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4 novembre 2017

Nick Cave nel Bardo

Molti si sono chiesti che fine avrebbe fatto l'artista australiano dopo la morte del figlio. Un triplo cd, concerti, colonne sonore e altri progetti cinematografici sono la risposta

Marco Cacioppo

► Dal numero di pagina99 in edicola dal 3 novembre e in edizione digitale

L’ineluttabilità della morte e la metabolizzazione del dolore, Nick Cave le conosce bene. Le ha vissute sulla propria pelle due volte e, in entrambi i casi, prima del dovuto. Era ancora un diciannovenne scapestrato nella natia Australia quando perse il padre in un incidente automobilistico. E risale a poco più di due anni fa (14 luglio 2015) la tragedia del quindicenne figlio Arthur, precipitato da una scogliera nei pressi di Brighton, Inghilterra, dove il frontman dei Bad Seeds risiede con la sua famiglia. Ma in un certo senso è proprio della loro esperienza diretta – improvvisa e prematura – che l’artista di culto si è nutrito per dar voce ai propri fantasmi ed esorcizzarli. Non solo attraverso i testi delle canzoni, ma anche con la sua attività, parallela e complementare a quella musicale, nel cinema (colonne sonore, sceneggiature e recitazione) e in letteratura (poesie, romanzi e aforismi).

È ormai risaputa l’influenza che la perdita della figura paterna ha avuto sul giovane e irrisolto Cave, condizionandone la prima fase della carriera – quella che dai seminali Boys Next Door negli anni ’70 passa per i Birthday Party fino alla fondazione dei Bad Seeds a metà degli anni ’80 – all’insegna degli eccessi autodistruttivi e di una febbrile produzione creativa. Un percorso di ricerca perpetuo, quello di Cave, forse tendente a una riconciliazione con se stesso, che ha generato un universo apocalittico di derivazione biblica, popolato da antieroi romantici e decadenti alle prese con situazioni estreme su cui domina il principio degli opposti che si attraggono. Poi è sopraggiunta la morte del figlio Arthur, e di conseguenza uno iato di circa un anno, durante il quale in molti si sono domandati che ne sarebbe stato, umanamente e artisticamente, del Re Inkiostro (soprannome mutuato da due sue raccolte di poesie, King Ink I e II).

Invece Cave è riuscito a superare il peso della sfida che la vita aveva in serbo per lui e a rimettersi in gioco ancora una volta. La scorsa primavera è uscito Lovely Creatures, un imponente best of in tre cd al centro del tour internazionale della band che in Italia suonerà a Padova, Milano e Roma i prossimi 4, 6 e 8 novembre (ma senza il polistrumentista Conway Savage, operato pochi giorni fa per un tumore al cervello). Contemporaneamente, Cave ha composto insieme all’inseparabile Warren Ellis, storico membro dei Bad Seeds, alcune delle sue colonne sonore più ispirate degli ultimi anni: Hell or High Water (2016), Wind River (2017), War Machine (2017) e Kings (2017), più la serie sci-fi prodotta da National Geographic (Mars). Un suo cammeo è presente nel film di Wim Wenders I bei giorni di Aranjuez. Mentre è notizia recente che il rifacimento del Corvo da lui sceneggiato è entrato in produzione. A coronamento di ciò, è appena uscita (da noi per quelli di Bao Publishing) la visionaria graphic novel di Reinhard Kleist Nick Cave: Mercy on Me.

In verità, il silenzio era già stato rotto a settembre 2016 con l’uscita dell’album Skeleton Tree, accompagnato dal documentario One More Time with Feeling. Riguardarlo a distanza di tempo insieme al precedente 20.000 Days on Earth (2014) fa un certo effetto. Se quest’ultimo immortalava l’apice del successo e della realizzazione di un artista attraverso la sua mitizzazione e (auto)celebrazione, One More Time with Feeling ne fotografa il successivo e subitaneo tracollo. Attraverso la documentazione dell’esperienza della morte, infatti, il ruolo della star viene ricondotta alla sua dimensione più umana, terrena. Mai come in questo film Nick Cave si era mostrato così nudo e fragile.

Proprio un anno fa, in occasione della sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, il regista di One More Time with Feeling Andrew Dominik mi confessò: «Non penso che il processo del film abbia avuto una funzione terapeutica per Nick. O forse l’ha avuta nella misura in cui, dandogli la possibilità di parlare di ciò che è accaduto, gli ha permesso di riguardare alla sua intera esistenza. Al di là di questo, non è che il film l’abbia curato». Oggi l’impressione è che sia stato anche grazie all’esperienza di One More Time with Feeling se l’artista australiano è riuscito a superare un momento così arduo. Per di più, oltre a inaugurare l’inizio di una nuova fase tra le più stimolanti e intense della sua carriera, il film di Dominik, nel raccontare la vicenda personale di Cave, è diventato il tramite per un esperienza collettiva della morte in grado di coinvolgere tanto i fan del musicista quanto coloro che non lo conoscono.

[Foto in apertura di Everett Collection / Contrasto]

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