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18 ottobre 2017

Startup, gli unicorni cinesi arrivano in bicicletta

A Milano le due ruote di Mobike e Ofo, a Londra Taxify. Il governo punta forte sulle imprese tecnologiche insidiando il primato della Silicon Valley

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal numero di pagina99 in edicola dal 13 ottobre e in edizione digitale

Biciclette rubate, danneggiate, “prese in prestito”. Quasi tutti abbiamo avuto una bici, e quasi tutti abbiamo imprecato quando un giorno qualunque non l’abbiamo più trovata al suo posto. Non tutti però abbiamo avuto la stessa intuizione di Dai Wei che, ancora studente universitario, ha pensato di montare un Gps sul suo veicolo a pedali per poterlo controllare dallo smartphone. In un attimo l’idea è diventata una startup e le bici con Gps hanno invaso i campus universitari di Pechino.

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Era il 2014 quando nasceva Ofo (le due “o” del marchio rappresentano le due ruote). In poco più di tre anni ha distribuito oltre sei milioni di bici in cento città cinesi e, con l’aumento di capitale da 700 milioni di dollari foraggiato da Alibaba, si prepara a invadere il mondo con le sue due ruote gialle. L’obiettivo sono 20 milioni di veicoli per 200 città in venti Paesi nel mondo entro la fine dell’anno.

In Cina Ofo ha una ventina di competitor. Il più grande è Mobike che, spalleggiato da Tencent, fa più o meno gli stessi numeri e condivide la medesima strategia di espansione. A Milano Ofo e Mobike sono sbarcate quest’anno e hanno subito iniziato a farsi la concorrenza. Ma non è detto che alla fine, per battere definitivamente gli altri competitor, possano fondersi. Una strategia che abbiamo già visto percorrere in Cina dagli Uber locali che si sono fatti guerra sui prezzi a colpi di sconti per quasi un anno per poi decidere di fondersi in un’unica gigantesca azienda, Didi Chuxing, da poco arrivata in Europa attraverso l’estone Taxify, su cui ha deciso di investire. Ma andiamo con ordine.

 

Cavalcando unicorni

Nel 2010 quasi ogni startup valutata sopra al miliardo di dollari – i cosiddetti “unicorni” – era statunitense o europea. Sette anni dopo un “unicorno” su tre è cinese. A delineare i nuovi rapporti di forza nel settore è l’ultimo rapporto del Boston Consulting Group. Anche in questo campo la Cina si va imponendo a ritmi sostenuti. Non a caso, proprio la velocità è uno degli aspetti fondamentali delle “caratteristiche cinesi”, ovvero quelle peculiarità che hanno trasformato il socialismo di Stato in una (dubbia) economia di mercato che si fa (discusso) alfiere della globalizzazione. Per il resto, come sottolinea il vicepresidente della camera commercio italo cinese Fu Yixiang, «è questione di numeri».

La Repubblica popolare ormai ospita 710 milioni di internauti, più di quelli statunitensi e indiani messi insieme, e il volume dei pagamenti da mobile è quadruplicato nell’ultimo anno arrivando a 8.600 miliardi di dollari contro i 112 americani. D’altronde la maggior parte del popolo cinese è approdato allo smartphone senza quasi passare dalla navigazione internet su pc.

Gli attuali 98 unicorni cinesi valgono 350 miliardi di dollari. E se hanno iniziato replicando idee e modelli della Silicon Valley, oggi la sfidano in diversi campi creando aziende che non hanno eguali in Occidente. E che in Occidente sbarcano. Per loro l’Italia è una meta privilegiata: «Turismo e moda attraggono i cinesi», spiega ancora il signor Fu, sottolineando come comunque «molte delle strategie di espansione di queste aziende, si rivolgono ancora al mercato che le ha cresciute».

 

In Europa per guardare alla Cina

Inserire Alibaba tra i luoghi dello shopping online dei consumatori italiani «non è tra le nostre mission» conferma Rodrigo Cipriani Foresio direttore del gruppo per il Sud Europa. Nonostante l’Italia sia stato il primo Paese europeo in cui Alibaba ha aperto una controllata nell’ottobre 2015, ancora oggi «dobbiamo spiegare alle aziende italiane la sua filosofia e il suo ecosistema che è molto articolato. Sul nostro marketplace viaggiano circa 1,2 miliardi di prodotti, o sai ricavarti una nicchia o, anche se il mercato cinese è un’opportunità, scompari».

