Seguici anche su

31 agosto 2017

La scelta non profit (forse) salverà i giornali

Il Guardian annuncia un progetto senza fini di lucro negli Stati Uniti. Una scelta motivata e promettente. Che, però, pochi possono permettersi

Federico Gennari Santori

Dal numero di pagina99 in edicola dal 1° settembre e in edizione digitale

Il Guardian ha annunciato l’avvio di un progetto per il «giornalismo indipendente», per ora limitato agli Stati Uniti. E interamente non profit. L’obiettivo, dunque, non è vendere copie o attrarre inserzionisti, ma produrre contenuti col contributo di fondazioni e cittadini. Oltre a essere uno dei giornali più importanti al mondo, il Guardian è anche uno dei più avanzati sul fronte dell’innovazione tecnologica. Che ora sperimenti la conversione al non profit la dice lunga.

Al di là delle agevolazioni fiscali che ciò comporta, nella situazione di crisi in cui il mercato dell’informazione versa fare appello all’interesse e al sostegno dei lettori più appassionati – nonché alle organizzazioni benefiche di settore – è senza dubbio una strada. Il punto, semmai, è che il Guardian è tra i pochi, anzi, pochissimi che possono permettersi di imboccarla.

Negli ultimi anni il quotidiano di Londra ha lavorato intensamente per diventare meno british e rafforzare la propria identità, sposando cause come la lotta al cambiamento climatico e quelle per i diritti civili. Oltre che un giornale, è diventato un brand internazionale, in cui decine di migliaia di lettori, anglosassoni e non, si identificano. Questo permette oggi al Guardian di mettere in piedi una strategia di comunicazione che, invece di spingere un potenziale lettore all’acquisto, punta a farlo sentire già acquisito al supporto di una causa. Non solo: l’iniziativa del Guardian parte con il sostegno di Bill & Melinda Gates Foundation, Ford Foundation e Rockefeller Foundation.

La domanda è: chi può fare altrettanto? Come nel caso della virata verso gli abbonamenti digitali di New York Times e Washington Post, o dell’apertura a servizi di consulenza finanziaria da parte di Bloomberg, il problema è che tra i vecchi fornitori di notizie a farsi promotori di svolte (e a poterle sostenere) resteranno i big. Quelli che hanno una storia, una reputazione e una diffusione tali da non disperdere il proprio seguito.

In pochi anni l’ecosistema informativo, e il pluralismo dell’informazione, potrebbe vedersi ridimensionato. Se i più piccoli e le realtà emergenti del settore vogliono resistere, devono specializzarsi, puntare a nicchie d’interesse, connotarsi come brand oltre che come fornitori di notizie. Evitando di rimpiangere un ruolo che si è perso e impegnandosi anche a fare quel marketing che per anni hanno trascurato.

[Foto in apertura di Horst Friedrichs / Anzenberger / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti