Seguici anche su

28 agosto 2017

Dietro la battaglia delle statue, il falso mito di un Sud felice

Gli scontri in Virginia non sono solo lo sbocco violento del suprematismo, ma il retaggio dell’antico astio dei Confederati colonizzati dal Nord

matteo muzio

Dal numero di pagina99 in edicola dal 25 agosto e in edizione digitale

«Il mio obiettivo è, se possibile, trasmettere la verità ai posteri e rendere giustizia ai nostri coraggiosi soldati». Così il generale Robert Lee scriveva in una lettera spedita al suo sottoposto Jubal Early negli ultimi mesi della guerra civile americana. L’ombra del generale Lee, dopo gli scontri di Charlottesville che hanno causato un morto e una nuova fortissima ondata di polemiche per le dichiarazioni del presidente Trump, incapace di prendere le distanze dagli ambienti dell’estrema destra che sono il suo zoccolo elettorale forte, aleggia ancora, 150 anni dopo, sui campi di battaglia (politici, questa volta) americani.

Il conflitto sulla rimozione di questa e altre statue, al centro dei violenti scontri di piazza, è stato finora analizzato focalizzandosi su cosa simboleggiano queste sculture per le due parti in causa. Un’affermazione della superiorità bianca per la destra estrema autodefinita “Alt Right”, un simbolo dell’oppressione schiavista per Black Lives Matter.
Ma sotto la patina dell’attualità c’è qualcosa di più profondo.

L’oggetto del contendere, la statua del generale che guidò l’esercito sudista, venne eretta in piena epoca segregazionista, tra il 1917 e il 1924, e quando negli Stati Uniti gli eventi della guerra civile venivano letti sotto la lente della cosiddetta Lost Cause. Ma di cosa si tratta? Difficile quantificare l’esatto momento in cui iniziò il mito della Lost Cause, la causa persa degli Stati Confederati, gli stati americani che a inizio 1860 si costituirono in una nuova entità per difendere l’istituzione della schiavitù dal presidente neoeletto Abraham Lincoln.

Dopo la sconfitta a inizio aprile 1865, vennero stampati da subito una grande quantità di libri di memorialistica sulla guerra, pieni di considerazioni sull’andamento degli eventi e con qualche considerazione a margine. Ma il vero inizio della Lost Cause avviene con una serie di articoli scritti dal generale Jubal Early nel 1876, in cui si delineavano tre miti.

1. La schiavitù centrava poco con i motivi della guerra civile. Era il Nord che voleva sottomettere il Sud per espropriarlo delle ricchezze, per quello il Sud si ribellò.
2. Nel mondo prebellico i rapporti tra bianchi e neri erano ottimi proprio perché i neri sapevano stare al loro posto, in quanto inadeguati all’autogoverno.
3. La guerra, dove la superiorità del Nord era preponderante, comunque era stata persa per alcuni singoli episodi, tra cui spiccava la tardiva carica di fanteria del generale Longstreet nella battaglia di Gettysburg, momento nodale del conflitto.

A partire dagli anni Sessanta, questa visione che ha avuto larga fortuna e diffusione grazie a libri, cinema e cultura popolare – un esempio tra tutti Via col Vento – venne screditata in ambito accademico grazie ai lavori dello storico Eugene Genovese, che individuò non tanto nella schiavitù in sé, quanto nel potere economico degli schiavisti la maggiore causa della guerra. Potere economico che Lincoln definiva «stolen labor», lavoro rubato, e che molti imprenditori del Nord vedevano come un’inaccettabile concorrenza sleale al lavoro salariato.

In secondo luogo, i rapporti tra bianchi e neri erano tutt’altro che idilliaci, come mostrava già l’autobiografia dell’ex schiavo divenuto oratore abolizionista Frederick Douglass, pubblicata nel 1845. Abusi, violenza e costrizione erano mezzi abituali utilizzati dagli schiavisti per mantenere l’ordine, anche da coloro i quali si reputavano più umani, come il generale Lee stesso, che pur essendo meglio di molti altri brutali padroni, comunque non esitò a far frustare a sangue un uomo e una donna fuggiti dalla sua piantagione. Infine il ruolo di Longstreet: le accuse erano false, costruite per screditare uno dei pochi ex generali confederati ad aver successivamente abbracciato la causa dell’uguaglianza razziale nel Dopoguerra.

Per tornare al discorso riguardante le statue, è vero che la maggior parte di queste vennero costruite durante gli anni di massimo fulgore della segregazione razziale, ma il loro scopo, a parte alcune eccezioni come la statua di Liberty Place a New Orleans, dove si celebrava esplicitamente il trionfo della “supremazia bianca”, era quello di costruire un mondo inventato prima della guerra. Un mondo ricco e armonioso, distrutto dall’arroganza del Nord, dove i sudisti avevano combattuto onorevolmente per difendere le proprie libertà.

Non erano certo quelle statue a ricordare ai neri la loro condizione di cittadini di serie B, era la vita quotidiana, dove non potevano essere serviti al ristorante o dovevano cedere il posto sui mezzi pubblici ai bianchi. Le statue volevano perpetuare un mito inesistente all’interno di un regime politico razzista, facendo dimenticare che nel frattempo quel Sud si era trasformato profondamente, diventando un posto dove a partire dagli anni Quaranta le aziende del Nord aprivano nuovi stabilimenti attirate dai minori salari e dai minori diritti sindacali, e che sovente escludeva anche i bianchi poveri dall’esercizio reale della sovranità.

L’abbattimento di queste statue infine rischia di oscurare quello che negli ultimi anni è stato uno dei migliori tentativi di restituire ai neri la loro dignità: la mappatura dei linciaggi dei neri dagli anni Sessanta dell’Ottocento fino agli anni Sessanta del secolo scorso, che culminerà nell’apertura del Peace and Justice Memorial, che ricorderà singolarmente le vittime di questi violenti omicidi a sfondo razziale.

Una soluzione di compromesso può essere il ricollocamento nei musei di queste statue, come proposto dal governatore della Virginia Terry McAuliffe. Ma ancor meglio sarebbe l’integrazione delle epigrafi di queste statue, ricordando quello che rappresentavano e il regime politico che le produsse.

[Foto in apertura di John Moore / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti