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26 ottobre 2017

La nuova singolarità dell’energia

Nel giro di 20 anni, il solare e l'eolico cambieranno radicalmente il mercato energetico globale, dice Ramez Naam. Contrastando il cambiamento climatico

Andrea Daniele Signorelli

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Nel giro di vent’anni, la crescita esponenziale delle rinnovabili è destinata a travolgere l’industria energetica, un colosso da 6mila miliardi di dollari l’anno. L’innovazione tecnologica, sociale e di policy, sarà il fattore determinante di questa trasformazione e lo strumento più potente «per far fronte alla sfide poste dal cambiamento climatico». Ramez Naam è un ottimista.

Nato al Cairo 45 anni fa, è emigrato negli Stati Uniti quando aveva tre anni e nel giro di un paio di decenni è diventato uno degli scienziati informatici più ascoltati nella comunità internazionale, scrittore pluripremiato, docente alla prestigiosa Singularity University dove si occupa di ambiente, energia , tecnologia. Dopo 13 anni in Microsoft, ha deciso di dedicarsi prevalentemente alla ricerca, concentrando i suoi studi sul rapporto tra innovazione tecnologica e cambiamento climatico, e sostenendo lo sviluppo del business con la sua attività di angel investor per alcune delle più innovative startup energetiche.

«La disruption è cominciata e tutti i segnali indicano che non si arresterà», esordisce quando lo incontriamo alla Singularity di Milano. Una delle prime vittime eccellenti di questa “distruzione” è stata l’americana Peabody Coal, tra le più grandi compagnie carbonifere al mondo, fallita nell’aprile del 2016. «Non abbiamo smesso di produrre carbone, ma il picco è stato raggiunto nel 2013: da lì, la domanda è iniziata a calare, mentre la produzione no. I risultati sono sotto gli occhi di tutti», dice lo studioso, autore nella sua carriera anche di una trilogia fantascientifica, Nexus, tradotta in italiano. A determinare il fallimento dei colossi del carbone sono stati principalmente due fattori: la competizione crescente da parte del gas naturale e i regolamenti sempre più severi in materia di lotta al cambiamento climatico. Di conseguenza, un nuovo settore ha preso a crescere a ritmi forsennati: quello delle energie pulite e rinnovabili.

«Fino al 2001, l’energia prodotta dal vento era solo una nota d’appendice, adesso le cose sono drasticamente cambiate: negli ultimi dieci anni è cresciuta di 6,5 volte e grazie all’economia di scala il prezzo sta crollando: negli Stati Uniti, si è passati dai 57 centesimi di dollaro al kilowatt degli anni ‘80, ai quattro centesimi di oggi», spiega Naam. «Questo, però, non sta avvenendo solo negli USA, ma in tutto il mondo».

Lo stesso discorso vale per il solare: l’energia prodotta grazie alla nostra stella non accenna a rallentare la sua crescita, che nel giro di un solo anno è passata dai 302 gigawatt del 2016 ai 368 stimati per l’anno in corso; quasi 100 volte i 4 GW prodotti ancora nel 2000. «E anche in questo caso, il prezzo è letteralmente crollato: dai 77 dollari per kilowatt degli anni ‘70 ai 30 centesimi di oggi, una tendenza che non accenna a fermarsi», spiega sempre Naam, che già nel 2013, nel saggio The Infinite Resource, evidenziava il ruolo cruciale dello sviluppo scientifico e tecnologico nella lotta contro il cambiamento climatico. «La cosa che fa più impressione è che si tratta di infrastrutture fisiche che seguono il ritmo della trasformazione digitale».

Per l’Italia può diventare un’enorme opportunità: oggi, circa il 10% dell’energia consumata dal nostro paese proviene dal sole e dal vento, una percentuale che non può che crescere: «Anche solo fornendo di pannelli solari i tetti di tutti gli edifici che possono ospitarli, si arriverebbe a soddisfare almeno la metà del fabbisogno energetico» spiega lo scienziato. «E rimarrebbero comunque molte altre zone da utilizzare. La verità è che il vostro Paese, come anche la Spagna, dovrebbe esportare l’energia solare ai vicini, mentre al momento è ancora un importatore».

Un discorso simile vale per i paesi del nord Europa, che magari non sono baciati dal sole, ma possono invece fare grande affidamento sull’eolico: «Sono due energie complementari: il solare ovviamente si può raccogliere solo di giorno, principalmente d’estate e nei paesi dell’Europa del sud; l’eolico invece si raccoglie soprattutto di notte, maggiormente in inverno e nei paesi del nord.

