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26 agosto 2017

Come nasce la filter bubble che ci rende sudditi

Due studi confutano l’idea che siano i social a chiuderci in una bolla. Ma il problema c’è, dice Floridi: con la profilazione la pubblicità online uccide il pluralismo

andrea daniele signorelli

Fake news, post-verità e filter bubble: per larga parte degli addetti ai lavori, sono questi i tre nemici giurati della nostra epoca digitale. La causa andrebbe cercata nei social network, gli strumenti che generano questi fenomeni e sono responsabili in particolare della bolla di filtraggio: una gabbia rassicurante all’interno della quale, grazie all’intervento degli algoritmi, vediamo solo contenuti che confermano quelle che già sono le nostre credenze. Lungi dal mantenere la promessa originaria del web, ovvero offrire agli utenti un’informazione libera e diversificata, Facebook e compagnia non farebbero che mostrarci quello che vogliamo vedere, tenendoci ben al riparo da informazioni che potrebbero incrinare le nostre certezze e rendere la nostra esperienza sui social media meno confortevole.

Ma è proprio così? Una recente ricerca del Reuters Institute – condotta tra Stati Uniti, Germania e Regno Unito – dimostrerebbe come le persone che usano i social network a scopi di esclusivo intrattenimento (e che quindi non vanno su Facebook, Twitter & co. in cerca di notizie e informazioni) incapperebbero comunque, per quanto incidentalmente, in un numero di fonti informative quasi doppio rispetto a chi, semplicemente, i social media non li usa proprio. Negli Stati Uniti, per esempio, i “non utenti” si informano in media attraverso 1,8 fonti; mentre tra chi utilizza Facebook e gli altri il numero sale a 3,29. Ancora migliore, chiaramente, è la dieta informativa di chi utilizza i social network anche per leggere news e approfondimenti: tra costoro si arriva a 5,16 fonti per persona.

Più fonti, ovviamente, non significa una maggiore diversità di opinioni. Ma, si sottolinea nello studio, «quando si ha a che fare con numeri così bassi è probabile che ogni aumento nel numero di fonti porti necessariamente a un consumo più diversificato». Dunque ha ragione Mark Zuckerberg, che ha sempre negato l’esistenza della bolla di filtraggio?

Non secondo Luciano Floridi, filosofo dell’informazione di Oxford e una delle voci più ascoltate su questi temi: «Ho l’impressione che questi studi vogliano trasmettere l’idea che il problema non esista, o che vada ridimensionato, soltanto perché le cose potrebbero andare anche peggio», spiega a pagina99. «Certo, chi ha accesso a Internet si informa un po’ di più di chi, magari, consuma solo massicce dosi di televisione; ma questo non significa che la filter bubble non esista. La bolla, invece, esiste ed è un problema che non si risolverà semplicemente mostrando come le cose potrebbero essere anche peggiori».

Lo stesso si potrebbe dire per quanto riguarda un altro recente studio – condotto per il National Bureau of Economic Research da tre professori dell’Università di Stanford e della Brown University – che punta a smontare il rapporto tra polarizzazione politica e social media, solitamente accusati di essere correlati e di aumentare la faziosità a livelli da tifoseria, fino a rendere gli appartenenti a diverse posizioni politiche incapaci di comunicare tra di loro. Secondo i ricercatori, pur ammettendo la possibilità che i social media non migliorino la situazione, le persone più polarizzate sono, in media, quelle che non usano Internet. Non solo, molto più dell’utilizzo di Facebook o del web, sulla polarizzazione influirebbe l’età: più si è in là con gli anni (e generalmente meno propensi a utilizzare Internet) e più le posizioni politiche sono inamovibili.

Continua sul numero di pagina99 in edicola dal 25 agosto e in edizione digitale

[Foto in apertura di Jonas Bendiksen / Magnum Photos / Contrasto]

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