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20 agosto 2017

A Pyongyang va in onda il Truman show del comunismo

Una città in controluce e inafferrabile. Dove si ha la sensazione di essersi mossi dentro uno spazio in cui è difficile distinguere ciò che è reale e ciò che non lo è

Alessandro Albana

Continua sul numero di pagina99 in edicola dall’11 agosto e in edizione digitale

Il treno partito dal nordest della Cina ferma alla stazione di Pyongyang che sono da poco passate le sei di un pomeriggio freddo di metà febbraio. Pochi minuti dopo le porte dei vagoni si aprono e decine di passeggeri lasciano ordinatamente il treno. La stazione è anonima e potrebbe essere quella di una qualunque città. Prima di lasciare la stazione, però, passa ancora un numero imprecisato di minuti. Non molti, almeno credo, prima che le guide nordcoreane arrivino.

Due ragazzi e una ragazza si presentano e accompagnano il gruppo fuori dalla stazione, dove un pullman è già pronto ad accogliere i turisti e i loro bagagli. Sulla facciata d’ingresso della stazione, ben illuminata, campeggiano i ritratti del «presidente eterno» Kim Il-sung e di suo figlio, il «caro leader» Kim Jong-il, mentre tutto intorno è un viavai di persone che attraversano un piccolo piazzale.

In un sovrapporsi di sensazioni contrastanti, Pyongyang ci accoglie. Siamo turisti stranieri arrivati in treno e presi in carico da un pullman che ci porta in giro per una città che appare molto diversa da come è stata troppo spesso descritta. Si percorrono strade illuminate, dove non mancano mezzi pubblici e si possono scorgere piccoli gruppi di persone a passeggio.

 

Dal finestrino del pullman

Osservare Pyongyang dal finestrino del pullman è un esercizio frustrante ma prezioso per comprendere i piccoli cambiamenti della città. Ai lati delle strade sorgono grattacieli e palazzoni, ed è possibile attraversare la nuova città della scienza, un complesso tecnologico dal look avveniristico la cui pianta, vista dall’alto, si sviluppa secondo la forma di un atomo. È uno dei fiori all’occhiello della capitale, descritto entusiasticamente dalle guide come l’esempio dello sviluppo urbano e scientifico di Pyongyang.

L’altro punto d’osservazione è dato dalle soste vicino a monumenti e luoghi storici della capitale, come piazza Mansudae, dove spiccano le statue di bronzo dei due leader, alte decine di metri, o piazza Kim Il-sung, la principale della città. In piazza Mansudae i nordcoreani si recano per rendere omaggio ai defunti leader, depongono fiori e si inchinano di fronte ai giganti di bronzo, «prima di iniziare e una volta finita la giornata lavorativa», come riferisce la guida locale. Nel flusso di persone in movimento non mancano le gite scolastiche e coppie fresche di matrimonio, che non si lasciano scappare l’occasione per una foto ricordo.

La piazza dedicata al presidente eterno Kim Il-sung, famosa per essere il luogo che ospita le più importanti parate militari del Paese, occupa uno spazio enorme attraversato da una singola strada. Nel 2012 gli enormi ritratti di Marx e Lenin che la dominavano sono stati rimossi. A est della piazza scorre il fiume Taedong, oltre il quale si erge la Torre della Juche, ideologia elaborata da Kim Il-sung e tradotta – spesso e per necessità di sintesi – con «autosufficienza». Quando siamo andati, sulle sponde del fiume il freddo faceva da sfondo a un festival del ghiaccio che metteva in bella mostra piccole sculture trasparenti illuminate da luci colorate.

 

Il turismo per i Kim

Oltre alle piazze Mansudae e Kim Il-sung, poco oltre la Torre della Juche, le principali attrazioni turistiche di Pyongyang comprendono la Kimjongilia Exhibition Hall, dove il fiore progettato in onore di Kim Jong-il occupa enormi stanze ed è tra le mete privilegiate di intere folle di nordcoreani, tra cui molti militari. Fermarsi più del dovuto per una fotografia potrebbe essere sconveniente: ci vuole un attimo a perdersi tra la folla, mentre trovare l’uscita è impresa non semplice.

Una tappa obbligata è poi quella del Memoriale della Guerra di Corea, che ha un corrispettivo a Seoul e in cui si è guidati da un militare nordcoreano. Il museo conserva reperti risalenti alla guerra di Corea e ad esso i nordcoreani si riferiscono anche con il nome di Memoriale della Guerra Vittoriosa. Nelle sue sale è custodita e resa accessibile ai visitatori la nave statunitense USS Pueblo, una corvetta militare in missione di spionaggio catturata nel gennaio del 1968 dalle forze navali nordcoreane.

 

Grandeur nordcoreana

Dal grande piazzale circolare attraverso cui si accede al memoriale, l’occhio cade inevitabilmente su un grattacielo a forma piramidale. È la struttura che dovrebbe ospitare il Ryugyong hotel, l’albergo più grande al mondo: 105 piani di cemento che ancora attendono di essere inaugurati nonostante i trent’anni trascorsi dall’inizio dei lavori (vedi scheda).

