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2 ottobre 2017

Nella musica psichedelica la nuova droga è il digitale

Il festival di Liverpool dedicato al genere sorto negli anni ’60 ne rivela la mutazione. Addio acidi, oggi l’audio viaggia con il visual. E l’allucinazione si fa multisensoriale

Michele Casella

Dal numero di pagina99 in edicola dal 29 settembre e in edizione digitale

Ad osservare dall’interno l’evoluzione di una scena come quella psichedelica, verrebbe da pensare a un tradimento del suo principio ormai “classico”. Il susseguirsi di stilemi e l’arrivo della totale destrutturazione formale a cavallo degli anni Settanta hanno sciolto il movimento in un fiume di sottogeneri e interazioni, colmando perfino lo spazio fra realtà e paradisi artificiali per mezzo della digitalizzazione.

Il cartellone del Liverpool International Festival of Psychedelia 2017, l’evento tenuto lo scorso 22 e 23 settembre negli spazi post-industriali a un passo dall’estuario del Mersey, mette proprio in luce il carattere multimediale della scena, frutto di un approccio culturale ormai metabolizzato e rielaborato.

Dall’opera visuale alle dilatazioni di chitarre, dalla realtà virtuale al violento impatto fisico delle onde sonore, l’immaginario psichedelico si apre a una fruizione multi-codice, dove l’elettricità della musica sul palco viene amplificata dalla sincronicità dei vjing (i flussi video che supportano i tappeti sonori) sui led-wall.

Le direttrici principali restano comunque quelle di matrice rock, preferibilmente in versione live, dove concretizzare un’esperienza di pervasione sonora basata su loop e collisioni. Le performance del festival sono state distribuite in cinque location del Baltic Triangle, la storica area di Liverpool che funge oggi da quartiere creativo della città e capitale del cosiddetto “rinascimento psichedelico continentale”.

A fare da principali aggregatori sono state le band protagoniste della due giorni, un incrocio coraggioso di classico e moderno in stile britannico e statunitense. Primo nome a spiccare sul manifesto sono stati i Black Angels, osannati salvatori del nuovo rock e oppositori del sistema capitalistico, vera icona della nuova psichedelia grazie a 6 ottimi album pubblicati in 11 anni. Dopo aver attraversato lande sonore caratterizzate da evidenti atmosfere psicotrope, con il tour di Death Song hanno ottenuto il perfetto compromesso fra lo stridore degli accordi e la melodicità del cantato. Assieme a Telescopes ed Endless Boogie, i Black Angels ritrovano l’ispirazione catartica dei 13th Floor Elevators e la accentuano come da lezione post-rock, ribadendo un legame ancora saldo con l’esperienza di emancipazione uditiva degli anni ’60.

Il lato più rumoroso del festival sposta invece il confine concettuale fra performance e concerto, proiettando lo spettatore in un limbo di impeti e flash stroboscopici simile a quelli di una dreamachine. Assistere al live degli A Place To Bury Strangers significa farsi permeare da uno sconvolgente alternarsi di luce e ombra, un’esperienza di spaesamento cognitivo e spaziale a cui abbandonarsi fra i bassi roboanti. E se il trio di New York polverizza le fondamenta del classic rock per restituire concreta fisicità alle scariche di chitarra elettrica, gli Gnod provano a buttar giù le mura del palco al District con un’aggressione noise di proporzioni inaudite. Il suono si avventa sullo spettatore e lo sommerge con ritmiche dai bassi profondissimi, mentre le grida del frontman ripartono dal post-punk e svettano sulle cadenze marziali della batteria.

La new psichedelia possiede però anche un lato più armonico o, nel caso di Laetitia Sadier, più elegante, che prende spunto dall’eredità mesmerica degli Stereolab e si cristallizza in canzoni fieramente delicate. Alla raffinatezza della cantautrice francese si affianca la fresca dinamicità degli Once And Future Band, formazione che ribalta la psichedelia anni ’70 con tastiere vorticose e continui cambi di tempo. Il loro live, divertente e ottimamente costruito, si collega a quello di altre band come Magnetix e Duds, tutte pubblicate dall’etichetta discografica simbolo della psichedelia nel 2017: la Castle Face di Brian Lee Hughes, John Dwyer e Matt Jones. Proprio quest’ultimo prova a riunire la componente dopata con una vocalità alla Ian Curtis, salendo sul palco di Liverpool coi suoi Male Gaze e creando un ponte fra Inghilterra e California.

A completare uno spettro sonoro decisamente ampio c’è infine il versante creativo più spostato verso l’elettronica, dove una formazione votata alla saturazione digitale come quella dei KVB può precedere sul palco la collaborazione fra il downtempo radicale di Bug e le distorsioni senza tempo di Dylan Carlson. L’attitudine kraut di Fujiya & Miyagi scioglie le gambe su serrate linee di basso, mentre Andy Votel e Adrian Sherwood guidano le ore notturne verso un’incalzante danza all’insegna della contaminazione.

A mezzo secolo dal suo momento di massima diffusione culturale, il movimento psichedelico si stacca sensibilmente dall’abitudine all’uso di sostanze e sperimenta nuove strade prettamente contemporanee. Oggi le suggestioni cerebrali arrivano dalla rivoluzione digitale e il coinvolgimento del pubblico passa anche da un lavoro di produzione in cui audio e visual coesistono in uno spazio esperenziale libero di sperimentare. Un obiettivo forse dissimile dalle premesse dei fondatori del movimento anni ’60, ma senza dubbio rivitalizzato dalle infinite interazioni del contemporaneo.

[Foto in apertura di Keith Ainsworth]

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