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16 ottobre 2017

La sinistra in tv è già un partitino del 3%

In attesa del responso delle urne, è flop a reti unite: il ritorno di D’Alema vale poco più di 800 mila spettatori, Pisapia assente. Ma la crisi è anche del mondo culturale

Paolo Martini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 13 ottobre e in edizione digitale

Ce n’est qu’un début, amano ripetere dal ’68 i nostalgici delle barricate. Vero, ma per continuare le combat, converrà rapidamente cambiare strategia. La lunga campagna elettorale per le elezioni del 2018 è partita con enormi ambizioni e scene madri, soprattutto a sinistra, ma non sembra che smuova affatto l’interesse degli italiani in tv.

 

Baffino grigio

Prendete il caso limite di Massimo D’Alema, che è il più facile, ma è pur sempre il più clamoroso. Per il suo rientro televisivo in grande spolvero, D’Alema ha scelto la sera in cui è stato annunciato «lo strappino Mdp con il governo» (definizione doc di Bruno Vespa, che persino lui, ha ricavato un misero 6,82 per cento nel primo Porta a Porta a tema, nonostante la presenza del ministro Del Rio).

Il fu leader Maximo si era scelto la comoda sedia di casa, su Raitre, a Carta Bianca e quelli della redazione della Berlinguer avevano pensato bene di schierare in soccorso un pugno di personaggi di spettacolo: per compensar Baffino, si sono aggiunti Alberto Angela e Lorella Cuccarini, alla compagnia di giro dove figurano già stabilmente Geppy Cucciari e Flavio Insinna. E non c’erano le partite della Champions League a disturbare il pubblico maschile… Risultato? Un bottino pari a 839mila spettatori, il 3,84 per cento (poco sopra un’ipotetica soglia elettorale, è vero, ma tutti quei “tvsorrisi&cazzoni” nelle liste Mdp non ci saranno mai…). Del resto, per approfittare della situazione, Ballarò su La 7 ha schierato nientemeno che un attore comico, Lino Banfi, tanto se si candidasse di “collegio elettorale” sarebbe pure concorrente di D’Alema, in Puglia.

Bianca Berlinguer aveva cominciato un po’ meglio Cartabianca, con Matteo Renzi, la settimana precedente. Il faccia a faccia era particolarmente ghiotto dato che il leader democratico accettava di sfidare per la prima volta il volto berlingueriano più simile a papà Enrico che ci sia in circolazione. Ma, dopo più di un’ora di duetto Berlinguer-Renzi, l’Auditel segnava un modesto 4,9 per cento.

Siamo ben lontani dagli ascolti di Renzi pre-referendum: a Otto e mezzo, uno dei programmi che sta maggiormente risentendo di questa fase di declino della sinistra in tv, Renzi era arrivato anche al 9,34 per cento, nella puntata scontro con Marco Travaglio, e le presenze su La 7 del leader dem dopo il telegiornale hanno stabilmente fatto salire di un punto abbondante la media che fu del programma di Lilli Gruber al massimo fulgore (7,4 contro 6,1). Quest’anno il salotto della riverita Rossa Signora dell’Informazione fa anche degli scivoloni al 4 per cento, come lunedì 9 ottobre con Piero Fassino a discutere di Pisapia e Renzi (ma quando c’è la Nazionale sono guai per tutti).

 

Niente schermi per Pisapia

Non è che se la passi tanto meglio nemmeno la sinistra radical-chic tendenza Pisapia. L’avvocato Giuliano, alle comparsate televisive, preferisce le accoglienti onde fm di Radio Capital o il giornale della casa madre, La Repubblica. C’è tutto un florilegio di casi emblematici sull’impasse della sinistra-sinistra, o sedicente tale, che si possono citare, sempre guardando al termometro degli indici d’ascolto televisivi.

L’icona morale degli ultimi anni, Roberto Saviano, non si scosta più dalle piccole percentuali; l’esordio molto pubblicizzato del suo Kings of Crime per il gruppo Discovery ha superato la soglia del milione di spettatori solo se si sommano le messe in onda su 5 canali (Nove, Real Time, Dmax, Focus e Giallo): al netto delle repliche, gli spettatori effettivi sono stati 806mila.

