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1 novembre 2017

Liberate le nostre ricerche, l’università contro gli editori

L’accademia non è più disposta a pagare abbonamenti da record per riviste specializzate. Che esistono solo grazie al lavoro dei loro dipendenti

Silvia Kuna Ballero

Dal numero di pagina99 in edicola dal 27 ottobre e in edizione digitale

Lo scorso 10 ottobre sei scienziati tedeschi si sono licenziati dal comitato editoriale di alcune riviste appartenenti a Elsevier, colosso olandese dell’editoria scientifica, a seguito di un mancato accordo sugli abbonamenti alle pubblicazioni accademiche. L’accessibilità di questo tipo di pubblicazioni è tema di dibattito ormai da tempo.

Gli articoli specialistici sono il metro di valutazione della produttività dei ricercatori e sono il mezzo con cui la comunità accademica condivide i progressi della ricerca. Sono essenziali per il dibattito e lo sviluppo della conoscenza. Ma i risultati della ricerca universitaria non sono liberamente accessibili a tutti: la maggior parte degli articoli è a pagamento.

Per tenersi aggiornati, università ed enti di ricerca stipulano abbonamenti annuali alle riviste di settore, con costi stimati attorno ai 15 mila euro l’anno per rivista e che negli ultimi anni hanno subito, in media, un rincaro del 5% annuale. Ora un consorzio di biblioteche, università ed enti di ricerca tedeschi chiamato Projekt DEAL chiede di ottenere il libero accesso elettronico (open access) alle pubblicazioni di autori tedeschi in cambio della copertura dei costi editoriali. Ma mentre un accordo con le case Springer e Wiley sembra vicino, Elsevier non considera la proposta economicamente sensata.

 

Un costo a carico della collettività

Di fatto, il mercato delle pubblicazioni specialistiche grava tre volte sul denaro pubblico: coi finanziamenti alla ricerca universitaria, con gli abbonamenti alle riviste e tramite il processo di revisione tra pari (peer review) in cui altri esperti revisionano gli articoli per garantirne la correttezza e la qualità, senza alcun compenso dalle case editrici. Per contro, queste ultime traggono un cospicuo guadagno dalla diffusione del sapere.

Elsevier vanta un margine di profitto del 40% e un fatturato che nel 2013 si attestava sui 25 milioni di dollari. Ma gli editori forniscono scarso valore aggiunto alle pubblicazioni: il merito sta, essenzialmente, nel lavoro degli autori e revisori e nell’esigenza di condividere la conoscenza. È per questo che già dal 2012 numerose università hanno deciso di non collaborare con le sue riviste di Elsevier e non acquistarne gli abbonamenti. Lo scorso luglio, altre 60 istituzioni tedesche hanno deciso di non rinnovare i contratti con Elsevier a seguito dello stallo delle trattative su Projekt DEAL.

 

Il fattore crisi e la pressione del web

Il sistema qui descritto, già insostenibile per le istituzioni meno finanziate, ha ricevuto di recente un’ulteriore scossone a causa di due fattori. Il primo è il calo dei fondi conseguente alla recessione economica, che ha costretto le università di tutto il mondo (inclusa la facoltosa Harvard) a disdire numerosi abbonamenti. Il secondo è Internet, che ha aperto vie più o meno legali per la condivisione degli articoli: un esempio legale è la Public Library of Science (PLoS), rivista online fondata nel 2003 che, a fronte di una cifra forfettaria corrisposta dagli autori degli articoli, permette di scaricare e diffondere liberamente le pubblicazioni scientifiche.

Anche gli editori più prestigiosi hanno ormai adottato vari gradi di open access elettronico, modalità che però tutelassero le loro entrate. In molti hanno così pensato di far pesare i costi sugli autori che vengono pubblicati, il che si traduce in un esborso economico che può raggiungere le decine di migliaia di euro ad articolo: siamo al punto di partenza.

 

La via kazaka alla condivisione del sapere

Una sfida più estrema ai colossi dell’editoria scientifica è partita nel 2011 dalla dottoranda kazaka Alexandra Elbakyan e dalla sua creatura Sci-Hub, un motore di ricerca che scarica e archivia gli articoli delle riviste tramite le credenziali di accesso di istituti regolarmente abbonati. Oggi Sci-Hub contiene più di 60 milioni di articoli, ma poiché sono quasi tutti protetti da copyright si tratta di un’operazione illegale.

Elbakyan è stata più volte citata in giudizio dalle case editrici ed è stata recentemente condannata a un risarcimento pari a 15 milioni di dollari. Ma sono i ricercatori stessi a sostenerla con dichiarazioni pubbliche e donazioni private, perché a loro conviene. Infatti, rispetto a quelli a pagamento, gli articoli liberamente accessibili hanno una maggior diffusione e sono citati più frequentemente in altre opere.

 

La linea sottile di ResearchGate

Al confine dell’illegalità si trova ResearchGate, social network con base a Berlino in cui i ricercatori condividono i propri articoli (spesso violando il diritto d’autore). Un’alleanza di cui fanno parte anche Elsevier e Wiley ha annunciato l’intenzione di ingiungere a ReseachGate di eliminare dal sito circa 7 milioni di articoli, e ha intentato un’azione legale per prevenire la diffusione di materiale simile in futuro.

I gestori di ResearchGate non sembrano voler collaborare; secondo le loro dichiarazioni, il sito non dispone di strumenti automatici di controllo delle licenze, pertanto sarebbe possibile intervenire solo a posteriori e sulla base delle segnalazioni di ogni singola violazione di copyright. Vero è che in passato il network è stato criticato, tra le altre cose, per aver sollecitato la pubblicazione di materiale da parte degli autori in modo poco trasparente; una tattica aggressiva che a quanto pare è stata abbandonata a fine 2016.

Tra battaglie legali e azioni di disobbedienza civile, è chiaro che i rapporti tra il mondo della ricerca e l’editoria specialistica si stanno facendo sempre più tesi; ed è sempre più evidente che il modello di business dell’editoria specialistica non può restare immutato, ma è destinato a seguire i cambiamenti economici e sociali degli ultimi decenni.

 

[Foto in apertura di Pierre Adenis / Laif / Contrasto]

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