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5 novembre 2017

L’eterno ritorno di Bellow e Roth

La letteratura americana deve ancora tutto ai vecchi maestri del '900. Un canone tracciato dal Nobel del ’76 nei suoi saggi appena arrivati in Italia

Giulio D'Antona

Le storie che compongono l’epopea della letteratura moderna americana sono per la maggior parte avvolte in un’atmosfera d’altri tempi: Dick Stern che convince Philip Roth a scrivere Goodbye, Columbus (1959) dopo aver mangiato un hamburger in condizioni igieniche precarie, John Cheever e Raymond Carver che si ubriacano tra i dormitori dell’Iowa Writers’ Workshop, Bernard Malamud che vive di una mela e un litro di caffè al giorno in un palazzo che aspetta di essere demolito. Probabilmente è vero che le leggende nascono in un minuto come bugie e impiegano anni a essere ricordate come verità, ma pare che il panorama letterario americano si sia fermato al mito dei primi settant’anni del Novecento.

Allo stesso modo, i romanzieri esordienti pescano miti e ispirazione a due generazioni di distanza dalla propria. Non è un caso se la rivisitazione del passato ricorre tanto prepotentemente tra gli esordi: tornare indietro è il modo per avvicinarsi ai propri modelli. Molti dei giovani autori che alimentano il famoso milione di libri stampati all’anno trovano i loro riferimenti stilistici in maestri del secolo scorso, saltando a piè pari e quasi completamente un blocco di scrittori attivi dagli anni Ottanta in poi, che evidentemente non ha lasciato granché di sé ai posteri…

 Continua sul numero di pagina99 in edicola dal 3 novembre e in edizione digitale

[Foto in apertura di Peter Granser / Laif / Contrasto]

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