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22 agosto 2017

Nomen, Oman: l’Arabia che non ti aspetti

Montagne verdi, mare e deserto. E la capitale Mascate. Un Paese che con gli occidentali è aperto, ma tratta la manodopera straniera come cittadini di serie B

Costanza Spocci

Dal numero di pagina99 in edicola dall’11 agosto e in edizione digitale

In Oman non ci sono solo cammelli e beduini vestiti di bianco. Se per i fan dell’orientalismo questa sarà pure una gran delusione, per tutti gli altri invece è un’ottima occasione per scoprire la storia millenaria di un crocevia tra Asia, Africa e Medio Oriente. “Oman, un’esperienza diversa”. È lo slogan a caratteri cubitali che il ministero del Turismo omanita sta sponsorizzando con successo dal 2011. L’invito è rivolto a un turismo di nicchia, attento a evitare le grandi folle e che può permettersi di attingere generosamente alle proprie tasche.

 

La città che cambia

“Diverso” l’Oman lo è davvero: e non solo perché il paesaggio è variegato, con le sue montagne verdi, il mare e il deserto, ma soprattutto perché, grazie agli ingenti finanziamenti che il governo pompa nel settore, ogni anno spunta sempre qualcosa di nuovo da visitare. La trasformazione è palpabile nella capitale Mascate non appena ci immettiamo sulla strada in uscita dall’aeroporto. Fuori dal finestrino scorrono ville lussuose, striscioni di tutte le dimensioni con l’effige del Sultano Qaboos Bin Said, e decine e decine di prefabbricati in costruzione. La scritta “In Affitto” campeggia dappertutto: nuovi hotel, palazzi residenziali e sedi per compagnie locali e straniere.

 

Visita al museo

Una delle recenti novità di Mascate è il Museo Nazionale, inaugurato il 30 luglio 2016 e costruito esattamente di fronte al palazzo del Sultano. All’entrata ci accoglie Najanani Shurooq, una ragazza di 25 anni da poco laureatasi all’Università di Belle Arti della capitale. È la nostra guida, pronta a farci attraversare tremila anni di storia passando per le ex-colonie omanite del Baluchistan e di Zanzibar, alle relazioni storiche con l’Iran e i Paesi del Golfo. I primi oggetti che ci si parano davanti sono i khanjar, coltelli a forma di uncino che gli uomini indossano con una cintura durante cerimonie e incontri ufficiali.

D’oro, d’argento e di rame, il khanjar è anche di latta se comprato nel souk come souvenir a pochi rial ed è il simbolo nazionale dell’Oman, stampato ben in vista sulla bandiera e la valuta nazionale. La nostra Virgilio continua il tour mostrandoci gli zajrah, i vecchi “pozzi che cantano” per via del rumore dei secchi issati da una ruota trainata da buoi; la stanza dei Corani e della nascita dell’Ibadismo, per poi sogghignare indicandoci una caraffa d’argento per la birra appartenuta al Sultano di Zanzibar e che ha una sagoma del diavolo al posto del manico.

 

Tradizione e modernità

Il vanto del museo sono due grandi barche tradizionali in legno che troneggiano in una grande stanza blu, proprio per ribadire la potenza marittima e commerciale dell’Oman. Lo stesso fanno le spiegazioni interattive touchscreen che affiancano ogni teca, spesso accompagnate da modellini digitali 3D e descrizioni in braille: più le scorriamo, più diventa chiaro che il museo non è tanto rivolto agli omaniti, quanto ai turisti stranieri e ai potenziali investitori nel Paese.

Così il certificato del primo dottorato conseguito da una donna omanita nel 1955 all’Università di Londra, la dottoressa in filosofia Fatma Salema Seif, è ben esposto e incorniciato per mostrare l’apertura del Paese alle questioni di genere; o i frammenti della Luna donati dall’ex-presidente Nixon per sancire l’amicizia diplomatica con il Sultano. L’apoteosi è il pannello finale con gli indicatori socio-economici e una bilancia dei pagamenti caratterizzata da continua crescita del surplus, il cui fautore sarebbe proprio il Sultano Qaboos.

 

Una divisa per ogni lavoro

Di fronte al palazzo del sultano, dalla parte opposta del museo, ci sono una calma e un silenzio che sanno quasi di noia. Le poche guardie di fronte al cancello non hanno un gran da fare e sonnecchiano nell’afa pomeridiana, mentre un gruppo di tre bengalesi in tuta da lavoro blu ridipinge gli sfarzosi lampioni che si susseguono su un marciapiede a serpentone lastrato di marmo. L’aria ha lo stesso odore dei prati delle piscine.

Un giardiniere risistema il capolavoro di piante e alberi in fiore che costella il prato ed è impossibile non notare come sia vestito da capo a piedi color kaki. La manodopera qui ha la divisa che ha un colore per ogni tipo di lavoro e di tutte le persone che lavorano all’aperto – costruttori, muratori, stradali – nemmeno una è omanita. La forza lavoro non manca: tutto è minuziosamente curato, fin troppo ordinato, da bengalesi, indonesiani, filippini, nepalesi ed etiopi. I cittadini di serie B dell’Oman.

