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22 settembre 2017

Ricordati di santificare il weekend

Tra lotte operaie, capitalismo e religione, c’è voluto un secolo per conquistare il weekend. Che la globalizzazione digitale ha ormai cancellato

Mattia Carzaniga

Hook è uscito nel remoto 1991 e da allora, invece di gettare i telefoni dalla finestra, siamo andati in direzione contraria: ogni frazione di tempo, pure quello teoricamente libero, andava riempita con il lavoro. «Siamo passati da “working for the weekend” a “working on the weekend”», ha scritto di recente Forbes. Se l’allarme arriva persino dalla bibbia del business, forse abbiamo davvero un problema.

La scorsa primavera è uscito The Weekend Effect: The Life-Changing Benefits of Taking Two Days Off. Tradotto: riprendiamoci i soliti due giorni di stacco settimanale. Solo due, mica si pretende chissà che. L’autrice – Katrina Onstad, ex firma del Globe and Mail, canadese: un dettaglio geografico solo apparentemente irrilevante – va alla reconquista del fine settimana con l’evidenza di chi sta compiendo un gesto rivoluzionario. Forse il suo lo è davvero.

L’abbrivio è storico. Il saggio comincia dalle lotte sindacali al tempo della rivoluzione industriale inglese, quando l’istanza principale non era la paga troppo bassa o lo sfruttamento minorile, bensì il conteggio delle ore lavorative. «Il tempo era la nuova moneta: non passava, veniva speso», scriverà parecchi decenni più tardi lo storico E.P. Thompson. Nasce così il primo giorno festivo, che nel Regno Unito di due secoli fa è il lunedì: bisognava riprendersi dalle sbronze della domenica sera…

 Continua sul numero di pagina99 in edicola dal 22 settembre e in edizione digitale

[Foto in apertura di H. Armstrong Roberts/ Getty Images]

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