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4 ottobre 2017

Gli zombie sono morti davvero

L’ottava stagione di The Walking Dead sta arrivando. Ma senza cadaveri ambulanti e la qualità di un tempo. Ecco perché segna la fine del rinascimento seriale americano

Paolo Martini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 29 settembre e in edizione digitale

La domanda retorica sorge spontanea, anche solo per come è stato annunciato l’episodio 100, con il manifesto dei nostri eroi pronti a combattere come una carovana accerchiata nei western. Ma gli zombie dove sono finiti? Sono finalmente morti per davvero? E dire che la serie s’intitola pur sempre The Walking Dead (TWD), ed è già pronto per l’ottava stagione (il 22 ottobre negli Usa su AMC, il 23 in Italia su Fox). Persino nel poster celebrativo dei cento episodi interi s’intravede giusto sullo sfondo, a destra, la maschera inquietante di uno zombie: uno di numero.

È passato un anno da quando la mazzata più pesante del nuovo villain Negan ha centrato gli ascolti e l’immagine di TWD. Autori e produzione annunciavano da mesi una svolta, per riportare allo splendore il più grande successo zombie della storia. A giudicare dal recap ufficiale, il livello non sembra così alto: «La guerra tra i nostri sopravvissuti e Negan sembra ormai alle porte.

Per la vittoria servirà molto di più che trovare nuove armi e nuovi combattenti: Rick e il suo gruppo verranno messi alla prova come mai prima d’ora. I sopravvissuti di Alexandria, Hilltop e del Regno dovranno unire le forze contro i loro oppressori, sconfiggendo una volta per tutte i Salvatori e il loro leader spietato, Negan». Ridotto a una tramina da gemello diverso di un qualunque Game of Thrones, TWD valica il culmine centenario accollandosi il rischio definitivo di un flop: se non è zombie, comunque vada sarà un insuccesso. Ecco perché.

 

E ora che dire di una banale guerra?

Snobbato e sottovalutato in quanto prodotto segnato da un sottogenere dell’horror, TWD ha conquistato un pubblico alquanto più ampio della nicchia costituita dai fan del cinema alla George Romero, un’immensità addirittura rispetto ai lettori del fumetto omonimo di Robert Kirkman da cui prende le mosse.

Appena il grande pubblico s’è incantato a seguire, chissà perché, questa classica storia americana di un gruppo di sopravvissuti alla ricerca di una seconda possibilità, in un nuovo mondo di nemici splatter e di pericoli, TWD ha scatenato la febbre dell’interpretazione. L’unica che può resistere oggi, di fronte alla svolta post-zombie di TWD, è che sia semplicemente il telefilm preparatorio di una nuova guerra per la sopravvivenza della nostra civiltà. Morale: l’Isis ha rovinato anche questo.

 

Rick l’Eroe è ancora in barella?

Le prime immagini fatte circolare di TWD 8 mostrano l’Eroe protagonista, Rick, steso sulla barella ospedaliera, quasi morto, così com’era uscito dalla settima stagione, e poi ancor più malato, sempre allettato, con una barba alla Cast Away. Saranno dolori, anche per gli spettatori, ma è improbabile che Rick non guidi la guerra: gli autori quindi alludono a un lungo flashback che seguirà la prima puntata. Lo showrunner Scott Gimple, il terzo in pochi anni, è subentrato come figura guida della serie alla quarta stagione, quando Rick da buono è diventato un quasi cattivo.

TWD ha chiuso il periodo del rinascimento seriale americano, cioè del teleromanzo che aveva trovato il primo grande protagonista in Tony Soprano, prototipo e quintessenza di tutti gli Antieroi che ne sono seguiti. TWD, muovendosi dentro la nicchia zombie e dichiaratamente rinunciando alle ambizioni letterarie, è tornata all’Eroe. Per tre stagioni, salvo poi rinnegarlo.

 

Non è più lo specchio della cultura alta

La figura di Rick Eroe buono era indovinata, anche perché rispecchiava, dal basso dell’horror-splatter televisivo, una sensibilità che stava maturando anche nella parte alta della cultura. We need heroes now, ha cominciato a ripetere Jan Fabre alla fine del 2011, già prima di Mount Olympus, in un testo chiave sull’attualità della tragedia greca (prologo dello spettacolo Prometheus-Landscape II) che invoca a liquidare ogni psicologismo per tornare al racconto di una storia eroica, «la biografia di un aristocratico creato da Dio».

