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30 ottobre 2017

La dolce morte a puntate

Arriva in Italia Mary Kills People, la serie che affronta, con toni a tratti ironici, il suicidio assistito. Un nodo del nostro dibattito pubblico che resta irrisolto

Maria Laura Ramello

Dal numero di pagina99 in edicola dal 27 ottobre e in edizione digitale

Mary uccide le persone. Ma dalla serie Mary Kills People, in arrivo il 1 novembre in esclusiva su TIMvision, non aspettatevi un serial killer qualsiasi: la dottoressa Mary Harris, madre single stressata dal lavoro e dai problemi familiari, fuori dall’ospedale uccide solo chi ha chiesto di morire. «Io, Troy Dixon, scelgo di porre fine alla mia vita», inizia così lo show in sei puntate che ha già fatto discutere oltreoceano e certamente stimolerà anche in Italia un dialogo, sempre più necessario, sul fine vita e sull’eutanasia.

Senza esprimere sentenze, senza dare risposte o giudizi etici, la serie arriva nel nostro Paese a pochi mesi della morte di Dj Fabo, a pochi giorni da quella di Loris Bertocco – entrambi ciechi e tetraplegici, hanno deciso di morire in Svizzera dove l’eutanasia è legale – e a una settimana esatta dall’inizio del processo al radicale Marco Cappato, imputato per aiuto al suicidio del primo.

Convinta che ognuno abbia il diritto di porre fine alle proprie sofferenze in modo dignitoso, la protagonista della serie aiuta i malati terminali ad andarsene. Lo fa a casa loro o sulla spiaggia davanti al tramonto – senza costringerli quindi al cosiddetto turismo della morte – con un bicchiere di champagne allungato con il Pentobarbital, un farmaco letale se assunto in dose eccessiva che il paziente deve bere volontariamente dopo aver registrato un videomessaggio che testimoni le sue ultime volontà.

Capace di trattare argomenti drammatici con toni ironici, per la dottoressa le cose si complicheranno quando un paziente si rivelerà essere un agente sotto copertura. Diretto dalla regista Holly Dale, già premiata con un Gemini Award – il corrispondente canadese degli Emmy – come miglior regista di una serie drammatica, Durham County, nel cast ritroveremo anche Jay Ryan (Top of the Lake) nei panni del bell’agente sotto copertura e Richard Short (Vinyl), qui socio in affari di Mary, un ex chirurgo plastico con un passato da tossicodipendente e per questo radiato dall’albo.

Ma al netto della qualità della serie – accolta positivamente da critica e pubblico e già confermata per una seconda stagione – a essere di fondamentale importanza, soprattutto qui in Italia dove la legge sul testamento biologico e sull’eutanasia sta muovendo a fatica i primi passi in parlamento, sono le tematiche trattate. «Quando mi hanno contattato per la parte e mi hanno dato il copione da leggere ero molto emozionata», dice a pagina99 Caroline Dhavernas, attrice protagonista dello show e già nota al grande pubblico per il suo ruolo in Hannibal.

«Mary Kills People prende luogo in una città non specificata del Nord America, la produzione è canadese, e all’epoca delle riprese il suicidio assistito in Canada era ancora vietato. Mi affascinava prendere parte attiva in una discussione così importante e attuale, oltre che interpretare un personaggio che crede davvero in quello che fa. Mary non si ferma nemmeno quando la polizia inizia a darle la caccia perché è certa che ognuno di noi abbia diritto all’autodeterminazione. E sono felice che ora in Canada l’eutanasia sia diventata legale». Il progetto di legge approvato nel giugno 2016, fortemente voluto dal governo liberale del primo ministro Justin Trudeau, ha infatti portato il Canada a essere uno dei pochi Paesi al mondo in cui i medici sono autorizzati ad assistere i pazienti a morire.

A oggi la pratica del suicidio assistito è legale in qualche Stato americano (Oregon, Vermont, Washington, California, Colorado, distretto di Columbia e Montana, sempre per malati terminali, ndr) e in alcuni Paesi europei, tra cui il Lussemburgo, il Belgio (primo al mondo ad aver eliminato le restrizioni d’età) e la Svizzera. «Anche se non si hanno dati certi è stimato che almeno 300 italiani negli ultimi 5 anni si siano recati a morire qui», spiega Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia Legale promossa da Radicali Italiani e dall’associazione Luca Coscioni. Numeri che misurano la necessità di una regolamentazione anche in Italia. «Una ricerca datata ormai dieci anni fa», continua Mainardi, «dimostrava che il 4% dei nostri medici almeno una volta in carriera aveva aiutato un paziente a morire, praticando l’eutanasia clandestina».

Nel nostro Paese ogni 12 ore almeno due persone gravemente malate si suicidano, ha rivelato uno studio Istat sul rapporto tra malattia e suicidio pubblicato nel marzo scorso. Purtroppo però, ci racconta Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, «dal 2006, anno della morte di Luca e di Piergiorgio Welby, che hanno contribuito ad alimentare il dialogo sui temi dell’eutanasia e del fine vita, il parlamento italiano è sostanzialmente fermo. Quando andiamo a parlare di libertà e diritti civili viene messo in atto un automatico meccanismo di derubricazione di queste tematiche dall’agenda politica. Eppure la raccolta di oltre 100 mila firme, ovvero persone che chiedevano di legalizzare l’eutanasia, ha portato nel 2013 a una proposta di legge d’iniziativa popolare, depositata in Parlamento. Per trattarla abbiamo dovuto aspettare 3 anni e nel 2016, quando la proposta è stata finalmente discussa, le tematiche sono state sdoppiate e hanno dato vita due proposte distinte, una sul biotestamento e l’altra sull’eutanasia».

Da allora la legge sul testamento biologico, dopo 15 mesi di lavori alla Camera (dove i voti contrari sono stati solo 37), si è arenata in Senato, con 3 mila emendamenti depositati e nessuna chance di essere approvata se dovessero essere discussi tutti. Ci dice l’avvocato Gallo: «È importantissimo che di queste tematiche si parli, quindi ben venga una serie tv che ha il coraggio di trattare l’argomento. Purtroppo in Italia il servizio pubblico informativo ha dedicato pochissimi programmi di approfondimento ai temi dell’intervento medico o dell’accanimento terapeutico. Da noi se ne discute solo quando c’è la notizia, quando un malato arriva con la sua storia dal giudice a chiedere di non essere rianimato o quando è costretto ad andare in Svizzera per morire con dignità. Questo dimostra che preferiamo parlare delle libertà degli altri e non delle nostre, ma è anche vero che a tantissimi cittadini queste tematiche stanno davvero a cuore».

Eppure, prosegue Filomena Gallo, «nonostante il 70% degli italiani sia favorevole a leggi su questi temi, è evidente un distacco tra cittadini e politica. La politica dovrebbe recepire le richieste dei cittadini, ma non lo fa. Per questo non ha giustificazioni davanti ai cittadini che chiedono di poter scegliere se, come e quando morire».

[Foto in apertura di Lifetime Television]

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