Seguici anche su

24 ottobre 2017

Perché è lecito avere paura

Restituiamo dignità di sentimento a un istinto che fa parte di un complesso sistema di autodifesa. Senza perciò cedere ai mercanti di terrore

Franco Cardini*

Dal numero di pagina99 in edicola dal 20 ottobre e in edizione digitale

«Non dobbiamo avere paura». Quante volte, nei casi recenti di terrorismo, abbiamo detto o ci siamo sentiti ripetere questa fatidica frase? Certo, non dobbiamo: i terroristi vogliono proprio questo. Sanno, infatti, fino a che punto la paura sia cattiva consigliera e induca a passi falsi. Non dobbiamo, certo: ma è una parola. Meglio sarebbe forse precisare: non dobbiamo mostrare di aver paura. E celare la paura è uno dei modi, forse il più immediato, per controllarla.

La paura è un sentimento naturale, fa parte della nostra umanità e dell’animalità che dell’umanità è un aspetto: mettete accanto al cagnolino o al gattino la loro rispettiva madre, e la paura svanisce immediatamente per dare spesso luogo addirittura a forme di audacia e di aggressività. Chi scrive, ormai ultrasettantenne, ha fatto in tempo a ricevere un’educazione tanto familiare quanto scolastica nella quale ai giovani o addirittura ai piccoli di sesso maschile s’insegnava a nascondere gli effetti tanto del dolore quanto della paura: le bambine e le ragazze potevano piangere, tremare, implorare (anzi, faceva parte della loro “natura” e del loro fascino femminile), i bambini e i ragazzi mai.

Forse, in questo tipo di comportamento e di convincimento etico-pedagogico teso a esorcizzare qualunque possibile ombra di atteggiamento “effemminato”, agiva ancora il riflesso della “virile” pedagogia fascista (una canzone squadrista diceva: «A noi la morte non ci fa paura: ci si fidanza e ci si fa all’amore», dov’era visibile la memoria dell’eros kai thanatos romantico). Ma a monte di tutto ciò v’era il ricordo d’un’età militare ed “eroica”, che bandiva il senso della paura dal nòvero dei sentimenti dignitosi e decorosi e lo relegava tra quelli di cui ci si doveva vergognare.

Il recupero e la rivalorizzazione d’una vera o supposta “spontaneità” ha d’altronde consentito di constatare come dietro alla paura vi sia un esercizio indisciplinato del senso di conservazione. Qualcuno ha detto che «la paura deriva dall’eccessiva fantasia», che ingigantisce i contorni delle probabilità negative e ottunde al contrario i sensi inibitori, che facevano provar la “vergogna” di mostrarsi vili.

D’altronde il sentimento di paura deriva sovente da un qualunque complesso di natura psichica: ma, dopo Freud, Jung e Lacan dovremmo pure aver imparato una buona volta che i “complessi” non sono malattie dalle quali bisogna sempre e comunque “guarire” liberandocene, ma che bisogna invece sovente imparar semmai a controllare ma anche a conviverci in quanto fanno parte di un delicato e complesso sistema di autodifesa.

Già l’etica aristotelica e quindi cristiana insegnava la stessa cosa: quella che troppo spesso, con leggerezza, siamo portati a giudicar “paura”, altro non è che prudente giusto mezzo tra la viltà e il coraggio eccessivo e irriflesso, quella forma d’incoscienza molto prossima al cupio dissolvi indicata dalla parola latina audacia che poteva bensì esser lodata e venerata come qualità eroica, ma che di solito veniva sconsigliata al pari della prodigalità, eccesso della generosità e vizio uguale e contrario all’avarizia.

È d’altronde necessario, specie in questi nostri tempi di egemonia se non di tirannia mediatica, non cadere nei tranelli di chi vuol instillarci paure dalle quali tende a ricavare un vantaggio politico o sociale. Il presente ci sta proponendo uno dei più attivi e fecondi esempi di produzione della paura e di speculazione su di essa che siano mai stati attivi nella Storia. E ciò non solo in quanto molti sono in effetti i rischi che la nostra società sta correndo, ma anche perché molte sono le forze politiche interessate a seminare all’interno di essa i semi del disorientamento quando non addirittura del sospetto e del panico allo scopo di raccogliere immediato ed emozionale consenso politico.

Lo vediamo in quanti lavorano alla diffusione dell’islamofobia fondata su una percezione semplicistica, generica, disinformata e manichea che buona parte dell’opinione pubblica ha della realtà musulmana. Ma la diffidenza nei confronti delle culture “altre” dipende regolarmente da un insicuro possesso della propria: al contrario la conoscenza degli altri, accompagnata da una forte e fiduciosa consapevolezza della propria identità culturale, produce curiosità, interesse, comprensione, simpatia, amicizia, sicurezza. In altri termini, la prudenza e il riserbo sono sacrosanti. Ma debbono essere costantemente controllati: non possiamo lasciar che siano essi a controllarci. Secondo l’antico, aureo detto, non bisogna paura di avere coraggio.

*Storico, è tra i maggiori medievalisti europei

[Foto in apertura di Francois Le Diascorn / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti