob Dylan è l’esempio paradigmatico di questo cortocircuito. «Non c’è niente da fare, non è dietrologia, io vedo da vent’anni in qua, un sistematico attacco portato contro la scuola pubblica e contro il concetto di cultura come pensiero critica. Adesso l’alternanza scuola-lavoro è il colpo di grazia. Certo, esiste ancora chi legge i classici. Io vedo dei ragazzi preparatissimi, per fortuna. Ma questi sforzi sono offuscati dalla glorificazione dell’esistente. Ricordo, ebbi una lite violenta perché a una seduta di laurea uno studente aveva portato una tesi triennale su Amleto e un altro sulle parole di De Andrè. Al momento della valutazione, volevano dare il massimo a tutt’e due. Io dissi: “Passerete sul mio corpo: non sia mai che un testo di tale complessità venga messo sullo stesso piano delle parole (si badi: non “parole e musica”) di De Andrè”».

Secondo il poeta non è questione di alto o basso, ma di coefficiente di difficoltà. «Come nei tuffi: tu mi fai un tuffo a bomba impeccabile, l’altro mi fa un triplo carpiato. Ecco, le parole di De Andrè (attenzione, ripeto, non parlo della musica) sono un tuffo a bomba. È fatto bene, certo, ma ammetterete che comunque ci voleva meno che scrivere l’Amleto. O no? Andando via, domandai: “Alla magistrale, tesi sui Fratelli Righeira? (che peraltro hanno scritto canzoni di rara intelligenza, vedi L’estate sta finendo)”».

E se dovesse essere Valerio Magrelli a consigliare ai lettori di pagina99 degli autori italiani contemporanei di qualità, chi sceglierebbe? «Nella narrativa, che in realtà seguo poco, ho letto recentemente uno dei primi romanzi di Michele Mari. Ho visto degli spettacoli teatrali di Vitaliano Trevisan, molto belli. Mi piacciono Michela Murgia o Mauro Covacich. Ma è difficilissimo immaginare quello che può interessare al pubblico. Per me è una sfida impossibile, mi sono arreso. Nel 2010 scrissi Addio al calcio, in cui credevo molto: andò malissimo.

Mi dissi: a questo punto scrivo un libro che potremo leggere solo io e mia sorella, e scelgo pure un titolo insolito, Geologia di un padre; me ne frego di tutto. Inutile dire che è il mio volume andato meglio. Anche con i miei figli era lo stesso: quando erano piccoli mi divertivo a consigliare loro dei libri e li sbagliavo tutti. Indovinare è impossibile. Una volta, ad esempio, mia figlia liceale prende dalla mia scrivania Finzioni di Borges, un testo difficilissimo. Tempo dopo mi dice: “Era questo che mi dovevi far leggere, non gli altri”. Oppure mio figlio con Lolita di Nabokov. Mi disse: “Ma perché mi hai consigliato tante stupidaggini al posto di questo?”».

[Foto in apertura di Gianmaria Gava / Anzenberger / Contrasto]

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