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12 agosto 2017

A Pechino la strada non è più maestra di vita

«Distruggere e rilocare» è lo slogan delle politiche urbanistiche. Così la città vecchia, che viveva nei vicoli, cambia faccia. Divorata da grattacieli e nuovi ricchi

Cecilia Attanasio Ghezzi

Dal numero di pagina99 in edicola dall’11 agosto e in edizione digitale

Una delle ultime immagini che ho di Pechino sono gli uomini in divisa nera con elmetto e manganello che stazionano tra i calcinacci e la polvere nei vicoli del centro. E una ruspa che non si ferma di fronte a nulla. Erano gli ultimi giorni di marzo. Il mandato era quello di eliminare le strutture illegali, gli accessi non previsti e le finestre aggiunte o allargate negli ultimi decenni. La polizia serviva a evitare che i pechinesi sfrattati rientrassero in casa o ricostruissero quello che le forze dell’ordine avevano appena distrutto. Oggi c’è una Pechino che sta scomparendo, e che vale la pena visitare finché sarà ancora possibile.

Il centro storico della capitale cinese è un dedalo di stradine e di casette affastellate le une sulle altre. I vicoli principali, gli hutong, hanno finito per dare il nome ai quartieri tradizionali della vecchia città: case basse su cui poggiano piccoli abusi sfruttati come ripostigli o botteghe. E bagni in comune, per strada. Le poche case a corte rimaste sono diventate uno status symbol. Chi può permetterselo si lancia in sfrenate ristrutturazioni che possono prevedere perfino saune e parcheggi sotterranei.

Negli ultimi anni, i polverosi vicoli si sono riempiti di ristorantini fusion, birrifici artigianali, caffè e negozi di oggettistica vintage. In poco più di un lustro gli abitanti e lo stile tradizionale della vecchia Pechino hanno cambiato faccia. Senza rinunciare del tutto alla loro identità.  Così può capitare di uscire da un caffè alla moda che offre solo prodotti biologici e ritrovarsi in un mercato rionale dove frutta, carni e verdure sono esposte al pubblico nella più completa ignoranza di qualsiasi norma igienico sanitaria.

Pochi metri più in la ci sono piccole botteghe, cucine improvvisate e spacci. Luoghi che stanno scomparendo. Una superficie di meno di una decina di metri quadri con affaccio su strada che ospita anche le brandine dei loro padroni. Casa e bottega, si diceva un tempo. Peccato che sono per lo più sistemazioni illegali o esercizi che fanno un uso improprio di spazi destinati ad abitazioni. Adesso il governo ha deciso di non tollerare più l’illegalità edilizia e i suoi abitanti, quei milioni di cinesi che si sono riversati nella capitale da ogni angolo della Cina. Quello che è in atto è lo schema del chaiqian, letteralmente «distruggere e rilocare», per decenni l’unico strumento attuativo delle politiche urbanistiche governative.

 

Usare il vecchio, per costruire il nuovo

Gu wei jin yong diceva il grande timoniere Mao Zedong. «Ciò che è vecchio deve essere usato per costruire il nuovo». Mao voleva trasformare la capitale in una città produttiva e come sempre riuscì nei sui piani. Fece ingrandire piazza Tian’anmen e abbattere le mura di cinta dell’antica città imperiale per fare posto alla strada a più corsie che oggi conosciamo come secondo anello: una sorta di primo raccordo anulare a cui negli anni ne sono seguiti altri cinque. Il settimo, una circonferenza di 940 chilometri, è in costruzione. Sarà pronto per le Olimpiadi invernali del 2022.

 

Da centro produttivo a culturale

Nel 1980 la città contava 14 mila ciminiere attive e l’industria pesante costituiva il 60 per cento del suo tessuto economico. Le case a corte tipiche della vecchia Pechino erano state frazionate e riconvertite in case popolari. Dove prima c’era spazio per un’unica famiglia, ora si potevano allocare una decina di nuclei famigliari. Con le riforme economiche e l’ascesa al potere di Deng Xiaoping si cominciò a ripensare la città come «il centro politico e culturale della nazione». Pechino doveva modernizzarsi.