A qualche centinaio di metri, a nordest del memoriale, è possibile visitare l’arco di trionfo di Pyongyang, versione nordcoreana del più celebre monumento francese, che all’imbrunire viene elegantemente illuminato da luci poste sul terreno. Intorno si trovano, ancora, ampi piazzali e monumenti dedicati al regime, ma sono i piccoli chioschi di vendita al dettaglio a scatenare grande curiosità.

 

Tracce di contemporaneità

Piccoli esercizi commerciali, chioschi come anche negozi di alimentari, sono infatti visibili in numerose zone della città e non solo nell’area circostante l’arco. Per la storia del Paese e della sua capitale, tradizionalmente distintasi per un livello di centralizzazione economica pressoché totale, è un elemento di discontinuità che lascia intuire parziali aperture del regime ad iniziative economiche, private o semipubbliche.

Il tutto mentre a Pyongyang i telefoni cellulari sono oramai molto diffusi: nonostante l’accesso a internet non sia permesso, si tratta di un’altra novità significativa in un contesto in cui, fino a pochi anni fa, possedere e utilizzare i cellulari era vietato.  Osservate dal finestrino del pullman che attraversa le strade della capitale o passeggiando dove è permesso farlo, nella loro inedita quotidianità queste immagini raccontano di una Pyongyang un poco cambiata rispetto alle cronache dei visitatori di qualche anno fa.

Anche il trasporto pubblico, in una città come Pyongyang, è fonte di attrazione. La città è servita da due linee di metropolitana che si sviluppano per una lunghezza complessiva di poco superiore ai 20 km. I treni della metro sono essenziali e in buone condizioni, mentre su ogni vagone sono presenti i ritratti dei defunti Kim. Le stazioni sono molto curate e abbellite da opere grafiche propagandistiche o effigi dei leader defunti; nelle fermate è inoltre possibile consultare il Rodong Sinmun, il giornale ufficiale del Partito dei Lavoratori, affisso quotidianamente all’interno di bacheche di vetro.  La metropolitana di Pyongyang viene orgogliosamente presentata come la più profonda al mondo. Costruite a più di cento metri sotto il livello del suolo, le due linee sono infatti state progettate per fungere da rifugio in caso di attacco aereo.

 

Il palazzo del Sole

Non capita spesso, ma in alcuni periodi dell’anno ai turisti è permessa la visita del Kumsusan Palace, il Palazzo del Sole che ha ospitato l’ufficio politico di Kim Il-sung prima di trasformarsi nel mausoleo dei defunti leader, le cui salme sono esposte in teche di vetro posizionate in mezzo a stanzoni pesantemente decorati e sorvegliati dagli uomini della sicurezza, con e senza divisa.

L’ingresso al Kumsusan richiede una certa preparazione, e le procedure sono strettamente controllate dalle guide locali. Il dress code prescrive un abbigliamento formale, mentre i controlli di sicurezza all’ingresso della struttura sono stringenti e impongono di non indossare bracciali, anelli, orecchini ingombranti, come pure vietato è portare con sé cappelli, chiavi o portafogli. Prima di entrare nella struttura, spazzole rotanti puliscono la suola delle scarpe e il passaggio attraverso camere da cui viene sparata aria sul corpo assicura che i visitatori non portino con sé niente che possa sporcare.

 

Le notti di Pyongyang

Tornati in hotel, la sera, è suggestivo osservare Pyongyang se si ha la fortuna di alloggiare ai piani alti degli edifici. La città, a differenza di come appare mentre la si attraversa, è prevalentemente al buio e solo poche zone godono di illuminazione pubblica. Una volta rientrati in hotel, comunque, non è più possibile uscirne, o meglio, come dicono le guide è «altamente sconsigliato». Anche all’interno degli alberghi esistono limitazioni alla mobilità ed di fatto vietato l’accesso ad alcuni piani.

Le strutture ricettive, comunque, sono spesso dotate di ogni comfort e riproducono una realtà sospesa che in nessun modo si sovrappone a quella della città. Capita anche di vedere uomini intenti a scattare foto ai turisti riuniti nella lobby. Spie, è lecito pensare. Ma la domanda non può essere posta e le risposte non si trovano. Dagli hotel, Pyongyang è uno sfondo semibuio e lontano. So che in passato, qualcuno ha provato a lasciare l’albergo, di notte e senza le guide, per indagarne il mistero o per banale curiosità. I tentativi sono sempre falliti e l’audacia ricondotta entro i confini degli spazi percorribili. Pyongyang rimane una città in controluce, misteriosa, inafferrabile. Lasciarla non basterà a scrollarsi di dosso la sensazione di essersi mossi dentro uno spazio in cui è difficile distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

[Foto in apertura di Ed Jones / Afp / Getty Images]

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