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20 settembre 2017

La democrazia americana sconfitta da un troll

Un’agenzia russa ha usato Facebook per favorire l’elezione di Trump. Le nostre opinioni pubbliche sono ostaggio di congegni capaci di orientarne gli umori

Paolo Bottazzini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 15 settembre e in edizione digitale

Fino a quando, troll, abuserete della nostra pazienza? Oggi Cicerone non si sentirebbe minacciato da un cospiratore in carne ed ossa come Catilina, ma da questo tipo di personaggi, più elusivi, che erodono la legittimità della democrazia dalle fondamenta. Per di più, stavolta Catilina ha già vinto: un post sulla Newsroom ufficiale di Facebook, del 6 settembre, sembra provare l’ipotesi che l’autorità dell’attuale presidente degli Stati Uniti sia ratificata dall’organizzazione di fake account, che hanno trollato a favore di Trump per due anni sui social media di tutto il mondo – e dalle finanze di chi ha coordinato questa operazione – più che dal voto popolare. A loro gli ispettori interni di Menlo Park attribuiscono «azioni innescate da governi o da attori organizzati non-istituzionali, per distorcere il sentimento politico interno o straniero, di solito per ottenere un risultato strategico e/o geopolitico».

In questo contesto, il comportamento del troll si articola in tre esercizi: la pubblicazione di notizie false, la loro amplificazione tramite condivisioni, repliche, interpolazioni nelle conversazioni altrui – e la propagazione intenzionale di distorsioni, manipolazioni e manomissioni nell’informazione, con il coinvolgimento di intermediari non consapevoli del loro ruolo.

 

La costruzione del consenso

Il post è introdotto dal titolo innocuo “Un aggiornamento relativo alle operazioni sull’informazione in Facebook”, ed è firmato dal capo della sicurezza della piattaforma, Alex Stamos. Ma l’appendice desta più inquietudini del documento divulgato lo scorso 17 aprile, che si limitava a descrivere la lista dei comportamenti giudicati malevoli, e le contromisure che il social network si preparava ad assumere. Una ricognizione sulle inserzioni pubblicate tra il giugno 2015 e il maggio 2017 denuncia la sottoscrizione di circa tremila annunci da parte di 470 account falsi, collegati ad altrettante Pagine che violano le regole di Facebook.

L’investimento cumulativo si aggira sui 100 mila dollari, versati da soggetti in apparenza non collocati in Russia, ma connessi tra loro da una rete di affiliazioni che richiama la strategia imputata dall’intelligence Usa ad agenzie coordinate dal Cremlino. Stamos riferisce che in larga maggioranza le inserzioni non sostengono un candidato nella campagna elettorale per la Casa Bianca; la tattica di comunicazione è passata attraverso la proposta di messaggi su altri argomenti, capaci di radicalizzare le distanze ideologiche tra gli schieramenti – con un focus sulle comunità lesbo-gay, l’immigrazione e il possesso di armi.

D’altra parte, la funzione di controllo esercitata dal corpo elettorale nella quotidianità della vita politica si chiama «opinione pubblica»: l’obiettivo delle agenzie che trollano i social media è proprio generare ed espandere la portata delle opinioni propizie ai loro clienti, a costo di creare dal nulla i fatti che le giustificano. In confronto, Catilina con il suo esercito e le sue armi, era un dilettante delle congiure.

 

La fabbrica delle fake news

L’indagine ha esposto un risultato rilevante anche per la comprensione del metodo di iniezione delle notizie. Stamos osserva infatti che, fin dal 2015, almeno un quarto delle inserzioni sono state mirate su base geografica. Anche sulle colonne di pagina99 abbiamo sottolineato il ruolo ricoperto dalle operazioni di «microtargeting» nella campagna di Trump, con lo scopo di guadagnare alla causa del candidato repubblicano specifici segmenti dell’elettorato, con particolare riguardo alle aree critiche, soprattutto negli Stati settentrionali della cosiddetta «cintura di ruggine» (il distretto industriale più grande del mondo, vicino ai Grandi Laghi). Di fatto la corsa alla Casa Bianca è stata decisa in queste regioni: grazie al meccanismo dei grandi elettori, qui si è decretata la vittoria del magnate col parrucchino, nonostante il passivo di tre milioni di voti nel «suffragio popolare» rispetto alla Clinton (cioè nel numero assoluto di preferenze, prima della distribuzione maggioritaria Stato per Stato).

Lo sforzo di persuasione è passato sia attraverso le promesse rivolte agli interessi personali degli interlocutori – sia mediante il discredito degli avversari, per disincentivare la partecipazione al voto dei loro sostenitori. Le associazioni lesbo-gay sono una comunità la cui adesione alla causa liberal andava scoraggiata il più possibile.

 

Tre centesimi per ogni voto

Per conoscere gli argomenti da sottoporre a ciascun segmento di cittadini occorre conoscere i loro sentimenti politici: quello che stimano vantaggioso, e il modo in cui pensano di trarne profitto. Per accumulare questo sapere, il comitato elettorale di Trump ha assunto Cambridge Analytica, il cui principale azionista è stato anche il più forte sostenitore della campagna del candidato repubblicano, Robert Mercer.