 

Distruggere la povertà

Si calcola che tra la fine degli anni Novanta e i primissimi anni del Ventunesimo secolo, siano stati abbattuti 600 hutong ogni anno. Al loro posto sono sorti enormi condomini di palazzi a sei piani, grattacieli, centri commerciali e uffici. In quest’enorme operazione, oltre 500 mila pechinesi sono stati trasferiti dal centro alle zone periferiche della città. Tutto ciò che era “vecchio” o conservava un immagine di povertà doveva essere distrutto.

 

La fine della gentrificazione

Chi aveva cultura, si oppose. Il governo, sollecitato dall’opinione pubblica, individuò 25 aree da proteggere e valorizzare. Le demolizioni da allora sono rallentate vistosamente. E il centro storico è stato oggetto di gentrificazione. Poi, negli ultimi mesi, un nuovo, improvviso giro di vite. Decine di locali e ristoranti sono stati chiusi e moderne ristrutturazioni che erano riuscite a restituire luce e vivibilità a vecchie catapecchie sono state riportate allo stato originario.

 

Diminuire la densità

Sembrerebbe che il governo voglia cancellare la vita quotidiana di ferrivecchi e barbieri ambulanti che è rimasta identica dai tempi della fondazione della Repubblica popolare. Infatti ha intenzione di limitare la popolazione della città a 23 milioni di abitanti e di diminuirne drasticamente la densità nelle zone centrali. Via quindi i migranti che hanno costruito i grattacieli del sogno cinese, via i mercati del falso, simbolo e sintomo del made in China. Pechino deve diventare una moderna capitale del primo mondo. Anche a rischio di diventare anonima.

 

Forma urbis

Quella che oggi è una megalopoli a tutti gli effetti deve la sua pianificazione urbanistica, elegantemente concepita a quadrati concentrici, alla sua fondazione sul finire del XIII secolo. Voluta come nuova capitale dall’imperatore della dinastia mongola degli Yuan, Kublai Khan, nipote del più famoso Genghis, rispetta ancora la sua forma imperiale. Al suo centro la Città proibita, racchiusa da un fossato e dalle sue potenti mura, si sviluppa su un asse nord-sud rispettato ed enfatizzato anche oggi.

 

Il nuovo Impero di Mezzo

È quello che i cinesi chiamano l’Asse imperiale, una serie di importanti edifici allineati con i palazzi più importanti all’interno della città proibita. Lo stadio a Nido d’uccello, costruito per le Olimpiadi del 2008 e ormai emblema mondiale della nuova potenza economica, lo ha rispettato e ne ha completato l’orientamento in tempi più che recenti.

 

Le torri antiche

La torre del Tamburo e quella della Campana si posizionano proprio su quest’Asse e svettano tra le minuscole case a un solo piano così caratteristiche della città antica. Furono costruite nel 1272 assieme al resto della città, ma poi più volte distrutte e ricostruite fino ad assumere la forma attuale. Il tamburo e la campana posizionati in cima alle torri segnavano il ritmo delle ore scandendo immancabilmente il momento di apertura e di chiusura delle porte della città.

 

Lo skyline

Dalla cima delle torri, nelle giornate terse, si può godere della vista dell’intera città: osservare i caratteristici tetti, gli acroteri e le decorazioni tipiche dei coppi di colmo e poi spaziare con lo sguardo sull’orizzonte. A est il moderno e inconfondibile skyline vetro e acciaio, a ovest le colline profumate, la residenza estiva degli imperatori e la consapevolezza che, invisibile a occhio nudo, la grande muraglia continui a proteggere la capitale. È da qui che deve iniziare il turista curioso, uno sguardo dall’alto per poi muoversi verso sud. A piedi o in bicicletta.

