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24 settembre 2017

Il rock non sta tanto bene

Un genere inattuale, ibridato, ignorato dal pop. È dagli anni Sessanta che ripetiamo questo mantra Ma c’è chi ancora può donargli un’altra primavera

Daniele Bova

Il rock è morto. È dagli anni Sessanta che ripetiamo questo mantra e alla fine è diventato come gridare al lupo: più ne certifichiamo il decesso, più ci rassicuriamo del fatto che sia vivo e vegeto. Ma ultimamente un indizio ci suggerisce di prendere la questione un po’ più seriamente. Non si tratta solo di constatare i recenti e dolorosissimi lutti, da Lou Reed e David Bowie; né di dare troppo peso alla progressiva musealizzazione di artisti che hanno fatto la storia, com’è avvenuto con l’apertura a Londra del British Music Experience, un’enorme mostra permanente sulla popular music britannica. Il dato rilevante è che la forma rock sta scomparendo dai canali mediaticamente più esposti. Il pop, eterno contenitore che ricicla a beneficio del grande pubblico i linguaggi musicali più vitali, oggi sceglie di non pescare più dal rock, ma di nutrirsi esclusivamente di sonorità black, dall’R’n’B all’hip hop, oppure di attingere dalla musica elettronica o da quella da ballo.

Oltre a scomparire come influenza maggioritaria, il rock ha bisogno di essere ibridato anche nei rari casi in cui emerge a livello più mainstream. Accade agli LCD Soundsystem (usciti da poco con American Dream) il cui Dna rockettaro si fonde alla dance; succede agli Arcade Fire, che per la produzione del loro ultimo album Everything Now hanno scelto, tra gli altri, Thomas Bangalter dei Daft Punk e Geoff Barrow dei Portishead; è pure il caso dei Radiohead – alle prese con la loro personale riscrittura della forma canzone tramite l’elettronica e la sperimentazione – e dei Coldplay, il cui pop rock multimilionario è passato attraverso la produzione degli Stargate, duo norvegese che ha plasmato il suono di generazioni di popstar (da Britney Spears a Katy Perry, passando per Beyoncé e Rihanna)…

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[Foto in apertura di Theo Wargo / getty images]

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