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28 ottobre 2017

David Rohde: «Solo i reporter ci salveranno dalle fake news»

Il direttore del New Yorker online: «Mai un presidente ha detto tante bugie. Ma noi non dobbiamo apostrofarlo. Il nostro compito è raccontare il Paese fuori dalla bolla»

Gea Scancarello

Cinquant’anni, di cui 10 da inviato, sette mesi di prigionia, due premi Pulitzer vinti. Uno, nel 1996, per il lavoro investigativo fatto sul massacro di Srebrenica, dove arrivò prima di chiunque altro, raccontando su The Christian Science Monitor la pulizia etnica a danno dei musulmani bosniaci; l’altro, assegnato al team del New York Times di cui faceva parte nel 2010, per la capacità di informare i lettori su quanto accadeva in Pakistan e Afghanistan, Paese quest’ultimo nel quale era stato rapito dai Talebani riuscendo fortunosamente a scappare dopo mesi di detenzione (e dopo aver previsto, in un reportage scritto nel 2009, che l’estremismo degli affiliati alla rete di Haqqani sarebbe sfociato nel tentativo di costruire un emirato islamico: suona familiare?).

David Rohde, da pochi mesi direttore della versione online del New Yorker, forse il più influente tra i magazine americani, è insomma per formazione e spirito un giornalista d’altri tempi. Se non fosse che quei tempi, almeno in certi ambienti editoriali statunitensi, non sono passati di moda: la qualità, l’attenzione, la dedizione all’informazione come missione si stanno soltanto spostando progressivamente sul digitale («la carta resisterà, ma il futuro è Internet»). Il tempo per lui è una risorsa scarsa, ma la cortesia è tale da sedersi a chiacchierare a lungo davanti a un caffè – ne consuma parecchi: è un frequentatore dell’Italia – chiedendo scusa quando il cellulare, al duecentesimo squillo, lo costringe a distrarsi dalla conversazione…

 Continua sul numero di pagina99 in edicola dal 27 ottobre e in edizione digitale

[Foto in apertura di Doug Mills / The New York Times / Contrasto]

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