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25 settembre 2017

Compagni, riposatevi per il bene dell’economia

La nuova classe media conta 110 milioni di abitanti: vivono nelle città e stanno scoprendo turismo e consumi. «Non staccare mai fa male alla crescita»

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal numero di pagina99 in edicola dal 22 settembre e in edizione digitale

«Voglio andare a Guilin, ma quando ho i soldi non ho il tempo. E quando ho il tempo non ho i soldi». Era il 1995 quando uscì una delle canzoni pop che più hanno segnato l’immaginario cinese. Erano gli anni in cui l’Arricchirsi è glorioso cancellava con un unico colpo di spugna il maoismo e la repressione delle proteste di piazza Tian’anmen. Sempre nel 1995 veniva inaugurato il weekend: da un giorno di riposo settimanale si passava a due. Poi sono state introdotte le settimane di stop in occasione delle festività nazionali e infine, solo nel 2008, le ferie pagate. Nel frattempo, i cinesi si sono arricchiti davvero. O almeno una parte di essi.

Dagli anni Duemila i cittadini dell’ex impero di mezzo sono entrati nell’agognata “classe media” con un un ritmo incredibile, quello tipico della crescita a due cifre. Il pil pro capite è quadruplicato e, nel 2015, hanno addirittura superato per numero la controparte statunitense. Quasi 110 milioni di persone che possiedono una ricchezza compresa tra 50 mila e 200 mila dollari, secondo Credit Swiss. È molto, considerato che il reddito medio è di oltre diecimila dollari l’anno. Se negli anni Novanta i cinesi, memori di carestie e guerre, si salutavano con un «hai mangiato?», oggi si dicono: «dove vai a divertirti?».

È un fenomeno che coinvolge essenzialmente i colletti bianchi che vivono in città, dove il reddito medio è almeno tre volte più alto di quello delle campagne. La nascente classe media è giovane e urbana e ha voglia di riscattarsi da secoli di sacrifici e sofferenze. «Preferisco piangere sui sedili di una Bmw, che ridere sul portapacchi di una bici», diceva già nel 2010 una ragazza per rifiutare un pretendente in un format televisivo molto simile al nostro Uomini e donne. All’epoca sconvolse l’opinione pubblica, ma oggi è una frase che passerebbe inosservata.

Le cronache ci hanno abituato a iPhone Watch regalati al proprio cane, promesse d’amore a suon di «solo se avrai una casa e una macchina» e agli eccessi del consumismo più estremo. Le statistiche ci raccontano di un popolo sempre più votato al turismo, alla lettura e all’intrattenimento in genere. In fondo, è un business anche quello dei servizi.

«Smettetela di lavorare così a lungo», scriveva nel 2015 sul China Daily Wang Qi, un ricercatore della Normale di Pechino rivolgendosi ai suoi concittadini. «Fa male alla salute e alla crescita economica del Paese». Lai Desheng, il suo professore di riferimento, aveva appena condotto uno studio sulla media di ore lavorate. Tre le duemila e duemiladuecento l’anno contro una media di 1.770, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. «Sicuramente è stato uno dei segreti che hanno contribuito al cosiddetto “miracolo cinese”, ma ha creato diversi problemi, non ultimo la frequenza di incidenti sul lavoro, spesso causati proprio dalla stanchezza».

Ridurre le ore di lavoro aiuta ad aumentare la produttività e incide positivamente sui consumi, aggiungeva. Certo, perché questo accada bisogna aumentare i salari anche nelle sconfinate campagne. Ed è quello che sta succedendo. La media nazionale è passata da poco più di 80 euro al mese a quasi 300. Nelle metropoli siamo intorno a 1.100. La conseguenza è che il lavoro si sposta altrove, nell’entroterra più povero e nei vicini Paesi del sud est asiatico.

La crescita rallenta, ma nelle città esplodono le mode. Si moltiplicano le gallerie d’arte, i musei, le librerie, i cinema, le sale da tè, i ristoranti e i bar. Lo sport si è spostato dai parchi e dalle palestre pubbliche all’aperto a centri polifunzionali dove praticare yoga, lap dance o semplicemente correre su cyclette e tapis roulant con vista strada. Nascono come funghi ristoranti etnici e bio, si moltiplicano i neon, le discoteche e i club.

Anche il turismo ha cambiato faccia. Dai tour de force organizzati, grossomodo dentro i confini nazionali, a viaggi alla ricerca di avventura e di luoghi inesplorati. Ormai il turismo muove un giro d’affari che ha superato i 550 miliardi di euro annui, quasi 5 miliardi di spostamenti nazionali e oltre 120 milioni all’estero. Perché «l’etica del piacere non si esaurisce nel viaggio o in un incremento delle condizioni economiche», come spiega Xia Xueluan, professore di sociologia dell’Università di Pechino. «Saper godere del tempo libero incide direttamente anche sulla qualità della vita e sull’indice di felicità del Paese».

[Foto in apertura di Getty Images]

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