Seguici anche su

1 novembre 2017

‘Waste to fuel’, tutto si trasforma

Utilizzare i rifiuti per produrre carburanti di nuova generazione, dando impulso all'economia circolare. La rivoluzione dei biocombustibili è appena cominciata

Andrea Daniele Signorelli

Powered by
image

Se le risorse fossili rischiano di esaurirsi, c’è sicuramente un prodotto che, nel mondo, non scarseggia affatto: i rifiuti, una delle nuove frontiere per la produzione sostenibile di carburante. Fino a qualche anno fa si pensava che per i biocombustibili la strada fosse già segnata e passasse dall’utilizzo di olio di palma e olio di colza. Col tempo, sono emerse numerose controindicazioni: da un parte, la produzione delle materie prime per i biocarburanti entra in competizione con il mercato alimentare; dall’altra, le piantagioni necessarie per la produzione di questi biocarburanti contribuiscono in maniera importante alla deforestazione.

Per questo l’attenzione si sta adesso concentrando sulla produzione di biocarburanti di nuova generazione che utilizzano materie prime non commestibili (risolvendo il problema della concorrenza con il mercato alimentare) o scarti di lavorazione, evitando così di contribuire alla deforestazione. Le sperimentazioni più avanzate vanno però ben oltre, e guardano a un futuro in cui i combustibili saranno creati grazie al riciclo di rifiuti organici e non solo; una soluzione che darebbe un importante impulso all’instaurazione dell’economia circolare, obiettivo che la Comunità Europea si è data da tempo e che dovrebbe essere raggiunto entro il 2030.

Una delle soluzioni più innovative, sulla quale stanno lavorando i ricercatori del Centro Ricerca Eni per le Energie Rinnovabili di Novara, riguarda la possibilità di trasformare, attraverso un processo di termoliquefazione, la frazione umida dei rifiuti solidi urbani in bio-olio per utilizzarlo come combustibile oppure ottenere biocarburanti da usare nelle automobili. In questo modo, si trasforma in materia prima un prodotto di scarto per il quale è già organizzata la raccolta, e si ottiene una resa energetica superiore all’80% (contro il 50-60% della valorizzazione dei rifiuti a biogas e il 10-30% degli inceneritori).

Eni già oggi si contraddistingue per fornire sul mercato un carburante, Eni Diesel +, dove la componente rinnovabile (pari al 15%) viene prodotta nella bioraffineria di Venezia con tecnologie all’avanguardia basate sull’utilizzo dell’idrogeno puro, in alternativa al metanolo impiegato nella produzione del biodiesel tradizionale, e che garantisce prestazioni migliori. Ad oggi la bioraffineria utilizza oli vegetali tradizionali, ma a breve l’impianto potrà utilizzare materie prime non convenzionali, come oli di frittura, grassi animali e scarti della produzione alimentare.

La startup australiana Green Distillation Technologies ha invece sviluppato un metodo che permette di produrre miscela carburante attraverso il trattamento dei pneumatici fuori uso; tutto merito di un processo simile alla pirolisi, noto come distillazione distruttiva. Stando a quanto affermato da uno dei due fondatori, Farhad Hossain, l’olio ricavato, miscelato a normale diesel in percentuali del 10-20%, ha inoltre un minore impatto ambientale del diesel normale e riduce di circa il 30% le emissioni di ossido d’azoto. Il primo impianto su scala commerciale, nel sud-est australiano, potrebbe essere completato nei primi mesi del 2018.

Un’altra società australiana, Integrated Green Energy, si occupa invece della produzione di combustibile a partire dal materiale che è il simbolo stesso dell’inquinamento: la plastica. Fatta eccezione per Teflon e PVC, i ricercatori di IGE affermano di aver sviluppato un metodo di lavorazione in grado di produrre benzina e diesel che rispettano gli standard ambientali internazionali e che possono essere utilizzati per ogni motore. Negli Stati Uniti, intanto, si guarda alla possibilità di convertire in energia i rifiuti ospedalieri (l’80% dei quali è destinato alle discariche).

 

Altri articoli che potrebbero interessarti