E la ricerca ossessiva dell’eroismo in uno scopo, in un progetto, in «una lotta universale per una causa più grande di noi» per non finire schiacciati nel degrado etico della quotidianità, era la chiave del romanzo del 2014 di Dave Eggers, I vostri padri, dove sono?. Rick era il volto pop del montante neo-eroismo, fin quando, tra quarta e quinta stagione, AMC e Scott Gimple, travolti dal successo di pubblico, si sono fatti fagocitare da un antieroismo di maniera diventato canone commerciale.

 

Senza zombie, addio alla nuova danza macabra

McLuhan spiegò che le grandi danze macabre dipinte nella prima metà del ’500 dai Baschenis cantavano sì la peste, ma mettevano pure a tema l’arrivo della rivoluzione della stampa. TWD si era posto anche come il racconto perfetto dell’epoca post-televisiva, di un mondo che ormai vive e respira coi social media, mostrando che in questa epidemia iper-mediatica siamo tutti zombie per sempre. Per sopravvivere da umani – era la lezione di TWD – è necessario in qualche modo tornare selvaggi, premoderni, duri e sporchi come il deuteragonista Daryl. E, invece di allungare il selfie stick per ritagliar foto su Instagram o Facebook, bisogna saper brandire la katana per far saltare teste come Michonne.

 

Allungare il brodo è stato un autogol

L’anno scorso, quando TWD ha iniziato a perdere pubblico scivolando nel «torture porn sotto il tallone di Negan» (come ha scritto un critico americano), dall’AMC è partito l’ordine di tirare avanti in termini di tempo le singole puntate ancora da montare, come fanno le tv in Italia con i programmi di punta. Una scelta snaturante.

Nella settima stagione, che ha seminato per strada sei milioni di spettatori negli Usa, la battaglia è stata persa con episodi dilatati: espandendo le lunghezze da 60 a 70,80 e persino 90 minuti, si stravolge la natura stessa del racconto, saltano le regole classiche di costruzione, mutano il ritmo e la forza dei cliffhanger (preziosi agganci di suspense).

 

Quando il successo lede l’originalità

Carolyn Strauss – presidente HBO (divisione entertainment) dei capolavori The Sopranos e The Wire, che ha poi lavorato come produttrice di Game of Thrones – ha spiegato chiaro e tondo ad Alan Sepinwall (Telerivoluzione, BUR 2014): «Mentre agli albori alcuni tentavano imprese audaci, sotto i riflettori del successo tutti diventano più prudenti».

È la storia anche dell’AMC: esaurito il filone delle vecchie pellicole, si è fatta strada grazie all’originalità di Mad Men per poi sfondare con Breaking Bad e TWD (tuttora sono le serie tv più richieste anche su Netflix). Ma AMC s’è adagiato presto in una sorta di dorata sopravvivenza, puntando a moltiplicare in milioni gli spettatori (record di 17 per la prima di TWD 7), rifilandoci prequel, sequel o spin-off facili facili, come Fear the Walking Dead.

 

Il rinascimento finito in spazzatura

Per il primo decennio del terzo millennio il rinascimento seriale americano ha raccontato la nostra civiltà iper-consumistica, seppellita nei rifiuti, in chiave di autobiografia critica: si è aperto con Tony Soprano, il mafioso imprenditore nel waste business, e si è chiusa con gli incubi di TWD, dove gran parte dell’umanità stessa è spazzatura e i pochi superstiti possono consumare ormai solo la lotta per la sopravvivenza.

Da quando nel nuovo filone d’oro dell’industria televisiva americana si sono buttati in troppi, a partire dai colossi delle new economy (poco abituati a un processo creativo non automatizzabile), la sovrapproduzione di serie si è tradotta in una perdita di qualità. E nello snaturamento dell’ambizione a una funzione classica di romanzo borghese. Così alla fine anche il prodotto seriale si è assimilato alla società che voleva narrare: è diventato di scarto. La progressiva uscita dal genere zombie di TWD, in fondo, ne è stato il primo annuncio.

 

[Foto in apertura di Alan Clarke / Amc / Fox]

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