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14 settembre 2017

L’università americana crea disuguaglianze

I college più prestigiosi garantiscono ai loro studenti le migliori opportunità di lavoro. Ma, dice uno studio, non funzionano più da ascensore sociale

Dal numero di pagina99 in edicola dal 15 settembre e in edizione digitale

Quante volte abbiamo sentito dire che per superare sperequazioni e squilibri all’interno della società bisogna investire in istruzione e ricerca? Per una famiglia a basso reddito mandare all’università i figli significa dare loro l’opportunità di salire nella scala sociale. Vero, ma la realtà si può rivelare più complicata del previsto, come dimostra un recente studio firmato da cinque economisti del National Bureau of Economic Research. I ricercatori hanno preso in esame 30 milioni di studenti americani fra il 1999 e il 2014 confrontando gli stipendi dei genitori con le entrate dei figli neo-laureati.

Il risultato non è stato dei più confortanti: stando ai dati raccolti, i migliori college statunitensi – quelli cioè in grado di far arrivare i suoi laureati ai piani alti della piramide sociale come l’Università di Stanford, il Mit o gli istituti privati che fanno parte della Ivy League – non fanno altro che aiutare chi proviene da una famiglia benestante a rimanere tale e hanno una spiccata tendenza ad escludere chi invece proviene da una fascia di reddito più bassa.

Le università iper-selettive dovrebbero costituire il migliore ascensore sociale ma in sostanza sono le meno accessibili. Molti atenei pubblici e di medio livello americani, fanno notare i ricercatori, consentono comunque ai figli laureati di guadagnare di più rispetto ai genitori; e in questo caso il fatto di provenire da una famiglia a basso reddito ha un’incidenza minore sulle probabilità di ottenere un lavoro più remunerativo.

«Ma il fatto che le università più prestigiose siano una prerogativa dei cittadini ricchi rimane il principale ostacolo da rimuovere sulla strada che porta a una maggiore mobilità sociale», concludono gli autori dello studio.

(ft)

[Foto in apertura di Kike Calvo / Redux / Contrasto]

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