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22 settembre 2017

In Germania gli xenofobi dell’Afd spopolano su Twitter

Più di Merkel e Schulz, la formazione dell’ultradestra ha dominato il dibattito sui social. Grazie all’abilità dei suoi candidati e all’attivismo digitale dei sostenitori

Arcostanzo - Pagano*

Dal numero di pagina99 in edicola dal 22 settembre e in edizione digitale

Prima la Cdu di Angela Merkel, secondo, staccatissimo, il partito socialista di Martin Schulz. Il risultato del voto tedesco è da tempo dato come acquisito, tanto da spingere molti commentatori a bollare come “noiosa” questa campagna elettorale. Giudizio corretto se si guarda al dibattito sui grandi media tradizionali, assai meno se si analizza quanto avvenuto sui social, e su Twitter in particolare. Qui, mostra una ricerca condotta dall’Osservatorio EuVisions che anticipiamo su pagina99, a dominare la campagna è stato il partito di destra populista Alternative für Deutschland (AfD), il cui ingresso nel Bundestag rappresenterebbe la principale novità di queste elezioni.

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L’AfD – con i suoi slogan anti-immigrazione e il suo messaggio euroscettico – punta a diventare la terza forza in parlamento, fatto che aprirebbe molte incognite sulla formazione dell’esecutivo. Gli ultimi sondaggi lo danno intorno all’11-12%, in vantaggio sui liberali di Fdp, la sinistra di Die Linke e i Verdi, che oscillano tra il 7 e il 10%. Negli ultimi anni, in Europa come altrove, l’affermazione di nuovi partiti e movimenti si è accompagnata a nuovi modi di fare campagna elettorale: i leader e candidati di queste formazioni fanno ampio uso di strumenti di comunicazione online, hanno un network di supporter particolarmente attivo e una strategia comunicativa basata su forme di negative campaigning nei confronti degli avversari più che su proposte di policy.

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Nelle ultime due settimane EuVisions ha monitorato su Twitter l’attività di tutti i candidati dei sei partiti principali e le relative reazioni degli utenti (in forma di retweet e reply), raccogliendo oltre 200 mila tweet. Così come accade per altri partiti non tradizionali, nel caso dell’AfD l’attivismo digitale – dei candidati e dei loro supporter – gioca un ruolo fondamentale. In primo luogo, la formazione presenta i candidati in assoluto più prolifici tra i partiti monitorati: un candidato dell’AfD scrive in media 6 tweet al giorno, contro i 3 dei candidati degli altri partiti.

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Allo stesso tempo l’AfD è anche il partito che riesce a coinvolgere in modo più incisivo la propria base, ottenendo una risonanza media di 7 retweet per ogni tweet inviato (grafico 2). Un risultato simile era stato riscontrato da EuVisions nella campagna pro-Brexit dello Ukip. Particolarmente bassa appare invece la risonanza dei tweet dei candidati della Cdu/Csu, retwittati meno di una volta ciascuno.

C’è un secondo aspetto che contraddistingue l’attività online dell’AfD: insieme a quella dell’Spd, la sua campagna è quella maggiormente giocata attorno alle figure dei candidati premier. Se però nel caso dell’Spd ciò che osserviamo è un’azione di sostegno al proprio leader – Schulz viene nominato in un tweet su tre –, al centro della campagna dell’AfD c’è invece Merkel: nelle conversazioni che coinvolgono i candidati dell’AfD il nome della leader della Cdu/Csu appare più spesso di quello degli stessi Weidel e Gauland. L’attenzione riservata alla cancelliera è addirittura superiore a quella del suo stesso partito.

In ultima analisi, grazie allo straordinario utilizzo dei social media da parte dei candidati dell’AfD e all’attivismo digitale dei suoi supporter, perlomeno su Twitter la campagna elettorale tedesca è fortemente dominata da Alternative für Deutschland. Se è vero che le elezioni non si vincono – ancora – su Twitter, la maggior capacità dei partiti populisti di sfruttare le arene digitali per veicolare i propri messaggi è ormai un dato comprovato, e non dovrebbe essere sottovalutata dalle forze moderate.

* Ricercatori di EuVisions, Osservatorio e Centro di raccolta dati sull’Europa sociale, nato nell’alveo di REScEU, progetto di ricerca in collaborazione tra l’Università degli Studi di Milano e del Centro Einaudi di Torino e finanziato dallo European Research Council

 

[Foto in apertura di H. C. Plambeck / Laif / Contrasto]

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