Seguici anche su

27 ottobre 2017

Fari puntati sulla Casa Bianca

Dalle accuse di essere incapace di capire l’America al boom degli abbonamenti: negli Stati Uniti è tornato il quarto potere. Ma l’assalto di Trump fa ancora paura

Gea Scancarello

 Continua sul numero di pagina99 in edicola dal 27 ottobre e in edizione digitale

Ogni mattina, a Washington, un reporter del New York Times si alza e sa che dovrà correre più veloce del primo tweet di Donald Trump, o ne rimarrà schiacciato. Il sole, in quel momento, non è ancora sorto: la sveglia suona alle 5.30, mezz’ora in anticipo rispetto alla prima manifestazione giornaliera del presidente. Lo chiamano the Six tweet, il tweet delle sei (mezzogiorno in Italia): potrebbe essere usato per smantellare un accordo internazionale o la riforma sanitaria, per gettare benzina sul braciere della geopolitica o per annunciare uno stop all’immigrazione.

Frequentemente, comunque, è una notizia: e bisogna essere pronti a gestirla. Rispetto a un anno fa, ultimi giorni dell’amministrazione di Barack Obama, è infatti diminuito il numero di ore di sonno dei giornalisti, ma aumentato il loro numero: nella redazione della capitale fino al novembre scorso lavoravano 70 persone, oggi sono 106…

Leggi l'articolo per 0,10 €

PAGA CON
Paga con Tinaba

«Ho fatto parecchie assunzioni; qualcuno inoltre è arrivato da New York e qualcun altro è stato richiamato dall’estero», spiega a pagina99 Elisabeth Bumiller, capo dell’ufficio immacolato che dista 400 metri esatti dalla West Wing, dove tutto accade. «Lo staff è cresciuto, i reporter che si occupano esclusivamente della Casa Bianca sono passati da quattro a sei e ho ristrutturato i turni per avere qui almeno un giornalista di punta e un editor già alle sei della mattina. Rispetto a presidenze più, diciamo, convenzionali, abbiamo dovuto insomma riorganizzare le attività».

A ricordare che di giorni convenzionali non ne sono esistiti mai troppi, nei corridoi che conducono alla sua stanza sono appese prime pagine entrate nella storia: quella del giorno dopo l’attentato alle Torri Gemelle e quella dell’elezione di Obama; l’ingresso delle truppe americane a Baghdad nella seconda guerra del Golfo e la proclamazione della vittoria di Bush figlio dopo i giorni sfiancanti del tira e molla con Al Gore; il crollo di Lehman Brothers e l’ammissione delle torture della Cia a Guantanamo.

Per confortare su un presente che a molti americani appare più incerto che mai, invece, aiutano i dibattiti serali alla George Washington University: format raccolto, giornalisti di punta del quotidiano, un collega a moderare gli interventi, un microfono piantato in mezzo alla sala dietro al quale si forma una lunga e ordinata fila di cittadini comuni – tanti gli studenti – con una domanda in testa. Molto più che semplice confronto, gli incontri hanno il sapore del rituale purificatore: un bagno di umanità per combattere l’accusa di essere lontani dalla gente comune.

«Mia madre sarebbe sconvolta se sapesse che qualcuno si riferisce a me come élite: sono nato in Louisiana da genitori che non hanno fatto nemmeno il liceo», commenta di fronte al pubblico Dean Baquet, direttore del New York Times. Però, aggiunge, «è vero che passiamo troppo tempo nella bolla di New York e Washington Dc».

 

Filter bubble

Da un anno, ormai, la storia della bolla è una delle più raccontate d’America: si dice che i media non capiscano Trump, come non seppero predirne la vittoria, perché troppo concentrati sulle due coste, nelle città avanzate e progressiste, sideralmente distanti dalle sfortune del Midwest o dal degrado della Rust Belt produttiva.

«Serve ricordare che Hillary ha vinto di 3 milioni di voti il voto popolare e ha perso i grandi elettori per 80 mila schede in tre contee?», ribatte alle accuse Maggie Haberman, reporter di punta, approdata al NyT dopo aver seguito per anni il Trump immobiliarista per conto del tabloid di Murdoch New York Post. Sarà anche vero, ma in quelle tre contee il direttore ha spedito a lavorare alcuni dei suoi cronisti, mentre ne assumeva parecchi altri da sguinzagliare sul campo: ex veterani, o gente che si occupa di religione e di società.

 

Trump fa guadagnare

Di tante accuse che il presidente magnate ha rivolto al Failing New York Times, come ama chiamarlo, una in effetti è certamente errata: il giornale non è affatto failing, in fallimento, e può permettersi di investire. «La nuova presidenza ha davvero fatto bene ai nostri conti: come molte altre testate, siamo a livelli record», commenta sorridendo Elisabeth Bumiller.

Dopo anni duri, i grandi giornali americani vivono una stagione particolarmente felice grazie al cosiddetto Trump Bump, il “botto di Trump”. Le azioni del Nyt sono salite del 60% in un anno, con 3,3 milioni di abbonamenti (di cui 2,3 solo digitali) e ricavi che, nel primo semestre del 2017, per la prima volta nella storia sono arrivati più dagli abbonamenti che dalla pubblicità: 83 milioni contro 73.

