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7 agosto 2017

C’è un Lutero al Cairo? La svolta pop di al-Azhar

Consigli sullo sport, i libri, i vestiti. L’autorità religiosa sunnita scende in strada per diffondere «una corretta interpretazione dell’Islam». Contro il radicalismo

laura cappon

Dal numero di pagina99 in edicola dal 4 agosto e in edizione digitale

La fermata della metropolitana al-Shohada al Cairo è un frenetico crocevia di persone. Un fiume di passeggeri che cammina a passo spedito per poi trasformarsi in una fila caotica e disordinata di fronte alle banchine. Si sta così, in attesa di entrare negli asfittici vagoni delle due linee della metro che si intersecano sotto la principale stazione dei treni di Midan Ramses e al parcheggio informale dei microbus che trasportano a prezzi popolari i 22 milioni di abitanti della capitale.

Nel piano ammezzato, dedicato alla biglietteria ancora rigorosamente manuale con i gabbiotti e gli impiegati assonnati, da qualche settimana è apparso un nuovo chiosco che non vende né merendine né patatine all’aceto – molto in voga tra i teenager egiziani – ma dispensa le fatwe. Una fatwa è il parere espresso da un’autorità religiosa sui più svariati aspetti della vita, dalle regole di guida al modo in cui comportarsi con il proprio compagno di scuola.

 

Il chiosco delle fatwe

La stampa locale lo ha rinominato il “fatwa kiosk”, il chiosco della fatwa, ed è l’ultima idea sfornata dalla moschea-università del Cairo al-Azhar – tra le più prestigiose istituzioni sunnite del mondo – per contrastare il radicalismo e avvicinare la popolazione a «una corretta interpretazione dell’Islam». Gli ulema (esperti di Islam, ndr), sono presenti dalle 9 del mattino alle 8 della sera, tutti i giorni eccetto il venerdì, che è festivo per i musulmani. Le domande delle persone che decidono di consultarli sono le più varie: dalle rassicurazioni sul poter praticare sport in una palestra frequentata anche dall’altro sesso – è possibile solo se non c’è contatto fisico, dice l’ulema della metro – all’acquisto di capi contraffatti che non è un peccato come ad esempio produrli, che è come scrivere un libro che qualcuno ha già pubblicato.

 

L’università dei sunniti

La religione musulmana, a differenza di quella cristiana, non ha un Vaticano, cioè un’istituzione unica di riferimento. Ma al-Azhar con la sua università frequentata da 450 mila studenti – la maggior parte provenienti da Asia e Africa – e le novemila scuole in Egitto si è proposta come una delle istituzioni più autorevoli per quanto riguarda l’Islam sunnita. Le raccomandazioni dei suoi esperti sono tenute in gran considerazione.

«Nella metro di al-Shohada transitano milioni di persone al giorno, è il posto migliore per raggiungere più fedeli possibili», conferma Mohamed Sayed Wardany, responsabile della comunicazione dell’Accademia di ricerca islamica dell’Azhar che si occupa, tra le altre cose, della divulgazione degli studi islamici. «Il nostro scopo è quello di essere più vicini alle persone. Dobbiamo essere a disposizione per chiarire i loro dubbi sull’interpretazione dell’Islam ed evitare che vadano a cercare risposte altrove, per esempio facendosi persuadere dai video estremisti di propaganda. Dobbiamo contrastare le idee radicali che sono estranee alla società egiziana».

L’autorità sunnita ha anche firmato un accordo con la società di gestione della metropolitana che ha permesso la trasmissione giornaliera dei programmi durante il mese sacro di Ramadan, terminato alla fine di giugno. Così i passeggeri in transito hanno potuto ascoltare i predicatori di al-Azhar illustrare i precetti dell’Islam e dell’educazione religiosa. L’operazione non è la prima nel suo genere: lo scorso aprile gli ulema di al-Azhar hanno organizzato carovane nelle zone rurali del paese e un tour nei popolari qawa (caffetteria in arabo, ndr) della capitale che ha riscosso però un certo scetticismo tra i proprietari.

 

La svolta popolare di al-Azhar

Le mosse di al-Azhar potrebbero essere interpretate come una svolta popolare, dallo sguardo meno elitario e con un approccio più vicino alla popolazione e ai suoi problemi quotidiani. Sino a ora gli analisti avevano giudicato la sua comunicazione carente e non in grado di raggiungere il livello di quella dei Fratelli Musulmani o dei miliziani dello Stato Islamico che, rispettivamente, hanno fatto delle tv satellitari e dei social media i punti forti della loro propaganda.