 

Tramonto sulla città proibita

Bisogna seguire i laghi e i parchi che si alternano senza soluzione di continuità fino alla collina del carbone, alle spalle della Città proibita. Cercate di arrivarci al tramonto, possibilmente in una giornata tersa per godere della vista. Gli ultimi raggi di sole si riflettono sui tetti dorati voluti dagli imperatori. La pianta perfettamente squadrata di quegli edifici e il susseguirsi di corti ricalcano in scala gigante le piante dei più comuni siheyuan, case a corte in cui vivevano le classi più agiate della Pechino imperiale. Nella passeggiata che avrete fatto per raggiungerla, avrete incontrato la Pechino che sta scomparendo. Piccoli chioschi che vendono di tutto, mercati di frutta e verdura, un intenso traffico di biciclette e tricicli e i mestieri antichi di una città che, improvvisamente, non sembra più la capitale della seconda potenza mondiale.

 

Vita quotidiana in via d’estinzione

I parchi e le rare piazze pechinesi raccolgono tutta la variegata umanità dei dintorni: venditori ambulanti e nuovi ricchi, artisti, sfaccendati e turisti. È qui che appena il clima si fa mite, tra una birra e una litigata, gli anziani del quartiere si raggruppano su tavolini improvvisati per giocare a scacchi, a carte e a mahjong. Sono gli stessi che nelle afose giornate estive si tirano su la maglietta e mostrano orgogliosamente la pancia a sfidare la calura. C’è persino chi ancora si fa il bagno nelle acque dense di canali e laghetti artificiali. Le case del centro storico sono talmente piccole che costringono gli abitanti a passare all’aperto gran parte del tempo libero. Ed è sempre qui che all’imbrunire si raggruppa chi ha voglia di fare un po’ di baldoria. Decine di persone armate di un solo altoparlante improvvisano balli di gruppo su musiche prestabilite ogni sera, dando così sfogo ai bisogni sociali e ginnici del quotidiano.

 

Turrell nel tempio Qing

A questo punto vorrete riposarvi. Nascosto tra gli hutong a est della Città proibita, c’è un tempio in legno di epoca Qing magicamente sopravvissuto alla furia distruttiva della Rivoluzione culturale perché riconvertito in una fabbrica di televisori. L’ha restaurato una decina di anni fa un imprenditore belga, Juan van Wassenhove, trasformandolo in uno dei luoghi più magici ed esclusivi di Pechino. Sfruttato oggi come hotel, ristorante e spazio per esibizioni, il tempio del XVIII secolo è sicuramente uno dei migliori restauri fatti in terra cinese. E ha un plus che pochi luoghi del mondo possono vantare.

Un’istallazione permanente di James Turrell, l’artista della luce. A questo moderno tempio visionario si accede solo il sabato e la domenica al tramonto, su prenotazione. Vi daranno un appuntamento a cui dovrete presentarvi spaccando il minuto. Poi vi faranno stendere in una stanza caratterizzata da un’apertura rettangolare sul soffitto. Led colorati posizionati ad arte trasformeranno il pezzo di cielo sopra il vostro naso in uno schermo su cui osservare il tramonto.

Gli uccelli, i rumori del vicolo e le prime stelle della sera entreranno a far parte di un’esperienza che sarà difficile dimenticare. Anzi, che farete bene a non dimenticare. Questo gioiello rischia di fare la fine di tutta la città vecchia. Demolizione e ricostruzione. Un restauro patinato pensato solo per attrarre il turismo di massa cinese. Chi ha vissuto Pechino sa che i cambiamenti avvengono in fretta e che da un anno all’altro possono sparire interi quartieri. Affrettatevi dunque, Pechino vi aspetta.

 

[Foto in apertura di Marcella Campa e Stefano Avesani / Instant Hutong]

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