Non paga la solennità tragica, ma nemmeno lo snobismo ironico: il caso più eclatante è la nuova striscia quotidiana di Skroll, su La 7, che per ora appare come un flop irrilevabile (0,6-0,8 quando va bene). E la compagnia di giro della Roma post-veltroniana, che ha scelto di rifare Gazebo a La 7 con il titolo pre-elettorale Propaganda, non si è schiodata da un modestissimo 3 per cento all’esordio, e dal 2,4 alla seconda prova (ancor più ardua, perché contro la Nazionale e quindi anche con un traino di Otto e mezzo invero modesto, del 3,4 %). Un altro esempio: quando va Fuori Roma l’ex direttora dell’Unità Concita, Raitre scende anche all’1,2 e 1,9 per cento, nonostante la concentrazione di teste autorali De Gregorio-Paolini (Concita stessa con accanto Gregorio Paolini, sì l’autore del caro, vecchio Target con Gaia De Laurentiis).

 

Dolori Auditel

A questo punto ci vuole un po’ di pazienza, perché una piccola parentesi tecnica è indispensabile. L’Auditel ha appena aggiornato gli ascolti televisivi, con l’introduzione del cosiddetto Super-Panel: sono stati messi in funzione più di quindicimila meter, per la rilevazione automatica del comportamento di un esauriente campione di famiglie, e in precedenza gli esperti hanno tentato di profilare al meglio questa fetta rappresentativa del pubblico totale e degli italiani. Il che si è tradotto, in dati sulle singole reti tv, in un atout per i canali digitali dall’8 in poi, precedentemente penalizzati da una ricerca meno attendibile.

Inoltre, spiegano gli analisti come Emanuele Bruno, «il campione più numeroso garantisce in genere una minore varianza (ovvero ci sono meno picchi) e ora i dati sono più affidabili anche sui numeri più risicati». Già al primo bilancio settembrino, ecco dunque profilarsi un forte incremento di Tv8 e in generale delle digitali, a fronte di un ridimensionamento de La7 e di Raitre in particolare. Che sono peraltro anche le reti politicamente più caratterizzate.

 

Baricco flop

Aldilà dei magheggi sull’Auditel, che ci sia comunque un grave problema specifico di linguaggio e di sintonia con gli italiani, per la comunicazione di sinistra, lo spiega anche un altro esempio singolare di questo avvio di stagione televisiva, la serata Furore che segnava il ritorno di Alessandro Baricco. Il grande affabulatore letterario di Pickwick e di Totem, ha scelto un capolavoro di John Steinbeck per parlare di emigrazione, di crisi e di povertà. E ha raccolto 555mila spettatori, il 2,2 per cento, chiudendo allo 0,9! È vero che il prodotto, televisivamente parlando, era davvero imbarazzante, forse perché l’ex direttore di Raitre Daria Bignardi ci ha voluto metter del suo, impacchettando la serata con regista e scenografa delle Invasioni Barbariche.

Ma l’argomento e il canovaccio erano pur sempre formidabili, il mediatore culturale più che sperimentato e conosciuto: decisamente imparagonabili, per esempio, ai contenuti del talk nel campo rom con Maurizio Gasparri allestito dal programma concorrente di Retequattro Quinta Colonna con Paolo Del Debbio, che però ha raccolto più del doppio di pubblico (4,6 per cento).

È dunque tornata «la sinistra antipatica, da complesso di superiorità morale»? Il sociologo Luca Ricolfi lo aveva teorizzato ormai più di dieci anni fa, e poi lo ha ripetuto persino Oscar Farinetti all’ultima Leopolda, ma Renzi era troppo distratto a gongolare per l’intemerata psicanalitica di Recalcati contro Bersani e D’Alema e «la sinistra pietrificata nella fascinazione masochistica e nel godimento per la distruzione».

Se vi manca la prova finale di che brutta aria tiri in tv per la politica di sinistra e per i leader che furono del Pd, ecco pronto l’esempio di Crozza, ritornato alle grandi platee di Raiuno per lanciare con la sua copertina Che Fuori tempo che fa di Fabio Fazio, al lunedì in seconda serata. Ebbene, per il personaggio forte, gli autori di Crozza non gli hanno certo fatto indossare di nuovo la maschera di Renzi, come a Sanremo, e nemmeno quella di una Fedeli o di un Minniti, come su La9 (dove Fratelli di Crozza peraltro fatica a farsi largo). E hanno pescato un vero “antipatico di richiamo”: Sergio Marchionne. Buona la prima, picco Auditel al 16,4 per cento.

 

[Foto in apertura di Tania / A3 / Contrasto]

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