 

Davanti al Forte in bikini

Sotto il porticato bianco che costeggia tutta la strada dal museo al palazzo, un manipolo di bambini gioca a calcio, correndo scalzi avanti e indietro sui pavimenti di marmo. Spostandosi qualche centinaio di metri, una fila di palazzi bianchi con torrette e cupole sono schierati sulla costa e più in là, tra le montagne a picco sul mare, si intravede un castello color sabbia. È il Forte Jalali che dà sul porto della città vecchia. Vale la pena allora fare un giro su una dohw, una barca da pesca, per qualche ora ascoltando un po’ di musica, tuffarsi in acqua e osservare Mascate guardandola dal mare.

Per le turiste non è un problema fare il bagno in costume e in generale, quando si cammina per strada, nessuno vi fischierà dietro o farà commenti inopportuni. Non è assolutamente obbligatorio girare con il velo e ognuno può vestirsi come vuole. Se volete evitare di sentirvi completamente fuori luogo però, magari è il caso di lasciare pantaloncini e gonne cortissime a casa.

 

Nel retro del souq

Facendo un giro per il souq di fronte al porto Sultan Qaboos, dove tutta la città si mischia, è facile rendersi conto del perché: la maggior parte delle signore gira velata con ampi vestiti, neri o colorati, mentre gli uomini d’affari o in tenuta da lavoro indossano il dishdasha – una veste bianca tutta d’un pezzo che arriva fino alle caviglie, simile alla kandoura degli Emirati. Le stradine del mercato coperto sono pervase da profumi di olii essenziali e del frankincense, ceste, sciarpe e vestiti di ogni tipo. La parte più interessante del souq è però il suo “dietro le quinte”.

Basta infilarsi nelle stradine strette laterali e addentrarsi un po’, per scoprire un panorama puntellato di minareti di moschee bianche che spiccano in mezzo a fili elettrici e lucine appese. Stock di tessuti coloratissimi ammassati in stanze, vestiti appesi in grucce sui lati delle strade, un viavai di uomini che trasporta pacchi e negozietti di calzolai, sarti e piccoli supermercati dove si possono comprare le stesse identiche cose del mercato principale, ma a un decimo del prezzo. È un ottimo posto per prendersi un caffè verde e scambiare qualche chiacchiera con i commercianti: potreste avere anche una lezione semplice, ma garantita, sulla fluttuazione dei prezzi del petrolio e poi toccarne con mano i risultati.

 

Nella moschea del sultano

Un altro must see di Muscat è la Moschea Sultan Qaboos, progettata dall’architetto iracheno Mohammed Saleh Maqlih e aperta al pubblico nel 2011. Il design interno è iraniano, così come le sue cupole azzurre, ma è costruita con materiali provenienti da tutto il mondo: lampadari ottomani, tappeti scozzesi, marmo bianco di Carrara, legno dalla Birmania e orologi svizzeri. Le colonne che sostengono gli archi sono costruite sul modello dell’Alhambra di Granada e producono un sistema di eco che fa sì che non ci sia bisogno di altoparlanti per diffondere la predica dell’imam alle 15.000 persone che la moschea può contenere.

 

Al Bustan Palace Hotel

Procedendo verso la zona diplomatica della città, il traffico scorre liscio su ampie strade a tre corsie, cavalcate da macchinoni di lusso, Suv e Toyota. Di fronte al Parlamento, che è visitabile, c’è il Bustan Palace Hotel, un hotel extra-lusso da poco rinnovato. Potrebbe essere un’esperienza interessante aggirarsi nella lobby e bersi qualcosa, perché non si sa mai chi potrebbero essere i vostri vicini di tavolo. Tutta la diplomazia del Medio Oriente infatti passa da lì: chi vuole liberare ostaggi in Yemen, chi negozia le crisi nel Golfo, e persino gli sherpa che hanno preparato gli accordi sul nucleare iraniano facendo la spola tra Washington e Teheran.

 

A cena dopo l’opera

Tra tutti questi giri, per riposarsi un po’, vale la pena fare un salto all’Opera House Sultan Qaboos, aperta nel novembre 2011. Il direttore dell’orchestra filarmonica, Salem al Falahi, è un’ottima guida. Vi mostrerà il palcoscenico mozzafiato con un enorme organo centrale a 4.000 canne. L’opera ha più di 70 programmazioni l’anno, soppesate per i gusti di chi viene in visita da lontano, e in mezzo a disegni e strumenti tradizionali si possono ascoltare jazz, classica e opere di Verdi e Tchajkovsky, o assistere a spettacoli di balletto.

Dopo un po’ di musica, per concludere le serate in bellezza, c’è Shera El Hob, una zona di caffè e ristoranti che danno sul mare, dove gli omaniti si ritrovano per riprendersi dal caldo e dal trantran giornaliero per bersi l’ennesimo caffè della giornata (niente birra qui) e fumarsi un buon narghilè.

 

[Foto in apertura di Lutz Jaekel / Laif / Contrasto]

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