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2 settembre 2017

Bianchi, ricchi e arrabbiati: è finito il sogno americano

I dati economici sono a loro favore, ma per i wasp si è bloccato l’ascensore sociale. Mentre le minoranze afro e ispaniche credono ancora nella possibilità di riscatto

Angelo Paura

Dal numero di pagina99 in edicola dal 1° settembre e in edizione digitale

New York. Donald Trump ha costruito la sua campagna elettorale sull’epopea di una età dell’oro che solo grazie alla sua presidenza tornerà. Il mito proposto è l’elemento centrale della più tradizionale epica degli Stati Uniti: l’American dream, tanto agognato dalle masse di tutto il mondo e poi raggiunto da un gruppo di eletti che hanno rischiato e hanno avuto fortuna. Oggi quel mito – lavora sodo, non lamentarti, in futuro verrai premiato – è irreparabilmente perso.
Chiedetelo agli operai bianchi della Rust Belt, o ai contadini, sempre bianchi, del Midwest. O ancora ai minatori dei monti Appalachi, in West Virginia.

Sono disoccupati, vivono peggio dei loro genitori, ma soprattutto non hanno speranze, se non quelle gonfie di steroidi raccontate loro da Trump. Non tutti, certo, hanno occhi per distinguere gli steroidi dalla realtà. E allora, in questo guazzabuglio, Carol Graham, ricercatrice della Brookings Institution, prova a indicare una strada scientifica, fatta di dati e analisi.

Nel libro Happiness for All? Unequal Hopes and Lives in Pursuit of the American Dream, edito da Princeton University Press, Graham spiega bene cosa sta succedendo oggi negli Stati Uniti e come mai siano proprio i bianchi ad aver perso la speranza. L’ho sentita al telefono per farmi aiutare a capire che fine ha fatto l’American dream come esperienza formativa di massa. «Il nuovo sogno americano proposto da Trump è il più grande, enorme imbroglio che si sia mai sentito negli Stati Uniti», mi dice prima di iniziare la conversazione.

Secondo Graham, la parola magica è pursuit, l’atto della ricerca, dell’inseguimento. Il combustibile che muove il sogno, che poi è la possibilità, non importa se inesistente, di cambiare classe sociale. Un combustibile che per anni ha fatto dimenticare ai blue-collar le diseguaglianze. Anzi, proprio queste ultime erano l’esempio che il sogno esiste: lavorando con impegno si può migliorare la propria condizione.

Oggi non è più così per l’America bianca e rurale e anche chi è rimasto fermo nella classe media (altro tema narrativo del sogno americano) non ha speranze. «I lavoratori bianchi sono quelli che stanno subendo di più la fine di questo sogno, hanno perso la loro identità, il loro lavoro, mentre le minoranze credono ancora nella possibilità di un riscatto», mi dice Graham. Il motivo è legato alla storia degli afroamericani e degli ispanici che negli Stati Uniti «hanno sofferto e subito discriminazioni, quindi sono più flessibili e resistenti alle difficoltà». Questo nonostante il tasso di povertà tra i neri d’America sia al 23,9%, tra gli ispanici al 20,8% e tra i bianchi all’11,5%.

 

Senza reti

Ma c’è anche un altro elemento importante: la presenza di una comunità. «Venti anni fa i bianchi avevano più possibilità di sposarsi e di migliorare il loro livello economico. Oggi non è più così. È molto più improbabile che abbiano un matrimonio stabile rispetto agli afroamericani o agli ispanici», continua Graham, ricordando come le minoranze abbiano anche comunità più forti in grado di sostenerli: gli afroamericani hanno le chiese, mentre per gli ispanici ci sono le famiglie. «Resiste una identità, cosa che i bianchi non hanno», aggiunge la ricercatrice della Brookings Institution.

Non è chiaro quando si possa collocare con precisione la fine dell’American dream, anche se i primi segni sono riconducibili all’inizio degli anni ’90. Il grande spartiacque resta la crisi finanziaria del 2008. Un anno dopo, i ricercatori inglesi Kate Pickett and Richard Wilkinson nel libro The Spirit Level già raccontavano come gli Stati Uniti non fossero più la terra delle opportunità. Proprio la crisi è servita a renderci più consapevoli di un processo iniziato molti anni prima, che ha reso gli Stati Uniti un Paese con un’ineguaglianza molto alta e una mobilità sociale quasi nulla, peggio di Italia, Francia e Regno Unito.

