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13 settembre 2017

Questo pallone sta scoppiando di retorica

Un tempo c’erano le cronache alla Pizzul. Oggi non resta che un racconto collettivo enfatizzato e distorto. Che ha poco a che fare con le partite reali

Giorgio Simonelli*

Dal numero di pagina99 in edicola dall’8 settembre e in edizione digitale

Erano i mondiali d’Inghilterra e li ricordiamo sempre per due cose: l’umiliante sconfitta azzurra contro la Corea del Nord e il goal-non goal che decise la finale in favore dei padroni di casa. Ma ci fu molto di più; ci fu l’impegno della Bbc che realizzò delle meravigliose dirette. Due telecamere o poche di più, niente replay, rispetto assoluto dei tempi del gioco, compresi i tempi morti; eppure ancor oggi emanano un fascino incredibile quelle immagini in bianco e nero.

 

Un gioco da vendere

Tutto questo andava bene fino a quando il discorso televisivo si ispirò alla famosa idea della finestra aperta sul mondo, cioè, per usare la semiologia, fino a quando nel suo linguaggio prevalse un atteggiamento referenziale. Quello che contava era ciò che avveniva sul campo, alle telecamere toccava il compito di documentarlo fedelmente. Lo spettacolo lo facevano i calciatori e se era scadente dal vivo era giusto che lo fosse anche nella sua riproducibilità tecnica. Ma una logica di questo tipo poteva affermarsi in una televisione concepita come servizio, come una possibilità offerta un po’ paternalisticamente al cittadino di “tele-vedere”, di “vedere da lontano” ciò che non avrebbe mai potuto vedere dal vivo.

Poi in qualche anno cambiò tutto: le partite di calcio non erano più avvenimenti da raccontare ma spettacoli da vendere. Prima ai pubblicitari, nell’epoca del trionfo delle reti commerciali, poi direttamente ai telespettatori con l’avvento delle pay tv. D’altronde Borges e Bioy Casares avevano già intuito qualcosa in un racconto fantastico del 1967 – Esse est percipi –, dove il protagonista, Bustos Domecq, colpito dalla scomparsa dello stadio del River, grazie a un’inchiesta, viene a scoprire che «non esiste punteggio, né formazione, né partita; gli stadi cadono tutti a pezzi; l’ultima partita si è giocata il 24 giugno del 1937: da quella data il calcio è un genere drammatico orchestrato da un uomo solo in studio o interpretato da attori in divisa da gioco davanti a un cameraman».

 

Copertura totale

Forse non è andata proprio così, ma è certo che quella che da qualche anno ci raccontano le telecronache delle partite è tutta un’altra storia. Diversa dal passato, diversa da quella che si può vivere dal vivo. Per semplicità diciamo che le forme di questa radicale trasformazione si manifestano su tre piani diversi. Il primo è quello del valore, dell’importanza della storia raccontata. Nel passato la diretta di una partita era una scelta eccezionale che riguardava solo le competizioni più prestigiose, le occasioni davvero importanti. C’era un’implicita coincidenza tra il rilievo dell’avvenimento e la presenza delle telecamere. Solo di fronte a una proposta di sicuro valore la tv sceglieva di darle spazio nel palinsesto e la presenza della tv dava valore e significato a quell’avvenimento.

Oggi, come è facile osservare, la copertura del calcio è totale: campionati, coppe nazionali e internazionali, europei e mondiali, tornei amichevoli e gare di preparazione. Ma la netta, evidente differenza tra questi avvenimenti non sembra manifestarsi nella riproduzione televisiva. In tv le partite sono sempre tutte importanti, decisive, emozionanti. La storia che si racconta è sempre una storia che vale il prezzo del biglietto. Questo è ciò che dicono i telecronisti, questo ciò che le immagini, le scelte di regia costruiscono. Ed è proprio su questo piano del racconto per immagini che si sono manifestate le trasformazioni più profonde.

