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8 agosto 2017

In Rete domina la legge del più forte: il caso Mentana

Il giornalista che “blasta” gli ignoranti è diventato un fenomeno social: rispondere per le rime sul web garantisce grande popolarità. Ma può essere un abuso di potere

massimo mantellini

Dal numero di pagina99 in edicola dal 4 agosto e in edizione digitale

Non ho idea se nei manuali di psicologia esista un nome per la sindrome che ci affligge quando decidiamo di rispondere per le rime su Internet a qualcuno che ci ha offeso o si è dimostrato stupido. Noi leggiamo quelle parole e decidiamo di replicare: per farlo utilizziamo una battuta canzonatoria o una leggera offesa di rimando. Oppure argomentiamo accuratamente, in maniera da rendere palese la povertà del ragionamento altrui. Quello che so, è che questa eventuale sindrome è una patologia minore quando si applica fra pari, mentre merita alcuni approfondimenti quando fra i due interlocutori esista un ampio spazio di differente notorietà.

Perché se io rispondo a qualcuno nei commenti del mio piccolo blog ridicolizzandolo (è accaduto in passato molti anni fa, poi ho capito e ho smesso) è un conto, ma se Enrico Mentana, la cui pagina Facebook è seguita da quasi un milione di persone, decide di rispondere a uno sconosciuto dandogli del fesso, del baluba, ironizzando pesantemente sul suo titolo di studio o sulla sua intelligenza, il nostro campo di indagine si allarga di molto.

Se Laura Boldrini decide di pubblicare su Internet nomi e cognomi di chi la offende in rete, perché così la prossima volta imparano, scatenando i giornalisti alla ricerca di queste persone per un’imperdibile intervista, è evidente che la tipica architettura di rete, immaginata per relazioni orizzontali di peso sostanzialmente analogo, scricchiola un po’.

Sembrerebbe chiaro che Mentana goda a crocifiggere digitalmente i suoi peggiori commentatori, a sottolinearne i tic e le miserie, a elevare i loro nomi a fenomeno da baraccone del giorno. È altrettanto chiaro che parte di questo piacere è legato al wow effect che simili sue risposte scatenano ogni volta. Centinaia di altri commenti sottolineeranno la stima per il direttore e il compiacimento per la lezione impartita al cretino di turno. Il tribunale di Internet del resto è implacabile e velocissimo: una volta individuata la preda una folta folla di giustizieri si riunirà all’istante.

I vecchi barbosi fissati di dinamiche di rete (come me) tendono ogni volta a sottolineare che i commenti alla Mentana sono semplicemente figli di due aspetti lontani fra loro e complementari. Da un lato gioca un ruolo l’incultura digitale: simili atteggiamenti di grande spavalderia erano un tempo associati ai cosiddetti newbie, gente che capitava improvvisamente dentro ambienti nuovi e strutturati senza percepirne la complessità.

Il tipico elefante dentro la cristalleria. Dall’altro conta l’abitudine a considerare il proprio ruolo di figura dominante (come direbbe Mentana: «Un professionista di 62 anni che dirige con una qualche fortuna telegiornali da più di un quarto di secolo») anche dentro ambienti comunicativi paritari. In altre parole Mentana trova naturale riprodurre nelle sue esperienze di rete il formato comunicativo che utilizza ogni giorno nel suo mestiere di giornalista, senza curarsi del fatto che le due forme di reputazione che si creano non saranno coincidenti. Mentana può essere un perfetto anchorman secondo i canoni della Tv e contemporaneamente un pessimo comunicatore online.

Ma c’è un terzo aspetto, che è forse quello determinante nel mantenimento di simili comportamenti sprezzanti in rete, ed è quello degli ulteriori meccanismi di notorietà che simili scelte stilistiche sono in grado di generare anche fuori del proprio orticello digitale. Nascono pagine Facebook dove adepti raccolgono le testimonianze in forma di screenshot di ogni singola volta in cui Mentana ha «blastato» un povero cristo; le parole utilizzate dall’eroe in qualche caso si trasformano in neologismi che poi chiunque utilizzerà in rete e fuori, come per esempio webete; la notorietà della star birichina che mette a posto i suoi commentatori esce poi dalla rete e diventa materia per convegni o paginate di celebrazione sui giornali di carta.

Tutto un indotto, insomma, al quale il personaggio che lo ha creato, poi faticherà a sottrarsi. Simili dinamiche attecchiscono con particolare facilità in Paesi come il nostro dove la cultura digitale media è molto bassa e assai poco considerata, dove buona parte degli intellettuali pensa ancora che Internet sia un giocattolo per gente con molto tempo libero mentre il senso della vita sta scorrendo altrove. Tutto ciò ovviamente non dice molto delle caratteristiche dell’ecosistema dentro il quale la star della Tv o il politico di turno è immerso. Per amore di realtà andrà sottolineato che l’intero ambiente di rete è figlio della nostra incultura digitale e ne mostra quotidianamente i segni.

Così capita che, in una sorta di nemesi che forse ci saremmo potuti attendere, Mentana e i suoi peggiori commentatori abbiano punti di contatto insospettati e riassumibili nel vecchio adagio che tutti – almeno una volta – abbiamo citato, e che forse non è di George Bernard Show e nemmeno di Marc Twain o di Abramo Lincoln, ma che è utile lo stesso per indicarci una traiettoria minima di intelligenza: «Ho imparato tanto tempo fa a non fare lotta con i maiali. Ti sporchi tutto e, soprattutto, ai maiali piace». Ovviamente i maiali non siamo noi. I maiali sono gli altri.

[Foto in apertura di Augusto Casasoli / A3 / Contrasto]

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