 

Nazione ferma e diseguale

Nel rapporto del 2017, il Center on Poverty and Inequality della Stanford University, in California, mostra l’esistenza di una forte disparità razziale, facendo riferimento a disoccupazione, salari ed educazione: i dati indicano che lo stipendio medio di un maschio afroamericano è il 32% più basso di quello di un maschio bianco, con un miglioramento del 7% in quattro decenni. Per gli ispanici è ancora peggio: hanno visto salire la differenza di stipendio con i bianchi dal 29% al 42%. C’è poi la casa: solo il 41% degli afroamericani sono proprietari di un immobile, contro il 71% dei bianchi.

Una ricerca di Michael Carr e Emily Wiemers della University of Massachusetts di Boston sostiene che tra il 1980 e il 2000 la mobilità sociale negli Stati Uniti è diminuita di molto. Lo studio divide i livelli salariali in dieci fasce comprese tra lo zero e il cento. La possibilità di passare dalla decina più bassa (quella compresa tra zero e dieci) a una posizione superiore al 40 è scesa del 16% in 30 anni. In tutto questo, la differenza tra bianchi e afroamericani è quasi nulla, come sottolinea lo studio della Stanford University: se un giovane afroamericano nato negli anni ’40 aveva il 45% di possibilità di migliorare la propria condizione mentre un bianco ne aveva più del 70%, per i nati negli anni ’70-’80 le condizioni sono quasi identiche, sopra il 70% per gli afroamericani, attorno al 75% per i bianchi.

Ma nonostante i dati economici siano a favore dell’America bianca, Graham spiega come il fattore psicologico sia molto più importante. La sua ricerca infatti nasce da un nuovo approccio: oltre ai dati sulla crescita e sull’occupazione, si sofferma sull’economia della felicità, analizzata attraverso i sondaggi e lo studio dell’attività sui social network. Anche il numero di sorrisi ha un peso.

 

La forza delle minoranze

Gli afroamericani e gli ispanici continuano a vivere una vita più agiata di quella dei loro genitori, quindi a mantenere accesa la speranza di un cambiamento per il loro figli. E poi, in media, queste comunità hanno «meno casi di depressione, un tasso di suicidi più basso, maggiore solidarietà verso chi è rimasto indietro e un tessuto sociale vivo», aggiunge Graham a cui chiedo se ci sarà mai un ritorno del sogno o se questo declino coinvolgerà anche le minoranze. Difficile fare previsioni, mi dice, anche se banalmente per invertire la tendenza bisogna forse arrivare a «un punto di non ritorno», come storicamente è successo in molti Paesi del Sudamerica «che oggi – Venezuela a parte – sono società più stabili rispetto a 20-30 anni fa».

L’alternativa è il sogno di prosperità offerto da Trump, che ha vinto le elezioni anche grazie alla fine dell’American dream. Per Graham il presidente degli Stati Uniti peggiorerà la situazione: «I bianchi che hanno votato Trump vogliono cancellare Obamacare, nonostante il 40% di loro abbia tratto benefici da questa riforma. Odiano il governo, anche se proprio in questo momento hanno bisogno di welfare». Trump, secondo la ricercatrice, non farà niente per aiutare queste comunità a cui sta «vendendo un sogno fatto di razzismo e di promesse che distruggeranno ancora di più l’ambiente in cui vivono».

Guardando al futuro, qualche settimana fa, un articolo sul Financial Times del filosofo tedesco Thomas Metzinger mi ha fatto riflettere su come parte della narrativa dell’American dream sia stata assorbita dalla Silicon Valley. Oggi non ci rivolgiamo più alle chiese, ma crediamo alle promesse escatologiche d’immortalità e di superomismo diffuse dai gruppi tech californiani, che sono più forti di un sogno terreno e americano che sta scomparendo.

 

[Foto in apertura di Matt Black / Magnum Photos / Contrasto]

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