 

Il tempo dilatato

Una coinvolge il tempo della storia. «Partiti» esclamava Nicolò Carosio quando era il telecronista del calcio monopolizzato dalla Rai per celebrare il calcio d’inizio di ogni partita. E quella formula magica segnava l’apertura di un tempo speciale, i 90 minuti in cui tutto accadeva e tutto era concentrato. Era un tempo unico, compatto, lineare che non consentiva iterazioni né sconfinamenti. Oggi quel tempo è disarticolato, dilatato, diffuso. La linearità è continuamente scardinata dalla serie dei replay, che mostrano cinque, sei volte la stessa azione da punti di vista diversi. Questo consente – dicono i telecronisti – sia di ricostruire con esattezza le dinamiche e le eventuali irregolarità (la VAR non è altro che l’istituzionalizzazione di questa funzione), sia di apprezzare meglio la bellezza del gesto atletico e tecnico.

Ma si tace di quella componente narcisistica della tv che nel momento in cui ripropone un po’ pleonasticamente la stessa azione celebra soprattutto sé stessa, la propria capacità di offrire punti di vista inusitati. E poi c’è la dilatazione temporale. La partita inizia assai prima del calcio d’inizio, con l’arrivo del pullman dei calciatori, con la presenza delle telecamere negli spogliatoi e prosegue ben oltre il novantesimo con le interviste dei calciatori e il rito delle dichiarazioni dell’allenatore.

 

Lo spazio ricostruito

A questa destrutturazione del tempo corrisponde un’altrettanto marcata scomposizione dello spazio. La ricostruzione dello spazio del gioco – il famoso rettangolo – e dei suoi fondamentali contorni, le panchine, le tribune, gli spalti, avviene non tanto con inquadrature totali , ma sempre più attraverso un montaggio di campi e piani ridotti. Campi sempre più ravvicinati, dettagli e particolari, primi piani degli atleti, dei tecnici e ultimamente degli spettatori, specie se bambini o belle ragazze, sguardi in macchina dei calciatori più attenti alla loro immagine sono gli elementi che caratterizzano lo stile del racconto della partita di calcio.

Ovviamente la parcellizzazione dello spazio coinvolge anche i telecronisti: oltre al cronista-narratore non c’è solo la seconda voce che chiosa la cronaca con i suoi commenti tecnico-tattici, ci sono anche il “bordocampista” che segue i movimenti delle panchine e un addetto alle interviste pronto a carpire al volo le parole dei giocatori al fischio finale. Così quello che è stato per molto tempo un racconto molto personale, alla Martellini, alla Pizzul, alla Piccinini, si trasforma in un racconto corale.

 

Particolari equivoci

Nel 1990, in occasione dei mondiali di calcio disputati nel nostro Paese, la Rai fece alcuni esperimenti di alta definizione e li propose agli addetti ai lavori invitati nella sede di Torino per la trasmissione in HD dell’incontro Argentina-Russia. Quello che ci colpì era la possibilità di avere uno sguardo dall’alto che abbracciava tutto il campo da una porta all’altra, consentendo agli spettatori di avere quello sguardo d’insieme auspicato da Pizzul ma con la novità resa possibile dalla nuova tecnologia: i calciatori non erano più formichine sullo schermo televisivo.

Insomma l’avvento dell’alta definizione sembrava spingere in questa direzione, dell’inquadratura ampia, del piano sequenza, per usare un termine cinematografico, di una continuità della ripresa. Invece si è andati nella direzione opposta, verso la frammentazione dello spazio e del tempo e un montaggio sempre più serrato. L’alta definizione non è stata utilizzata per vedere un tutto, ma per cogliere in maniera più precisa ogni particolare, dando vita a un racconto emozionale, un po’ sopra le righe sia a livello verbale che visivo, un racconto neobarocco, per usare una felice categoria di Omar Calabrese.

Anche l’ultimo esito di questo processo, la tecnologia televisiva in campo, la VAR, risente dell’equivoco di questa visione scomposta. Non per caso le prime polemiche sono nate da un rigore assegnato in seguito a un contrasto falloso evidenziato dall’immagine televisiva che non teneva conto che tutta l’azione si svolgeva in fuori gioco. Lo sguardo che coglie e mostra tutti i particolari rischia di perdere di vista il senso complessivo della storia.

 

* L’autore è professore associato di Giornalismo radiofonico e televisivo e direttore del Master in Comunicazione e Marketing del Cinema al Dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

 

[Foto in apertura di Hudson / Getty Images]

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