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17 ottobre 2017

Negroland, memorie d’una nera perbene

Arriva in Italia Negroland , autobiografia in cui Margo Jefferson descrive l’upper class afroamericana. Integrata e politicamente irrilevante

Giulio D'Antona

Dal numero di pagina99 in edicola dal 13 ottobre e in edizione digitale

Tra le immagini più famose della campagna presidenziale del 2008, che vedeva candidarsi Barack Obama contro John McCain, ci sono i seggi del Sud gremiti di elettori fino ad allora inediti: gli appartenenti alla classe operaia afroamericana, convinti a votare dalla prospettiva di aggiustare la politica a loro favore. Se non completamente, almeno un po’. A lungo si è detto che a loro, più di qualsiasi altro americano acculturato e politicizzato, si deve l’elezione del primo presidente di colore nella storia del Paese.

Per uno strano e crudele contrappasso, nel 2016, quando c’è stato da scegliere tra Donald Trump e Hillary Clinton, a votare ci sono andati i proletari bianchi che fino a quel momento non avevano avuto abbastanza fiducia nella politica da accordare la loro preferenza a nessun candidato. Nel frattempo, i neri delle periferie da Brooklyn a Inglewood si erano disinteressati di nuovo, di fronte a un democratico poco affine alle loro esigenze.

Tra questi scenari si aggira un fantasma: lo spettro della classe media afroamericana, che ha sempre votato e continuerà a farlo. I neri dei quartieri borghesi, i professionisti, le minoranze nelle università non per meriti sportivi, la classe politica e aristocratica che non sposta le preferenze perché, statisticamente e per la cronaca, non esiste.

Nel suo memoir dal titolo Negroland – in Italia per 66thand2nd e la traduzione di Sara Antonelli – la critica teatrale del New York Times Margo Jefferson, premio Pulitzer nel 1995, racconta cosa vuol dire crescere in quel vuoto sociale, tra lo snobismo e l’onore. «Troppo neri per i bianchi e troppo bianchi per i neri, senza aver fatto niente di male né agli uni né agli altri», per metterla con il romanziere Percival Everett, che aveva affrontato lo stesso tema in Cancellazione.

Jefferson è nata alla fine degli anni Quaranta, figlia del primario di pediatria del più vecchio ospedale afroamericano d’America e di una socialite impiegata nei servizi sociali. Ha frequentato le migliori scuole private, imparato a suonare il piano, è stata iscritta a diversi club esclusivi, tanto alle superiori quanto al college, si è distinta come sportiva e come attivista. Laureata alla Columbia e poi alla Brandeis, ha imparato dai suoi genitori che le buone maniere e la corretta dizione non sono soltanto un’ottima abitudine, ma anche il mezzo per convincere gli altri della propria affidabilità.

L’ambiente in cui si è formata è l’eccezione delle eccezioni, ma anche l’espressione più radicale dell’integrazione, al punto da occupare un’intercapedine quasi invisibile agli occhi della società. «Eravamo la corruzione della razza», scrive a un certo punto. «Una deviazione oscena che si accontenta di imitare asetticamente i bianchi e dimenticare la cultura nera».

La percezione della classe media afroamericana è spesso deviata: considerata dai proletari neri come un abominio storico e dai bianchi agiati come la conseguenza di un arrivismo poco consono. Eppure, rappresenta anche un punto di arrivo fondamentale per il lungo e tortuoso cammino dei diritti civili. Ha detto una volta l’ex segretaria di Stato del governo Bush “Condi” Rice: «Mi considero un’eccezione privilegiata, senza la quale molti non potrebbero aspirare alla normalità». E, nella sua diretta semplicità, ha colto nel segno.

Nel presentare la sua famiglia, Jefferson ne descrive le fissazioni aristocratiche, la passione per i guanti bianchi, i cappelli con la velina e le cene a sedere. Ma anche l’orgoglio di non dimenticare mai le proprie origini e il sincero disprezzo per l’ingratitudine. Rinunciare al privilegio di potersi permettere alcune comodità precluse alla gran parte degli afroamericani della metà del Novecento non era solamente un peccato, ma anche un disonore. Scrive di una ragazza che, rimasta incinta, aveva abbandonato il college: «Ha commesso un matricidio: ha distrutto la reputazione per la quale sua madre, sua nonna e la nonna di sua nonna avevano combattuto dai tempi della schiavitù».

In questi giorni, negli Stati Uniti, è uscita in libreria la raccolta di saggi We were eight years in power del vincitore del National Book Award Ta-Nehisi Coates, che analizza la posizione politica degli afroamericani durante l’amministrazione Obama alla luce dell’elezione del «primo presidente veramente bianco» e del ritorno dell’odio razziale esplicito nel Sud del Paese. Coates, lamentando la scomparsa della coscienza politica e sociale da parte dei neri che l’avevano riscoperta con Obama, mette ancora più in luce la non-esistenza della classe media che non è riuscita a fare la differenza. Raccontando di come è passato dal lavorare all’ufficio di collocamento all’intervistare il presidente, poi, traccia una sorta di storia della propria intellettualizzazione, ponendosi automaticamente dalle parti dei fantasmi.

In Negroland Jefferson, che per tutto il libro si mantiene in punta di forchetta, lontana dalle esagerazioni e dall’autocommiserazione, compie il gesto più rivoluzionario possibile a partire dal titolo. «Uso la parola “negro” e non “nero” o “di colore”, perché credo che in questa parola ci sia ancora tutta la forza gloriosa della nostra storia», scrive. «È la parola della mia infanzia, ho dovuto vivere tutta la vita accanto al suo significato e alle sua implicazioni». Una presa di posizione ben più radicale della sofisticatezza di Coates, vicina a James Baldwin quando diceva: «Credono di insultarci, si limitano a darci una definizione». E se c’è bisogno di una definizione è questa, adesso, in America. La prossima volta potrebbe essere troppo tardi, anche per il fuoco.

[Foto in apertura di Spencer Grant / Getty Images]

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