«Essere nuovi, diversi, e per giunta cinesi, in Europa non aiuta e inoltre quelle relative all’uso dei social o delle app sono abitudini difficili da sradicare», spiega Andrea Ghizzoni, direttore di Tencent Europa. Ma non sarà sempre così. «WeChat in Cina vince perché è Internet, è il portale d’accesso a una serie di servizi che oltre alla chat offrono social, edicole digitali, game store, app, telefonia, multimedia, servizi di pagamento… La strategia di Tencent a lungo termine prevede di montare anche in Europa tutto questo ecosistema, come peraltro stanno facendo Facebook o Google».

 

Le ragioni del successo

C’è da dire che i campioni hi-tech cinesi sono cresciuti protetti dalla competizione internazionale. Baidu è nato come alternativa a Google, Alibaba come risposta a Amazon e Tencent a Messenger. Le Bat, questo l’acronimo dei tre colossi, si sono poi con il tempo diversificate, favorendo la nascita di aziende che gli stanno rubando la scena. Didi Chuxing, il cosiddetto Uber cinese, e Ofo, il Car2Go delle bici, sono solo i nomi più noti. La rapidità con cui le aziende innovative penetrano il mercato cinese non ha pari nel mondo e le radici alla base del loro successo sono le stesse che hanno trasformato la Repubblica popolare nella seconda economia del mondo.

Innanzitutto il territorio è cosi vasto e la popolazione così numerosa da permettere un’economia di scala senza nemmeno dover pensare di espandersi all’estero. Inoltre la cultura, le infrastrutture e le politiche sono relativamente omogenee. Pensate, per farvene un’idea, a un’Europa che parli la stessa lingua e sia soggetta a uno stesso ordinamento. Inoltre la classe medio-alta cinese è più giovane e vogliosa di sperimentare tecnologie del suo corrispettivo occidentale. Se il tipico acquirente di Audi in Germania ha superato i cinquant’anni, in Cina ne ha appena trenta, sottolinea giustamente l’Economist.

 

Da sudditi a consumatori

Un elemento tutto cinese è invece che decenni di immobilismo guidato da aziende di stato che servivano gli interessi politici senza curarsi di quelli dei cittadini, hanno contribuito all’entusiasmo dei cinesi per ogni azienda innovativa che mettesse il consumatore al primo posto. Secondo alcuni analisti di mercato, gli imprenditori dell’Internet cinese hanno contribuito in modo indiscutibile alla transizione (in parte ancora in corso) dall’economia di mercato a quella dei servizi. Dal Made in China al Created in China, come ama sottolineare la leadership.

L’ultimo trend è quello sanitario. AliHealth, WeDoctor, Venus Medtech, ma soprattutto iCarbonX che, fondata da un genetista che lavorava nel pubblico, vuole creare un avatar digitale dal genoma di ognuno dei suoi clienti in modo da diventare leader della medicina predittiva. Per l’Economist è forse l’azienda che ha più potenziale globale e, in ogni caso, si è già assicurata un record: in soli sei mesi, grazie ai finanziamenti di Tencent, è diventata un unicorno. Per ora è stata la più veloce al mondo a raggiungere questo traguardo. Inoltre, grazie alla partnership con Tencent può accedere ai dati raccolti da WeChat, il social network più utilizzato in Cina che raccoglie tra le sue funzioni anche quelle di portafoglio elettronico, diventando così un accesso quasi senza confine alle abitudini di ogni singolo utente.

«Bisogna però ricordare che siamo in una fase di passaggio», ci risponde l’analista del Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina Alberto Rossi quando gli chiediamo se si immagina una presenza più visibile degli unicorni cinesi in Europa nei prossimi anni. «Per diversi motivi, Europa e Cina si stanno chiudendo. Nel breve periodo ci dobbiamo aspettare una decrescita degli investimenti cinesi, eccezion fatta per alcuni settori mirati che deciderà il governo cinese stesso». E aggiunge: «Anche se questo caso non parliamo di aziende di stato, ma di privati, sappiamo tutti quali sono le caratteristiche cinesi. L’abbiamo visto quest’estate. È bastato un presentatore della tv di Stato che sollevasse dubbi sugli investimenti “irrazionali” di Suning per farne crollare le azioni in borsa». Con la stessa facilità la celebrata Silicon Valley cinese potrebbe rivelarsi una cattedrale nel deserto.

 

[Foto in apertura di Jason Lee / Reuters / Contrasto]

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