Seguici anche su

26 ottobre 2017

Murdoch contro il duopolio di Google e Facebook

Campagne di informazione, pressioni sulla politica, modelli di business alternativi. Così il magnate australiano sta facendo la guerra ai due colossi

Federico Gennari Santori

Dal numero di pagina99 in edicola dal 27 ottobre e in edizione digitale

La guerra contro Google e Facebook ha un nuovo paladino. E il paradosso vuole che sia uno dei personaggi più discussi nel mondo dell’editoria: Rupert Murdoch. Non è la prima volta che il tycoon sfrutta canali tv, stazioni radio, quotidiani e riviste del suo impero mediatico, News Corp, per bersagliare quelli che ritiene essere i suoi nemici. Da qualche tempo, però, nella sua lista nera sono entrati anche i due colossi digitali.

Molti giornali di proprietà di Murdoch hanno dato particolare rilievo alla circolazione di notizie false e allo scarso controllo di Google e Facebook sulla pubblicità mostrata all’interno delle loro piattaforme. Un esempio eclatante è stato quello del Times of London, che per un mese ha messo in luce il danno reputazionale subito dalle aziende che hanno visto apparire i loro spot su canali YouTube legati all’Isis e raccontato la circolazione indiscriminata di notizie false o materiali pedopornografici su Facebook.

La ragione di questa come di altre campagne è lo stesso che ha spinto molti altri editori a ribellarsi: Google e Facebook lucrano su «contenuti rubati» alle media company. Con la differenza che Murdoch ha deciso di attaccarli frontalmente. E ben prima che l’elezione di Trump e le interferenze russe facessero scoppiare il caso delle fake news. Perché – come esponenti di News Corp hanno sottolineato pubblicamente – qui non si tratta di etica ma di affari.

Del resto i numeri parlano chiaro: negli Stati Uniti la crescita dei ricavi pubblicitari provenienti dal digitale è andata per il 100% a Google e Facebook. Un duopolio di fatto che altri editori hanno in qualche modo finito per assecondare, puntando sulla diffusione dei propri contenuti sulle due piattaforme con l’obiettivo di massimizzare il traffico.

«Trarre guadagno premiando il clickbait a scapito del giornalismo professionale è un danno commerciale e sociale che preoccupa da anni, ma di fronte al quale molti sono rimasti supini», ha detto a BuzzFeed Robert Thomson, il ceo di News Corp che fin da subito ha optato per una strategia diversa. Così, il Wall Street Journal – acquisito nel 2007 – è stato tra i primi grandi giornali del mondo ad attivare un paywall sul proprio sito web, rendendo visibili la maggior parte degli articoli soltanto a pagamento: una scelta che si è tradotta in una contrazione del traffico, ma anche nella possibilità di non fare il gioco dei due giganti del web.

Ed era il lontano 2009 quando News Corp minacciò di permettere soltanto a Bing (il motore di ricerca targato Microsoft) di mostrare gli articoli di sua proprietà, e non a Google. Di recente la holding è apparsa tra i firmatari una lettera inviata al commissario europeo per la concorrenza Margrethe Vestager per sostenere la sua operazione fiscale ai danni della multinazionale. Ha anche aderito alla News Media Alliance, l’organizzazione che ha portato all’attenzione del congresso americano il «comportamento anticompetitivo» dei due colossi.

Il gruppo di Murdoch, inoltre, ha investito su AppNexus, una piattaforma per l’advertising programmatico nata in contrapposizione a quella di Big G, Double Click. Se è vero che lo scontro tra media company e colossi digitali è appena cominciato, l’editoria potrebbe non aver mai avuto tanto bisogno del magnate australiano. E, forse, anche dei suoi metodi poco ortodossi.

[Foto in apertura di Everett Collection / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti