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14 settembre 2017

Ripresa 2.0: ci guadagna il capitale, non il lavoro

Algoritmi e big data possono sostituire l’uomo in un crescente numero di mansioni, ma creano anche un ambiente fortemente disincentivante

L'alieno gentile

Dal numero di pagina99 in edicola dal 15 settembre e in edizione digitale

Se alle periodiche conferenza stampa della Bce Mario Draghi viene atteso ogni volta con lo stesso atteggiamento di un gruppo di parenti e amici in ansiosa attesa del parere del chirurgo fuori dalla sala operatoria, nonostante il Pil europeo cresca da 10 trimestri consecutivi, è perché la ripresa appare monca, oltre che ancora dipendente dagli stimoli monetari.

In realtà si tratta di una novità solo parziale: all’inizio degli anni Novanta l’economista Nick Perna coniò una formula diventata uno standard: “jobless recovery”, ovvero la ripresa senza lavoro. Funziona così: un qualche elemento scatenante fa partire una crisi economica, le aziende reagiscono licenziando, ma quando poi arriva la ripresa il livello di occupazione stenta a recuperare, salendo molto più lentamente dell’economia o, talvolta, non salendo affatto.

Tra le molte ragioni di questa dinamica ve n’è una che non solo prevale, ma promette in futuro di assumere sempre maggiore rilevanza: la digitalizzazione. La digitalizzazione è rilevante non solo perché algoritmi e big data possono sostituire l’uomo in un crescente numero di mansioni, ma anche perché crea un ambiente fortemente disincentivante. Sono sempre più le mansioni esposte al rischio ben illustrato dal Ceo di Deutsche Bank mentre illustrava il nuovo piano di tagli: «Molti nostri dipendenti svolgono un lavoro totalmente routinario, standardizzato, come degli automi. Abbiamo pensato che tanto vale far svolgere quelle mansioni a dei veri automi».

Algoritmi sempre più evoluti e macchine sempre più abili promettono di svolgere un numero crescente di mansioni come e meglio di quanto farà mai qualunque umano. Senza ammalarsi, senza avere figli da portare dal dentista e senza iscriversi ad alcun sindacato.

Paradossalmente, parte del problema risiede nella parte attiva della popolazione: dal 1990, secondo il Bureau of Labour Statistics, il 96% della crescita netta di posti di lavoro negli Usa è venuta da professioni a bassa produttività o da settori dove la mancanza di competizione rende probabile che la produttività sia bassa. Una grande fetta di posti di lavoro, dunque, sono occupati a fronte di una bassa redditività, creando due ordini di anomalie: la prima è che si crea un attrito fra una parte di salariati pagati per fare poco, ed un’altra di precari sfruttati che si affannano in lavoretti senza tutele per pochi spiccioli; la seconda è che i molti lavoratori a bassa produttività riducono le possibilità che le aziende procedano a nuove assunzioni.

“Coda lunga” (termine coniato dal giornalista statunitense Chris Anderson nel 2004): una dopo l’altra cadono le barriere d’accesso a svariate aree del mercato. Frotte di youtubers, sviluppatori di app, aspiranti scrittori possono produrre, pubblicare e distribuire facilmente i propri lavori. È la grande illusione della democratizzazione digitale, perché l’effetto concreto è che chi vince prende tutto: poche grandi società, con un’influenza e profitti enormi (e spesso con un organico estremamente ridotto) dominano la loro area di mercato e una “coda lunga” di migliaia (o milioni) di persone e società si spartiscono una manciata di briciole.

Che poi forse è anche la soluzione del grande mistero dell’apatia della generazione Z: man mano che ogni settore economico si avvicina al modello della coda lunga si diffonde la percezione, più o meno consapevole, della scarsa utilità marginale dell’impegno. Perché mai sforzarsi ad essere “bravo” in qualcosa quando prevale il modello a lotteria, dove bisogna essere in un’élite di “migliori”, quelli che prendono tutto, per essere realmente premiati?

In fondo siamo nel Paese in cui Carpisa offre a quei fortunati clienti (paganti) che sapranno elaborare il miglior piano di comunicazione (gratuitamente) per l’azienda la possibilità di uno stage in azienda. Il trend è evidente: una volta gli stage erano periodi di lavoro mal retribuito in cui fare esperienza, poi sono diventati non retribuiti, oggi non basta più nemmeno pagare per mettersi qualcosa in curriculum.

Tuttavia il modello di società occidentale si basa sui consumi, in particolare sui consumi di massa. Solo gli Stati Uniti, anche per mantenere una base di consumatori, spendono circa mille miliardi di dollari l’anno in sussidi alimentari, Stato sociale, sussidi per la casa e crediti d’imposta sui bassi redditi. Il 47% della popolazione americana non versa alcuna imposta federale sul reddito. Se non venissero sussidiati, ridurrebbero i loro consumi al necessario, spazzando via dal mercato i produttori e i fornitori di beni e servizi voluttuari, portando nella porzione senza reddito altre fette importanti di popolazione.

Difficile stupirsi della dipendenza dell’economia dal sostegno delle Banche Centrali, osservando il contesto da questo punto di vista. Perché il Pil conta, ma – evidentemente – non riesce a dire proprio tutto.

[Foto in apertura di Matteo Cesari]

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