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3 settembre 2017

Addio antagonismo, ora i centri sociali sono una forma di welfare

Il Labàs di Bologna, il Baobab a Roma: perché le pratiche di autogestione sono una risposta alla crisi della politica che non merita gli sgomberi

stefano bonaga*

Dal numero di pagina99 in edicola dal 1° settembre e in edizione digitale

In un recente convegno tenuto a Bologna da Magistratura Democratica, una serie di interventi di pubblici ministeri, fra l’altro spesso essi stessi fonte giudiziaria di operazioni di sfratto, ha messo drammaticamente l’accento sul conflitto fra diritti costituzionalmente interpretabili, nel quale prevale costantemente il diritto di proprietà, anche quando la proprietà è pubblica, a scapito di diritti legati alla vita, quali l’abitare (che è perfino al di qua del diritto umano in quanto è condizione trascendentale di ogni vivente, animali e piante compresi) la dignità della persona, l’emancipazione dall’emarginazione sociale.

L’ondata recente di smantellamento delle esperienze dei centri sociali, dal Baobab di Roma al Soy Mendel di Baggio al Lume di Milano per fare qualche esempio, fino ai recenti sgomberi del Labàs e Crash a Bologna, non è solo segno di una montante intolleranza nei confronti di forme intelligenti di autonomia sociale, ma anche e purtroppo un patente sintomo di sottovalutazione degli elementi costitutivi della crisi della democrazia semplicemente delegata.

Nel pianeta dei centri sociali esistono tutta una serie di pratiche sociali diffuse che, per quanto ignorate o sottovalutate nel circuito mediatico politico, vanno reinterpretate e valorizzate, a partire dalla constatazione, come premessa generale, dell’impotenza della politica quale noi la conosciamo nel tempo presente.

Proviamo a ricostruire il paradigma contraddittorio, il contesto ideologicamente prevalente della critica diffusa all’inettitudine della politica, che costituisce fra l’altro una premessa all’incomprensione delle pratiche socialmente innovative. L’idealtipo di tale paradigma è una visione del mondo in cui il cittadino onesto e ammirevole è quello che talvolta va a votare e che paga regolarmente le tasse, e che quindi e solo per questo è legittimato a pretendere che i suoi delegati, amministrativi o legislativi, naturalmente con competenza e onestà, risolvano tutti i problemi della sua esistenza: abitazione, educazione, sanità, lavoro, ambiente, trasporti, cultura, etc…

Dunque a prestazioni di cittadinanza minima, si legittimano pretese di prestazioni di governo massime. Il cittadino dunque ha sempre ragione, perfino quando non va a votare (poiché «anche questo è un atto politico») e i governanti hanno sempre torto, poiché l’ottimo è il loro dovere. Dunque mentre l’inerzia del cittadino è legittima e talvolta perfino auspicata, ogni fallimento del sistema politico è sempre attribuito a cause soggettive. Estranea a questo paradigma è la riflessione sulla vera e propria impotenza delle strutture politiche attuali e dei loro corpi intermedi, pensate più di due secoli fa, in rapporto a una società stratificata e dunque a interessi coerenti, di fronte a una società complessa e funzionalmente differenziata, in cui la pretesa di rappresentatività adeguata è semplicemente irraggiungibile.

Invece è sempre più necessaria una partecipazione intesa come partem capere, ovvero come presa in carico di una parte di mondo in ordine a una sua trasformazione efficace ed utile. A partire da questa omissione teorico politica è facile allora che sfugga la esemplarità strategica di esperienze di autoorganizzazione sociale e di pratiche cooperative. Esse, come nel caso dei centri sociali, sono sempre meno interessate alla sterile esibizione identitaria del conflitto in quanto tale, ma sono spesso di fatto oggettivamente coadiuvanti e talvolta sostitutive di prestazione pubbliche (accoglienza degna, formazione linguistica e scolastica per i meno abbienti, rifugio, assistenza, attività culturali, etc…) – ed è il caso fra tanti altri del Labàs di Bologna o del Baobab di Roma.

Tali esperienze, indipendentemente da legittime e spesso motivate prese di posizione, al loro interno, di dura critica nei confronti del neo liberismo capitalista, poco o nulla hanno a che fare con il passato di ribellismo identitario o di sabotaggio antisistema, ma testimoniano soprattutto un modo innovativo ed esemplare di coesistenza sociale, appunto fondata su attivismo civico, responsabilità e sussidiarietà, cioè una vera e propria risorsa di potenza, che dovrebbe costituire la necessaria e più proficua materia prima per la ricostruzione dei corpi intermedi politici, ormai decisamente destinata a una deriva di un potere sempre più nominale e autoriferito.

Nell’Arte della Politica la legislazione costituisce la cornice indispensabile, ma il quadro va dipinto quotidianamente, e la potenza sociale ne è insieme la tavolozza dei colori e la pluralità dei pennelli. Non buttiamo via il bambino con l’acqua pulita.

*Stefano Bonaga, filosofo, è docente all’Università di Bologna

[Foto in apertura di Tania / A3 / Contrasto]

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