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1 novembre 2017

Trattiamo Google e Facebook da editori

Fanno informazione e plasmano l’opinione pubblica. Perché non sottoporli alle stesse regole dei media? L’Authority inglese spiazza i grandi del web

Paolo Bottazzini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 27 ottobre e in edizione digitale

Per Giangiacomo Feltrinelli l’editore è uno che può cambiare il mondo così poco, da non poter nemmeno cambiare editore. Dopo la Brexit, il Regno Unito sembra intenzionato invece a riconfigurare (almeno un po’) l’aspetto del mondo, imponendo un’etichetta ad alcune imprese che finora hanno cercato di sfuggire a qualunque definizione: Google e Facebook. La categoria da applicare è proprio quella di «editori», con l’obiettivo di ridimensionare le ambizioni di monopolio sull’informazione planetaria, e la libertà di manovra, dei giganti della Silicon Valley.

 

Nuovi paletti ai big del digitale

Le protagoniste dell’operazione sono due donne: il presidente dell’Ofcom, l’autorità britannica di regolamentazione delle telecomunicazioni, Patricia Hodgson, e il segretario di Stato per la cultura, Karen Bradley. I termini dell’iniziativa sono stati illustrati nel corso di due audizioni davanti alla Commissione della Camera dei Comuni che monitora media, sport e digitale.

Il primo affondo è arrivato il 10 ottobre dall’Ofcom, nel contesto di un dibattito sui rischi collegati alla manipolazione dell’informazione, alla diffusione di contenuti estremisti, all’acquisto di inserzioni con profilazione ideologica su micro-target. L’inchiesta che ha investito in America Facebook, Twitter e Google, solleva preoccupazioni relative anche alle responsabilità delle istituzioni politiche di controllo.

Le due piattaforme di social network hanno ammesso, dai primi di settembre, di aver venduto pubblicità a profili riconducibili alla propaganda del Cremlino, durante la campagna elettorale per la Casa Bianca: sebbene le inserzioni abbiano beneficiato di investimenti contenuti (nell’ordine di qualche decina di migliaia di dollari, a quanto dichiarato dal responsabile per la sicurezza di Menlo Park, Alex Stamos), gli annunci sarebbero stati visualizzati da una decina di milioni di utenti, prima e dopo il giorno delle elezioni.

Il 9 ottobre anche Google ha ammesso di essere stato contaminato dalla macchina del proselitismo russo, con la vendita di spazi pubblicitari sia sul motore di ricerca, sia su YouTube, sia sulla rete dei siti partner. L’investimento dei troll di Putin in questo caso si sarebbe aggirato intorno ai 100 mila dollari.

 

Le macchine del consenso

Patricia Hodgson ha illustrato la proposta presentandola come una riflessione personale, il proprio punto di vista sulla strategia che permetterebbe di accrescere la neutralità delle notizie in circolazione sulla Rete. L’Ofcom non ha espresso una posizione ufficiale, ma Karen Bradley ha ripreso le argomentazioni del presidente dell’autorità nella sua relazione alla Camera dei Comuni dell’11 ottobre.

I giganti della Silicon Valley finora hanno aggirato gli obblighi di cui tutti gli editori si fanno carico sulla verità dei fatti testimoniati nelle notizie, sulla deontologia professionale del giornalismo, sulla normativa che regola la comunicazione pubblicitaria e quella redazionale nel corso delle campagne elettorali. L’importanza di una piattaforma come Facebook è riassunta, con la forza di pochi dati, da Max Read sul New York Magazine del 1° ottobre 2017: tra il 23 marzo 2015, giorno in cui Ted Cruz ha annunciato la sua candidatura alle primarie Repubblicane, e il novembre 2016, negli ultimi giorni prima delle elezioni, 128 milioni di persone negli Usa hanno generato circa dieci miliardi di interazioni sulla corsa alla Casa Bianca.

Post, like, condivisioni, commenti, hanno inondato le bacheche degli americani, con un grado di coinvolgimento che ha risparmiato solo un margine di elettori piuttosto limitato – circa nove milioni, se si considera che, alla fine, ai seggi si sono presentati 137 milioni di cittadini. Facebook non potrebbe cambiare editore perché fuori dai suoi confini troverebbe un residuo di soggetti attivi al di sotto del 7%, rispetto a quello che già possiede in termini di produzione e di clienti.

 

Più efficace dell’Onu

Il 25 settembre Mark Zuckerberg ha assicurato sul suo blog che tutti a Menlo Park «hanno lavorato, nel corso del fine settimana precedente, per assicurare l’integrità delle elezioni in Germania»: una dichiarazione appropriata per il capo di un contingente di Caschi Blu, o per il comandante delle forze dell’ordine – ma un po’ sbalorditiva se a pronunciarla (anzi, a scriverla) è l’amministratore delegato di una piattaforma di chiacchierate, quale Facebook vuole presentarsi.

Nessuna struttura associativa, nemmeno la Chiesa cattolica (che dalla fine di novembre conterà meno «iscritti» del social network), è oggi in grado di mettere in opera la forza di organizzazione dell’opinione che si realizza in Silicon Valley. Per questa ragione Heiko Maas, ministro della Giustizia del governo tedesco uscente, ha fatto approvare al Bundestag il 30 giugno una legge che penalizza con una multa, fino a 50 milioni di euro, i social media che non provvedano a rimuovere i post con «evidenza di hate speech», entro 24 ore dalla segnalazione.

 

Obbligo di trasparenza

Le preoccupazioni della Germania riguardano il negazionismo dell’Olocausto e le aggressioni rivolte agli immigrati. Ma il progetto britannico si spinge oltre il provvedimento di Berlino. Il potere di formare l’opinione, di cui si sono mostrati capaci Facebook e Google, non permette di più di derubricare a manipolazione (occasionale e locale) le manovre di microtargeting con i troll, e il dark adv.

La strategia perseguita dai giganti della Silicon Valley è stata prima quella di negare ogni addebito; poi di ammettere l’esistenza di falsi account, e di inserzioni con finalità politiche, acquistate da organizzazioni vicine al Cremlino – ma di minimizzare la loro influenza sul pubblico. L’obiettivo rimane la conservazione dell’autonomia, di fatto e di diritto, nella gestione dei contenuti a pagamento e di quelli generati dagli utenti.

L’iscrizione sotto la categoria degli editori li costringerebbe alla trasparenza sui soggetti e sui contenuti delle transazioni pubblicitarie, e all’equilibrio nella distribuzione degli spazi promozionali tra tutte le parti coinvolte. Li sottoporrebbe anche alla normativa che regola la ripartizione e i tetti sulle quote di mercato che possono essere controllate da ciascun soggetto nell’area di competizione. E, finalmente, offrirebbe a tutti – persino a loro – la libertà di scegliersi un altro editore per plasmare le opinioni del pubblico.

 

[Foto in apertura di Moe Zoyari / Redux / Contrasto]

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