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26 settembre 2017

L’arte di superare l’abitudine alla violenza

Nella società digitale la rappresentazione della brutalità è così pervasiva da inibire ogni sopportazione. Alcuni artisti contemporanei cercano un nuovo linguaggio

Francesco Tenaglia

Un giovane legge la storia, narrata in prima persona, di un vietnamita sfigurato da una bomba al napalm sganciata dall’esercito statunitense. Poi, rivolgendosi alla cinepresa, chiede allo spettatore: «Come mostrarvi il napalm in azione? Se vi facessi vedere le vittime, reagireste sbarrando gli occhi. Li chiudereste alle immagini, poi alla memoria. In seguito allontanereste i fatti e, infine, l’ambiente che li ha prodotti». Poi prosegue: «Posso solo darvi un’idea di come funziona», e si spegne, serafico, una sigaretta sul dorso della mano mentre la voce fuori campo dettaglia: «Una sigaretta brucia a quattrocento gradi centigradi, il napalm a tremila».

L’uomo è Harun Farocki, artista tedesco a cui Berlino tributa una grande retrospettiva – inaugurata presso la Neuer Berliner Kunstverein, il Savvy Contemporary, il cinema Arsenal e l’Harun Farocki Institut in concomitanza con la Berlin Art Week – e il cortometraggio è The Inextinguishable Fire (1969), saggio sulla guerra e sul mercato delle armi che pone questioni fondanti sulla relazione tra immagini e trauma, certificando l’impossibilità di elaborare e registrare correttamente eventi che eccedono la nostra soglia di sopportazione emotiva…

 Continua sul numero di pagina99 in edicola dal 22 settembre e in edizione digitale

[Foto in apertura di Andy Keate]

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