«Il giornale dipende, anche economicamente, dai lettori, e noi dobbiamo rispondere a loro», traccia la linea il direttore. La sorte è la stessa per il Washington Post, acquistato da Jeff Bezos nel 2013, noto per non essere incline a diffondere i numeri delle proprie aziende: è pubblico però che i ricavi pubblicitari digitali eccedono i 100 milioni di dollari annui e che nel corso del 2017 gli abbonamenti sono cresciuti di «parecchie centinaia di migliaia», con un «picco di lettori online che ad agosto è stato pari a 92,4 milioni», terzo solo al sito della Cnn e al Nyt stesso, come recita un comunicato.

Sul fronte dei conservatori, The Wall Street Journal, proprietà di Rupert Murdoch, ha venduto 300 mila abbonamenti in più solo nei primi tre mesi dell’anno (per 1,2 milioni totali), e metà dei lettori ha sottoscritto un pacchetto digitale.

 

Il presidente in prima pagina

Che si tratti di demolirne o esaltarne le politiche, insomma, tutti i giornali vendono Trump come non mai. Comprare una rivista, di questi tempi, può essere un’esperienza psichedelica: non c’è una sola copertina, si tratti del New Yorker o di Time, passando per l’Atlantic o Foreign Policy, che non rappresenti il presidente o qualcuna della sua smorfie.

«È vero che siamo molto concentrati su Trump, sì: ma la sua presidenza e l’impatto sul Paese sono la storia più importante che ho seguito nella mia carriera negli Stati Uniti», ammette David Rohde, che dirige la versione online del New Yorker, magazine anch’esso con numeri record: 545 mila nuovi abbonati nell’ultimo anno, un aumento del 100%.

Come lui, la pensano in tanti. «Questa è una presidenza in cui accadono cose enormi nell’arco di 12 ore, a volte anche solo di minuti: ieri sera (ndr: questa chiacchierata è avvenuta il 13 ottobre) alle 23 fa un annuncio sulla riforma sanitaria, stamane alle 6 sull’Iran, poi torna sulla riforma. Penso che guardando indietro, un giorno, saremo felici di avervi dedicato così tante energie», aggiunge Mike Shear, corrispondente dalla Casa Bianca per il Times.

Le questioni sono tante e tali che Reuters, l’agenzia stampa internazionale per eccellenza, ha creato un sito dedicato: The Trump Effect. Mentre i grandi quotidiani danno la caccia allo scoop del giorno – e ce n’è quasi sempre uno – i reporter statunitensi di Reuters si concentrano sulla terra di mezzo, quella poco frequentata dalle cronache ma su cui impattano davvero i provvedimenti del presidente.

«Il racconto di Washington e dell’amministrazione Trump si articola da un lato su cosa succede nella Casa Bianca e dall’altro sulla paralisi del Congresso: i progetti incagliati, dal muro non costruito al confine col Messico all’Obamacare non rimpiazzato», ci dice Joseph Szep, U.S. National Affairs Editor dell’agenzia. «Ma in realtà stanno succedendo un sacco di cose: centinaia di regole dell’era Obama sono state cambiate o fermate. Stiamo vivendo il più grosso impulso alla deregolarizzazione in 30 anni e se non facciamo un passo indietro a guardarne gli effetti rischiamo di perderci un sacco di roba».

Una delle storie pubblicate su The Trump Effect, per esempio, andava a verificare chi fossero i beneficiari dello smantellamento delle aree marine protette voluto dal presidente in nome della fine della cosiddetta “guerra al carbone”, a favore delle compagnie energetiche. È risultato però che queste non avessero alcuna intenzione di trivellare in mare, essendo il fracking molto più comodo ed essendosi comunque almeno in parte adeguate al nuovo standard “pulito”; le aziende più interessate, invece, erano proprio quelle dell’eolico: il settore verde contro cui spesso si è scagliato Trump.

Miracoli del fact checking, l’arma con cui i giornali liberal si difendono dai nomignoli affiabiati loro dal Commander in chief. «Lui ci chiama fake news, ed è suo diritto farlo: glielo consente il primo emendamento, può dire quello che vuole», commenta David Rohde. «Noi dobbiamo rispondere con un giornalismo puntuale, preciso, fattuale, equilibrato», continua. Vista dalla sua redazione, al 38esimo piano del nuovo World Trade Center, nel cuore del distretto finanziario di Manhattan trasformato dopo l’11 settembre, la crisi dei giornali sembra in realtà una cosa assai lontana.

 

Battaglia di credibilità

Ma le difficoltà non sono solo di tipo economico. «Credo che ci siano buone chance che Trump riesca a convincere il pubblico che noi siamo fake news. Ci attacca costantemente e dobbiamo prendere il suo tentativo di indebolirci molto seriamente: quindi dobbiamo essere migliori di sempre. I media hanno un ruolo cruciale nel mantenere sana la democrazia americana, nel dare voce alle frustrazioni e alle paure della gente».

L’urgenza pare essere condivisa da tutti. All’alba della presidenza Trump, il Guardian, giornale britannico ma con una cospicua redazione negli States, invitò tutti i giornali a collaborare, pur a costo di perdere qualche scoop, per ottenere una copertura inedita dei lavori della nuova amministrazione. Nessuno ha realmente rinunciato a battere gli altri sul tempo. Ma la vera novità è il senso di solidarietà: «I media si difendono reciprocamente, se non c’è collaborazione c’è almeno sostegno reciproco», chiosa Joseph Szep. Tra una tempesta di tweet e l’altra, il senso della democrazia americana, e del suo quarto potere, sta riprendendo forma.

[Foto in apertura di Doug Mills / The New York Times / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti