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5 settembre 2017

Tremate, tremate: le ‘pop singer’ son tornate

Negli ultimi anni le donne della musica leggera hanno abbracciato il femminismo. Beyoncé su tutte. Battaglia politica o solo di banale autopromozione?

Daniele Bova

Dal numero di pagina99 in edicola dal 1° settembre e in edizione digitale

«Sono la più grande femminista del pianeta perché incito le donne a non avere paura di nulla», ha proclamato qualche anno fa Miley Cyrus. La ventiquattrenne di Nashville, un tempo idolo dei giovanissimi nella sitcom Disney Hannah Montana, rivendica con forza il proprio percorso di emancipazione: «Le persone rimangono scosse da alcune mosse che faccio sul palco. Non erano però sconvolte quando mi hanno visto a 11 e 12 anni, truccata e vestita come un’adulta, chiedere cosa indossare a un gruppo di uomini più grandi».

La Cyrus oggi è una popstar che si sente libera di usare la provocazione per fare breccia tra gli adolescenti: in uno dei suoi video più iconici, Wrecking Ball, appare completamente nuda a cavalcioni di un’enorme palla da demolizione, i primi piani del viso ne mostrano gli occhi imperlati di lacrime. «Mi hai distrutto» e poi «Ti vorrò per sempre» canta con grande trasporto durante quattro minuti di pura sovraesposizione emotiva: l’ideale per conquistare una fascia di popolazione divisa tra chi è in marcia verso la fine dell’età puberale e chi ne è uscito da non più di un lustro.

Qualche anno prima di lei fu Lady Gaga a definire un nuovo standard femminile: «Sono una femminista new age», dichiarò all’indomani dell’uscita del suo singolo G.U.Y., aggiungendo anche, come per depotenziare uno stereotipo tradizionalmente maschilista, che a letto ama essere sottomessa. Nel libro Gaga Feminism: Sex, Gender, and the End of Normal, Jack Halberstam individua nell’arte della Germanotta elementi di un immaginario che, secondo lui, riescono a delineare un nuovo prototipo di femminismo, in linea di continuità con esempi quali Yoko Ono e Grace Jones: «Una versione di femminismo che non guarda alle ombre della storia, (…) che riguarda l’improvvisazione, la personalizzazione e l’innovazione».

 

La coscienza di Beyoncé

Negli ultimi anni tutte le donne del pop si sono mostrate smaniose di rendere pubblica la propria affiliazione a un pensiero incentrato sulla figura femminile: da Taylor Swift, che ha dichiarato di esserci arrivata tardi («Onestamente, non avevo una definizione precisa del femminismo quando ero più giovane. Non avevo avuto modo di vedere che è fondamentale per crescere nel mondo in cui viviamo»), a Rihanna, che sfoggia su Instagram magliette di Dior con la scritta “We should all be feminist”.

Tra tutte, c’è una star in particolare che monopolizza il dibattito da più di un anno: «In America si discute tantissimo di Beyoncé, soprattutto tra le femministe», dice a pagina99 l’antropologa Francesca Nicola, autrice di Supermamme e superpapà (Meltemi, 2017), volume che analizza, tra le altre cose, alcuni aspetti della figura femminile incarnata della ex Destiny’s Child. «All’inizio la cantante rifiutava la parola femminismo», continua la Nicola, «puntava invece sul concetto di empowerment, ossia la necessità di acquisire potere da parte delle donne. Con il passare del tempo però questa sua ritrosia è venuta meno e ciò ha contribuito, da un lato, a riportare in auge il femminismo nel dibattito pubblico, dall’altro a una vera e propria mercificazione di questo termine. Femminismo è diventata una parola-brand, che puoi trovare sui cappelli e sulle t-shirt vendute in catene commerciali per ragazzi».

In questo senso, ha fatto molto discutere l’esibizione della cantante durante la serata dei Grammy, a febbraio, quando si è presentata sul palco con un vistoso pancione, incinta di due gemelli. «È un nuovo tipo di maternità nera», prosegue Francesca Nicola, «perché non ricalca i due più diffusi stereotipi in circolazione: quello della donna di colore che non regola la sua maternità, sempre incinta e intenta ad approfittare del welfare; e la figura della mamma paffuta, accudente e servile, la storica balia americana incarnata dalla governante di Via col vento».

La maternità di Beyoncé è controllata e razionale: lei stessa è rimasta incinta relativamente tardi e solo dopo aver fatto carriera, pianificando con oculatezza le tappe della propria vita. Dietro questo approccio c’è un discorso indirizzato a tutte le donne afroamericane, un’esortazione ad autodeterminarsi. Allo stesso tempo il modello di donna veicolato dalla popstar presenta forti problematicità. La cantante ha più volte dichiarato di applicarsi con una dedizione totale al suo ruolo di madre, non lesinando alcuna risorsa in termini di disponibilità nei confronti dei figli: «Riesce a tenere insieme svariate identità senza tralasciarne nessuna», osserva la Nicola.

«È sia donna in carriera che mamma afroamericana e non dimentica il suo ruolo di moglie; anzi, spesso batte il chiodo attraverso dichiarazioni pubbliche sulla necessità di mantenere viva la sessualità nel rapporto coniugale. Nel suo contrapporsi agli stereotipi di cui abbiamo parlato prima, si tratta di un modello progressista, ma è irraggiungibile: tende invece quasi a creare una forma progressista di schiavitù».

 

Femminismo in vendita

Il titolo dell’ultimo album di Beyoncé, Lemonade, deriva da un proverbio popolare americano che sua nonna le ripeteva spesso: «Se la vita ti dà dei limoni, facci la limonata». Si tratta del secolare invito a trarre il meglio dalle cose che informa un certo tipo di razionalità statunitense. Allo stesso modo l’ideale femminista della cantante sembra l’ennesima modulazione del sogno americano: un anelito ottimistico e individualista, che non mette in discussione lo status quo, ma si adopera per avere successo all’interno di un ordine costituito. «È appunto un progressismo in salsa americana», commenta Francesca Nicola, «un discorso di esemplarità individuale. Nonostante i richiami al popolo afroamericano che compaiono nei suoi video, Beyoncé propone in primis se stessa come persona che ce l’ha fatta sulla base di meriti e di una forza di volontà individuali. Non c’è assolutamente nulla, né nei suoi testi, né nei suoi messaggi, che allude a una riflessione collettiva».

Uno dei casi più eclatanti di empowerment femminile nella storia della musica leggera è quello di Madonna, la più grande popstar donna di sempre. Anche lei, all’inizio degli anni ’90, era diventata un’icona del femminismo postmoderno. «La mia qualità più importante? Forse il fatto di essere una donna indipendente che combatte per ciò in cui crede senza curarsi del giudizio degli altri», dichiarò miss Ciccone dopo aver plasmato il suo personaggio attraverso una serie di celebri mutazioni: dalla bionda Material Girl di Like a Virgin alla conturbante signora sadomaso di Erotica, passando attraverso la ragazza madre di Papa Don’t Preach. Dando uno sguardo d’insieme alla sua carriera s’intuisce come la costruzione di questi archetipi femminili sia stata del tutto funzionale a edificare un’estetica forte, a potenziare la sua capacità comunicativa: il suo fine ultimo, quello di creare un prodotto artistico e d’intrattenimento il più pervasivo possibile.

È forse questa la chiave per interpretare il senso dei presunti modelli femministi incarnati dalle popstar odierne: considerarne il valore puramente strumentale. Come fa notare la stessa Francesca Nicola in un breve saggio dal titolo Mamme Usa; il nuovo femminismo e le politiche della maternità (gli asini, 2017), Beyoncé, grazie al richiamo a istanze politiche che toccano alcuni nervi scoperti della comunità afroamericana, ha potuto attingere a un bagaglio di simboli potenti e riconoscibili: dai costumi da pantera nera indossati dalle sue ballerine durante la notte del Super Bowl (un richiamo all’omonima organizzazione rivoluzionaria per l’autodeterminazione dei neri) alla messa in scena dei poliziotti bianchi che arretrano di fronte a un bambino di colore (che evoca le battaglie antirazziste del movimento Black Lives Matter nel video di Formation).

 

È solo musica leggera

Ci si potrebbe allora chiedere quale credito concedere alla chiamata alle armi di queste cantanti folgorate sulla via dell’impegno civile. Ma in realtà c’è un ulteriore dilemma, per di più di difficile soluzione: può la pop music, una forma che tradizionalmente punta tutto sull’immagine, sulla sessualizzazione della figura della star e l’esaltazione del corpo femminile, farsi portavoce di una battaglia politica?

In altre parole, ci troviamo di fronte alla semplice emulazione di un modello tipicamente maschilista oppure alla dimostrazione che l’emancipazione passa anche attraverso i codici della musica leggera? Intanto, personaggi la cui influenza sull’opinione pubblica statunitense è molto consistente – come Oprah Winfrey, Nelson Mandela e Michelle Obama – hanno investito Beyoncé del ruolo di guida per le adolescenti afroamericane, estrapolando dal contesto pop il suo messaggio ed elevandolo a paradigma. Forse, confondere politica e musica leggera non è proprio indice di lucidità, ma in questo caso non tutti i mali potrebbero venire per nuocere; infatti, siamo sicuri che la situazione peggiorerebbe se Trump si facesse dettare l’agenda, per esempio, da Bruce Springsteen?

 

[Foto in apertura di Chris Graythen / Getty Images]

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