Seguici anche su

24 settembre 2017

Accogliente, sregolata e violenta: Rimini è molti film

La notizia degli stupri ha fatto il giro del mondo. Come su un set, quello che avviene qui è amplificato. Nel backstage, c’è la città degli anziani, dei migranti

Lia Celi

«La redazione era in un palazzotto a cinque piani nel centro di Rimini, nel corso che dà verso l’Arco di Augusto. Era un edificio dei primi anni Sessanta né bello né brutto, abitato in maggior parte da ragionieri, geometri, liberi professionisti». L’incipit del secondo capitolo di Rimini di Tondelli mi fa ancora sobbalzare come nel 1985. L’unico condominio corrispondente alla descrizione, in quella parte del Corso d’Augusto, è quello in cui abitavo io, due piani sopra la redazione della «Pagina dell’Adriatico» dove lavorava Marco Bauer, l’io narrante del romanzo.

Il fatto che casa mia fosse stata inserita in un romanzo di culto mi scocciava: quando uno scrittore decide di collocare una storia in un condominio così identificabile, forse dovrebbe chiedere il permesso agli inquilini. Oppure sfumare, confondere, come fece Gadda con il 219 di via Merulana, dove non c’è mai stato un Palazzo dell’Oro bensì, a memoria d’uomo, una bottega di tappezziere.

Ma con Rimini è sempre così: per chi non ci vive non è una città, ma una location, un luogo che non esiste veramente. Più che la Nashville dell’effimero anni ’80 di Tondelli, una specie di temporary-town aperta quattro mesi all’anno che, come i negozi a tempo, si caratterizza per i prezzi bassi, gli orari sballati, le insegne vistose e, da parte dei turisti-consumatori, un’ansia da evento che sfocia in comportamenti disturbati e disturbanti. Tanto sei in un posto che non esiste davvero, quindi «diamo alla vita un’ora perché al ritorno sembri nuova», come canta Gabbani…

 Continua sul numero di pagina99 in edicola dal 22 settembre e in edizione digitale

[Foto in apertura di Cira Moro / Laif / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti