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20 settembre 2017

Cara fantascienza, sei troppo per me

La sci-fi è ormai giunta a una altissima complessità tecnica e visiva, come 'Valerian' di Besson. Che liquidiamo col disagio di chi si sente inadeguato

Marco Cacioppo

Dal numero di pagina99 in edicola dal 15 settembre e in edizione digitale

Se è vero che la tecnologia non si è mai evoluta così rapidamente e in maniera esponenziale come in questi ultimi anni, in ambito cinematografico si sta assistendo a un fenomeno sempre più frequente. Il principio secondo cui l’impiego della tecnologia vada messo al servizio della storia, rendendola più facile, economica ed efficace per essere raccontata, è stato sovvertito dall’idea che, di fronte a un uso massivo di tecnologia, la storia finisca in secondo piano, diventando un orpello, e tanto nello spettatore comune quanto nel critico prenda il sopravvento un senso di inadeguatezza per ciò che concerne la decodifica dei contenuti.

L’aspetto più sconcertante è che non ci stiamo riferendo a prodotti misteriosi e personali come la nuova stagione di Twin Peaks, in realtà un unico film onirico di 18 ore che si presta a una miriade di interpretazioni; né a un filone visionario come quello in voga tra gli anni ’60 e ’70 che, attraverso la riproposizione per immagini dell’esperienza lisergica, tentava di immortalare in una serie di fotogrammi impossibili gli effetti dell’Lsd (Il serpente di fuoco, tanto per citarne uno); e nemmeno è il caso dei kolossal fantasy come Il signore degli anelli, dove l’arco narrativo è molto ampio e complesso, ma non impossibile da seguire.

Ciò di cui stiamo parlando lo si riscontra in pellicole popolarissime e di successo come i cinecomic, forse l’epitome del blockbuster di ultima generazione, in cui confluiscono le grandi saghe degli universi Marvel e DC Comics (dai Guardiani della galassia a Wonder Woman); oppure nell’epopea di Guerre stellari che, dopo la mitica e oggi “elementare” trilogia iniziale e i successivi revival, ha dato vita a dei nuovi spin-off sempre più sofisticati e meno immediati da decifrare (Rogue One e l’imminente Gli ultimi Jedi); ma anche in pellicole ormai seminali come Avatar di Cameron, che nel 2009 poneva le basi per una vera e propria rivoluzione tecnologica e ora si appresta a dar vita a quattro nuovi sequel ancora più innovativi.

Chi ha visto TransformersL’ultimo cavaliere o X-Men: Apocalisse probabilmente sarà rimasto sconcertato di fronte alla magniloquenza degli effetti speciali impiegati per restituire la catastrofe al centro di sequenze fino a pochi anni fa impensabili, ma di cui l’occhio umano stenta a captare la complessità tecnica e visiva. Pellicole di prossima uscita come Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War o Justice League puntano a conquistare fette di pubblico sempre più numerose e bramose di nuove forme di spettacolarizzazione.

Allo stesso tempo, però, questi film, emblema post-post-moderno della produzione in serie, sfornati con una velocità di cui si fatica a tenere il passo, finiscono per sfidare le reali competenze interpretative dello spettatore comune, al punto da farci dubitare di essere veramente noi il pubblico a cui si rivolgono. Gli effetti collaterali, infatti, sono uno stato di frastornamento, un forte senso di disagio per non essere all’altezza del processo cognitivo e l’impressione che una sola visione sia insufficiente.

Con l’uscita a fine settembre di Valerian e la città dei mille pianeti, il film con cui Luc Besson ha adattato una celebre graphic novel creata da Pierre Christin e Jean-Claude Mézières, il discorso si arricchisce di sfumature, anche perché non siamo di fronte a un franchise. A volerne riportare gli eventi narrati, sono sufficienti poche righe. Trattasi di una storia di fantascienza spaziale tutto sommato convenzionale, con al centro una coppia di protagonisti (Dane DeHaan e Cara Delevingne) impegnata in una serie di imprese galattiche tra creature extraterrestri nuove e al tempo stesso famigliari. La differenza di un film come Valerian, in realtà, la fa la ricchezza di suggestioni visive e la complessità tecnica, che presuppongono da parte degli spettatori capacità di astrazione, interpretazione e concentrazione molto superiori a quelle di cui abitualmente disponiamo.

Si pensi per esempio alla sequenza del balletto di Rihanna/Bubble, cent’anni di musical condensati in un unico personaggio e in poche manciate di secondi, o alla resa del design delle megalopoli, reminiscenti tantissimi anni di sci-fi cinematografica (da Metropolis a Blade Runner, da Star Wars a Il quinto elemento). Di fronte a un tale bombardamento di informazioni e all’enorme mole di influenze e invenzioni, si finisce per rimanere profondamente disorientati e inerti perché privi dei requisiti cognitivi indispensabili per apprezzare e leggere tra le righe di un’opera così sfaccettata.

Un simile discorso, estendibile agli ultimi ritrovati nella produzione di anime giapponesi e all’incredibile sofisticatezza del mondo dei videogame, ci porta a una conclusione: se un tempo, attraverso la fantascienza, i cantastorie si limitavano ad anticipare e condizionare con la loro fantasia eventi destinati a compiersi nel futuro (il viaggio sulla Luna, la ribellione delle macchine, la realtà virtuale), oggi è come se i nuovi eredi di Méliès e Kubrick, ma anche di Verne, Dick e Asimov, dopo averci superato lungo la linea del tempo, ci stessero mostrando dal futuro segnali che noi non siamo ancora pronti a decriptare. Ma che tendiamo a liquidare per sommi capi, pur di non manifestare la nostra inidoneità.

[Foto in apertura di EuropaCorp]

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