L’amministratore delegato dell’agenzia britannica, Alexander Nix, ha dichiarato sul sito istituzionale che i suoi collaboratori hanno «collezionato 5 mila parametri su oltre 220 milioni di cittadini americani, e usato oltre cento variabili per dato, al fine di modellare l’identità di gruppi omogenei di pubblico, e predire il comportamento di persone con lo stesso stile di pensiero». È la base del microtargeting, e per questo lavoretto Trump ha versato poco più di sei milioni e mezzo di dollari: se Nix non mente, ogni cittadino americano vale poco meno di tre centesimi.

 

La fine dell’opinione pubblica

Il documento del 6 settembre denuncia altri due fatti. Il primo riguarda le inserzioni acquistate in territorio russo nello stesso arco di tempo, tra 2015 e 2017, con contenuti di stampo politico e un metodo di pubblicazione che viola le regole di Facebook. Stamos le indicizza in due parametri: circa 2.200 inserzioni, per un valore complessivo di 50 mila dollari. Il presidente Valdimir Putin ha sempre respinto le accuse di intervento sugli affari interni americani – e di qualunque altro Paese – attraverso operazioni di spionaggio digitale o di manipolazione delle notizie sui social media.

Secondo il Pew Research, nel 2016 il 62% degli adulti che abitano negli Usa ha interpretato Facebook, Twitter e LinkedIn come le fonti di primo accesso all’informazione: se le imputazioni nei confronti delle istituzioni russe venissero confermate, la crisi che erode i fondamenti del sistema politico americano (ma anche il nostro) si mostrerebbe in modo irrevocabile. Non c’è libertà di giudizio senza autonomia di pensiero: come si può quindi legittimare un’istituzione fondata sul voto, se gli elettori non sanno o non possono discriminare tra informazioni vere e false?

 

Impossibile trovare le prove

Le prove però sono un problema. I metodi di attacco ai sistemi informatici annullano la forza dimostrativa che può essere annessa ai metadati sugli utenti, primo tra tutti l’indirizzo IP dei computer da cui sono avvenuti gli accessi a Facebook e Twitter: gli hacker trovano persino divertente mascherare la georeferenziazione della propria posizione reale, e simulare chiamate alla Rete da località differenti. Settare l’ingresso sul social network con una lingua diversa dalla propria è un gioco ancora più semplice.

Nonostante queste controindicazioni, fonti interne di Facebook hanno assicurato al New York Times e al Washington Post che dietro i 470 account falsi, descritti nel documento di Stamos, sarebbe riconoscibile l’«impronta» di un’agenzia di trolling vicina al Cremlino, già nota alla Cia: l’Internet Research Agency (Ira), con sede a San Pietroburgo.

Il tipo di prova invocato dagli ingegneri di Menlo Park non potrebbe essere considerato conclusivo in un tribunale internazionale, ma è il modo consueto con cui si muovono i professionisti della sicurezza digitale. L’impronta è riconducibile a metodi organizzativi del lavoro, a stili di codificazione del software, che caratterizzano un individuo o un’impresa. Passiamo così al secondo fatto denunciato nel documento del 6 settembre: i processi di amplificazione delle notizie false sono l’impronta dell’Ira.

I troll russi sono account fabbricati a distanza di poche settimane gli uni dagli altri, profilati con foto rastrellate sul web, consolidati da relazioni di amicizia reciproche, e focalizzati sull’interesse per la politica americana. La loro interazione è premiata dalle regole di funzionamento del software di Facebook (EdgeRank), che interpreta la psicologia con una chiave di misurazione molto semplice: il contenuto che guadagna più interazioni, nell’arco di tempo più breve dalla pubblicazione, è più interessante.

Quindi deve essere reso più visibile, perché molti lo troveranno più divertente di altri argomenti, e rimarranno più a lungo sulla piattaforma. Dopo ogni post effettuato da un troll, i suoi pari lo sostengono a stretto giro con like e condivisioni, incrementando la probabilità che il messaggio sia mostrato anche sulle bacheche degli utenti reali – e sia poi condiviso e commentato anche da loro.

Su Twitter l’Ira ricorre pure a bot, software progettati per l’animazione di account falsi, che inviano in sequenza messaggi con lo stesso hashtag. L’agenzia di cybersicurezza FireEye ha verificato che l’8 novembre 2016, giorno delle elezioni, una lista di 1.700 utenti ha rilanciato una notizia con false rivelazioni sulla Clinton, taggato con #WarAgainstDemocrats, seguendo un perfetto (quanto improbabile) ordine alfabetico: @edanur01, @efekinoks, @elyashayk, @emrecanbalc, @emrullahtac…

L’esercito di Catilina oggi è formato da milioni di dati e da migliaia di utenti fantasma su Facebook e Twitter: un’armata di troll che combatte sul campo dell’economia dell’attenzione, e su quello dell’ignoranza e del pregiudizio. È su questo terreno che Catilina ha vinto la battaglia dell’8 novembre conquistando la Casa Bianca. Ma se la democrazia è ostaggio di macchinette che catturano qualche secondo di attenzione, al momento giusto, con foto di biondone che insultano la Clinton di turno, e di argomenti che adescano ignoranza e pregiudizi – non dovremo rassegnarci ad ammettere che Catilina ha già vinto la guerra contro la civiltà liberale?

 

[foto in apertura di Brendan Smialowski / AFP / Getty Images]

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