«L’opinione pubblica egiziana è divisa, la parte più laica e i cristiani copti (in Egitto costituiscono circa il 15% della popolazione, ndr) sono molto critici verso queste iniziative perché le percepiscono come un supporto alle istituzioni», spiega Georges Fahmi, ricercatore egiziano all’European University Institute di Fiesole. «Questa parte di società pensa che il nuovo atteggiamento sia parte dei problemi di radicalizzazione piuttosto che una soluzione».

La repressione del regime di Abdel Fattah al-Sisi che ha provocato decine di migliaia di arresti politici, centinaia di sparizioni forzate e dei provvedimenti draconiani contro le Ong e la stampa, è considerata da molti analisti come uno degli elementi che contribuisce al rafforzarsi del radicalismo. L’Egitto negli ultimi tre anni ha subito più di mille attentati, la maggior parte dei quali perpetrati da Wilayat Sina, il gruppo terroristico presente nel Nord della penisola del Sinai al confine con Israele che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico nel novembre del 2014. «Per questo dobbiamo sforzarci di diffondere l’Islam moderato che non ha nulla a che fare con la rigidità, l’estremismo e la violenza», dice ancora il responsabile della comunicazione dell’Azhar Wardany.

 

L’accademia contro al-Sisi

Nel gennaio del 2015 il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi aveva fatto un appello alla riforma del discorso religioso all’interno dell’Islam. Al centro conferenze di al-Azhar, di fronte a una platea di esperti e religiosi sunniti, l’ex generale aveva chiesto «una rivoluzione religiosa» spiegando che il radicalismo stava diventando motivo di ansia, pericolo e distruzione per il resto del mondo. Da allora, i rapporti tra la presidenza e al-Azhar – che aveva sostenuto il colpo di stato di al-Sisi nel luglio del 2013 ai danni del leader islamista Mohammed Morsi – sono diventati tesi. Alcuni temi come la riforma delle legge sul divorzio e il controllo dei sermoni unificati hanno provocato attrito tra i palazzi del governo del Cairo e i religiosi.

«Il clero egiziano resiste alla richiesta di riforma dell’Islam», titolava lo scorso febbraio l’Economist raccontando l’avversione dell’istituzione al controllo e all’unificazione dei testi pronunciati durante la preghiera del venerdì assieme al rifiuto di una nuova legge che ponesse fine al divorzio verbale (oggi è sufficiente che il marito pronunciare tre volte talaq, letteralmente divorzio, per rifiutare la coniuge). I professori di al-Azhar avevano definito questa pratica perfettamente islamica sostenendo che «la società doveva adattarsi alle regole della religione e non il contrario».

Altro motivo di duro scontro è stato quello sulla riforma dei libri scolastici. Il presidente al-Sisi nel 2015 ha avviato una revisione dei testi delle scuole primarie e secondarie dove in nome della lotta contro l’estremismo oltre ad aver censurato alcune definizioni politiche potenzialmente avverse al regime, ha rimosso la storia di alcuni personaggi “equivoci” come Uqba Ibn Nafi, il generale che nel settimo secolo, durante la dinastia degli Omàyyadi, portò l’Islam nel Maghreb.

Dai libri scolastici sono scomparsi anche alcuni hadith (i fatti e i detti del profeta che assieme al Corano costituiscono l’insieme dei dettami musulmani) tra i quali «Mi era stato ordinato di combattere sino a quando non hanno testimoniato che non c’è altro Dio all’infuori di Allah». La presidenza ha invitato al-Azhar a fare altrettanto e l’autorità ha concluso la riforma sui manuali, cominciata alcuni anni fa su invito di diversi intellettuali, per rimuovere le parti più problematiche per quanto riguarda il radicalismo.

 

Al servizio del Rais?

«Il rapporto tra i due soggetti è sempre in equilibrio precario ma c’è stata sicuramente un’accelerazione. Ora al-Azhar sta andando verso una distensione dei rapporti e sembra volersi mettere alla guida dell’Islam moderato invocato dal presidente al-Sisi», spiega Michele Brignone, segretario scientifico della Fondazione Oasis. «Il discorso pronunciato nel gennaio del 2015 non era stato accolto bene dall’autorità sunnita che all’inizio faceva fatica a parlare di rivoluzione e riforma dell’Islam».

Il dibattito sull’efficacia di queste operazioni resta aperto, ma gli sforzi di divulgazione dell’Islam moderato di al-Azhar potrebbero risultare vani. Il suo riavvicinamento al regime sul discorso religioso potrebbe alienare quella parte di popolazione – che comprende sia movimenti di ispirazione islamista, come i Fratelli Musulmani, sia gli attivisti laici – che in maniera silenziosa ma crescente sta diventando sempre più insofferente verso la dittatura del presidente al-Sisi.

 

[Foto in apertura di Amr Abdallah Dalsh / Reuters / Contrasto]

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