Unendo queste due forme di energia in maniera efficace, l’Europa potrebbe garantirsi circa il 70-80% del suo fabbisogno. Questa unione è quella che potremmo definire la singolarità energetica». Quando si parla di energia solare, però, ci sono due obiezioni che vengono spesso fatte: da una parte, il fatto che la produzione di pannelli solari richiede un enorme costo in termini energetici; dall’altra, la scarsa densità di questo tipo di energia, che necessita di superfici molto ampie e non è facile da trasportare.

Ma sono due obiezioni che non scalfiscono le certezze di Naam, che da anni gira il mondo per sostenere la necessità di investire nelle rinnovabili e nell’innovazione: «Nel corso del suo ciclo di vita, un pannello solare – che peraltro diventa sempre più efficiente ogni anno che passa – produrrà circa 30 volte l’energia richiesta per produrlo, trasportarlo e installarlo; di fatto, si ripaga nel giro di sei mesi. Per quanto riguarda la densità, penso davvero che non sia un fattore importante: oggi solo sfruttando lo 0,5% delle aree terrestri si potrebbe fornire, con il solare, tutta l’energia di cui abbiamo bisogno. E se consideri che il 20% della superficie terrestre è costituita da deserti, si capisce che abbiamo a disposizione ben più spazio di quello che ci serve».

Per quanto riguarda il trasporto e l’immagazzinamento, invece, sono le batterie a giocare un ruolo fondamentale: «Quelle allo stato solido o quelle al litio hanno oggi delle capacità che fino a pochi anni fa si credevano impossibili, permettendo a robot e droni di funzionare anche per sei ore consecutive. E, anche in questo caso, il prezzo sta crollando: è sceso di circa cinque volte dal 2012 a oggi». Chi sicuramente crede nelle potenzialità delle batterie è Elon Musk, il fondatore di Tesla e Space X, che proprio pochi giorni fa ha annunciato che l’enorme fabbrica di batterie al litio (la più grande al mondo) che sta costruendo nel sud dell’Australia è ormai completa per metà.

Se si uniscono tutti questi aspetti, si capisce perché anche una società estremamente prudente come la IEA (International Energy Agency) non abbia fatto che rivedere al rialzo le stime sull’impatto delle rinnovabili. Dice Naam: «Non solo le ha continuamente riviste al rialzo, ma non è mai riuscita a indovinare le cifre corrette, perché erano comunque sempre troppo basse.

D’altra parte, quando già nel 2011 cercavo di convincere gli esperti di energia che il prezzo delle rinnovabili era desti nato a crollare, ben pochi mi davano ascolto». I primi effetti di questa trasformazione iniziano a vedersi un po’ ovunque: l’India ha annunciato di voler ridurre la produzione di carbone di 14 GW, Pechino vuole rendere elettrici i suoi 70 mila taxi nel giro di pochi anni e il Regno Unito ha recentemente dichiarato di voler eliminare diesel e benzina entro il 2040: «Ma ci sono altri esempi che mi piace portare», prosegue Naam. «Il Costa Rica, per dirne uno, ha investito tantissimo nelle rinnovabili, perché ha capito che il suo stesso ambiente era una risorsa fondamentale: oggi questa nazione funziona quasi solo grazie alle energie pulite. Un altro esempio di successo sono le Hawaii, che hanno un’altissima percentuale di utilizzo di energia solare e sono dei pionieri nell’uso delle batterie. Per loro, d’altronde, era una scelta quasi inevitabile: essendo un’isola sperduta nell’oceano, importare elettricità aveva dei costi altissimi».

Le incognite di questa grande rivoluzione verde non sono però poche e di poco conto, riflette Naam. «Come tutte le trasformazioni, ci sono delle vittime; non sappiamo per esempio come reagiranno nazioni come Russia o Arabia Saudita, che dipendono quasi interamente da gas o petrolio. In più, secondo gli analisti di Citi, la transizione verso le rinnovabili lascerà sottoterra, da qui al 2050, qualcosa come 100 mila miliardi di dollari in energie fossili non utilizzate, causando un enorme danno economico». Questioni fondamentali, che però impallidiscono di fronte al vero nemico dei nostri tempi: il riscaldamento globale.

La velocità della transizione verso le energie pulite sarà sufficiente a impedire che si avverino i cupi scenari più e più volte tratteggiati dagli scienziati? «Credo che dipenda tutto dal ritmo dell’innovazione: più rapidamente riusciamo a sviluppare nuove tecnologie e a rendere sempre più efficienti quelle già esistenti, più rapidamente procederà la transizione. Solo dieci anni fa, nessuno aveva la più pallida idea di quali fossero le reali potenzialità dell’eolico e del solare; oggi stiamo vedendo risultati incredibili, sotto ogni punto di vista. Dobbiamo continuare a innovare a questo ritmo».

[Foto in apertura di Tad Barker]

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