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25 ottobre 2017

Il mondo arabo cerca libertà, Facebook è la sua guida

I social sono ormai il principale canale attraverso cui ci si informa e si esprimono le proprie opinioni, rileva un sondaggio. Che riguarda per lo più autocrazie

Paolo Bottazzini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 20 ottobre e in edizione digitale

L’informazione è democrazia, e Facebook è il suo profeta. Ma un po’ lo sono anche WhatsApp, Twitter e YouTube. Persino Instagram e Snapchat fanno la loro parte. Sembra che nel corso della Primavera Araba i social media abbiano contribuito a diffondere la protesta, e a manifestare l’esigenza del rinnovamento – sebbene i risultati abbiano deluso le speranze di una svolta liberale.

Secondo l’indagine annuale condotta dalla Northwestern University in Qatar, L’uso dei media nel Medio Oriente, nel 2017 solo in Libano più della metà degli intervistati ritiene che Internet rappresenti un territorio di libertà di espressione sui politici. In Qatar il valore scende al 13%, in Giordania al 29%, negli Emirati al 30%. Nonostante le difficoltà, le piattaforme di condivisione online non hanno smesso di svolgere il loro lavoro, e rappresentano la fonte di accesso alle notizie più in uso nei Paesi arabi.

 

Stampa e regime

Per di più, i giornalisti godono in quest’area di un credito che in Occidente hanno perso da tempo. Negli Usa solo il 32% degli intervistati per il sondaggio Gallup afferma di confidare nella validità della ricostruzione dei fatti proposta sui media; negli Emirati la percentuale decolla fino all’88%, in Arabia Saudita al 78%, in Libano e in Giordania al 64%, in Tunisia al 56%. Componendo il risultato sulla libertà di espressione con quello sulla plausibilità dell’informazione, si è autorizzati a domandare cosa possa capitare a chi dichiara di non riporre fiducia nelle fonti di notizie alimentate dallo Stato, o dai famigliari dei politici più influenti del Paese.

 

Il web sfida la tv

Tra i media, la televisione seduce ancora più di tutti gli altri: il 93% degli intervistati la denuncia come un dispositivo di uso quotidiano, e per il 78% rappresenta anche l’accesso consueto alle notizie. Il fascino del piccolo schermo però è in calo, visto che negli ultimi quattro anni il suo potere di attrazione si è contratto del 5% – a tutto vantaggio di Internet, la cui popolarità è cresciuta nello stesso periodo dal 63% all’84%.

La Rete non è ancora riuscita a farsi accettare dalle fasce di popolazione con grado di formazione più basso: solo il 31% di chi ha frequentato al massimo i primi anni di scuola dichiara di navigare online ogni giorno; un’abitudine acquisita invece dal 90% di chi ha frequentato il liceo, e dal 97% di chi si è iscritto all’università.

Se si scende nel dettaglio dei singoli Paesi, la penetrazione di Internet può essere maggiore di quella registrata negli Stati Uniti, dove è ferma all’88%: in Libano e in Arabia Saudita è al 91%, in Qatar al 95%, e negli Emirati arriva al 99%. Nonostante la fede grillina nella forza liberatrice della Rete, il rapporto tra Internet e democrazia rimane controverso.

I giornali faticano ormai ad imporsi come fonte di informazione: solo il 25% degli intervistati ne acquista almeno uno. La forbice va da un massimo del 37% tra i laureati, a un minimo dell’8% tra chi ha sostenuto gli studi elementari. Tuttavia – e questa è la sorpresa – il 77% di coloro che hanno partecipato al sondaggio accede alle notizie tramite il cellulare; il 67% compie questo rito ogni giorno.

Il Pew Research ha rilevato, nella sua ricerca pubblicata lo scorso 7 settembre, un dato simile negli Usa: due terzi degli intervistati hanno riconosciuto il loro debito informativo nei confronti dei social media, ma questa dipendenza è definita «molto forte», non quotidiana – come invece accade in Medio Oriente. Il 77% degli americani dispone di un cellulare; il 99% degli abitanti degli Emirati ne possiede almeno uno. Il valore scende di poco in Qatar, al 95%; al 93% in Arabia Saudita, al 91% in Libano. La società mediorientale cammina su un mare di chiacchiere.

 

Il ruolo dei social

I social media garantiscono la provvigione quotidiana di notizie al 79% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni, al 77% dei soggetti tra 25 e 34 anni; scendono al 68% tra i 35 e i 44 anni, per crollare al 37% sopra i 45 anni. Facebook è la piattaforme preferita: è la fonte di informazione per il 40% degli intervistati; seguono WhatsApp e YouTube, tra il 28% e il 25%. In Arabia Saudita, in realtà, quasi la metà degli intervistati riferisce di accedere alla conoscenza dei fatti attraverso una condivisione diretta di messaggi: per questa ragione WhatsApp si afferma come la fonte privilegiata di conoscenze.

Un fenomeno simile, anche se più contenuto, si verifica in Qatar e negli Emirati (con una percentuale di poco inferiore al 40%). D’altra parte, metà dei sauditi esprime timore per il rischio che il governo violi la privacy delle comunicazioni online; solo il 12% dei sudditi del Qatar, e il 18% di quelli degli Emirati, sembrano condividere questa ansia.

 

La politica, che passione

Il tema che appassiona di più è la politica, soprattutto in Giordania e Libano. Seguono l’intrattenimento e l’arte, che fanno proseliti in particolare in Arabia Saudita e in Qatar; poi lo sport, con i suoi cultori in Tunisia e negli Emirati. L’indagine ha coinvolto alcune delle nazioni più alfabetizzate del Medio Oriente: tranne la Tunisia, dove un quarto delle donne non ha mai beneficiato di alcun tipo di scolarizzazione, gli altri Paesi contano su un grado di preparazione alla lettura superiore alla media Unesco, attestata nel 2015 all’86,3%.

I risultati avrebbero subito forse una distribuzione diversa se fossero stati considerati l’Egitto, o l’Algeria, o l’Iraq, dove l’analfabetismo femminile oscilla tra il 33% e il 27%. Nel Paese dei faraoni la penetrazione di Internet si ferma al 50% della popolazione, quella dei cellulari al 57%. Il Medio Oriente arabo non è un’area omogenea; la accomuna comunque la fede nell’informazione e nel giornalismo. E una gran fame di social media.

 

[Foto in apertura di Luca Sola / Contrasto]

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