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14 agosto 2017

Il Cairo che dice no

La repressione di Al Sisi ha spento il dissenso. Ma c’è una città che non si piega e continua a fare cultura e politica. Nelle gallerie del centro o nelle case

Laura Cappon

Dal numero di pagina99 in edicola dall’11 agosto e in edizione digitale

Il suono dei clacson che si mescola con l’adhan, la chiamata alla preghiera che per cinque volte al giorno si diffonde dai migliaia di minareti delle moschee cittadine. Il tappetto sonoro del Cairo è inconfondibile e la sua potenza lo distingue da qualsiasi altra città del Medio Oriente. Il caos di migliaia di auto e taxi, autorizzati e non, è la prima cosa che ti accoglie lungo la strada che dall’aeroporto internazionale porta al cuore della città. Al Cairo si sta in coda, una coda disordinata che dilata il tempo degli spostamenti imposti da una megalopoli ormai sopra la soglia dei 20 milioni di abitanti.

Quasi un terzo dei cittadini egiziani vive nella capitale, la popolazione continua ad aumentare in maniera incontrollabile e la geografia irregolare di piazze e palazzi completamente abusivi ne è lo specchio. «Questa città si è sempre sviluppata in modo informale», evidenzia l’urbanista Omar Nagati. Lo conferma in modo certosino e un po’ propagandistico, il tabellone che domina un lato dell’intasata arteria di Salah Salem, davanti al palazzone sovietico del Capmas, l’agenzia statale per la statistica. Il display si aggiorna per ogni nuovo nato e sembra dire a chiunque passi: «Siamo 93 milioni e 170 mila», siamo umm al-dunya, la madre di tutte le terre, la grande nazione araba.

La retorica del grande Egitto, eredità del sogno panarabista del presidente Nasser infranto alla fine degli anni Sessanta, è ancora evidente. Così come lo sono i segni di mezzo secolo di assolutismo militare. «Non che adesso, con una dittatura mascherata che si legittima grazie alla lotta al terrorismo, le cose vadano meglio», osserva lo scrittore Alaa Al-Aswani, cairota cosmopolita.

Sempre nel passaggio verso l’aeroporto sorge il glorioso museo della guerra del 1973, quella che l’Egitto sostiene in maniera indiscutibile di aver vinto contro Israele, in barba a qualsiasi ricostruzione storica: lo dicono quell’insegna, la storiografia e anche i libri di testo scolastici. Quella guerra rappresenta per la memoria collettiva la rivincita dopo la rovinosa sconfitta in sole sei ore dell’aviazione egiziana nella guerra dei 6 giorni del 1967 e perché ha portato agli accordi di Camp David, il grande successo diplomatico del presidente egiziano che succedette a Nasser, Anwar Sadat. Il capo di Stato venne assassinato nel 1981 proprio durante la celebrazione del conflitto vittorioso, in un memoriale poco distante dallo stesso museo…

A 35 anni e qualche rivoluzione di distanza, il sogno di un Egitto dominatore appare più lontano. Sfocato. Messo in crisi da nuovi equilibri geopolitici e soprattutto avvitato su una crisi congiunturale che non risparmia quasi nessuno. «La nostra economia sta collassando. I prezzi sono raddoppiati e facciamo fatica a comprare il cibo, a pagare gli studi per i nostri figli», mi dice Ahmed, tassista alla guida di una malconcia Lada. Ma nonostante le lamentele, Ahmed, pelle scura e sguardo rassegnato, non accusa il governo militare del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, quasi come se la crisi economica fosse un fenomeno dovuto a cause diverse dalla gestione del Paese.

Intanto dal finestrino si vedono i grandi manifesti di propaganda affissi sui muri che delimitano accademie e complessi militari. Raffigurano un soldato che tiene in braccio un bambino. Lo slogan dice «Al- geish wa al-shaab yid wahda», l’ “esercito e il popolo sono una mano sola”. Il legame tra i cittadini egiziani e l’autorità militare, fondatrice dello Stato indipendente egiziano ma allo stesso tempo potenza economica e tiranno della sua gente, pare ancora indissolubile.

Per arrivare in centro è necessario passare per la Ring Road, la grande direttrice circolare che attraversa tutta la città. Un serpentone di cemento collegato a numerosi ponti che con i loro pilastri trafiggono le arterie stradali di tutta Il Cairo. Il centro, wasat al-balad, è quello che dal diciannovesimo secolo è definito il cuore commerciale della città, quello dei mille negozi della via di Talaat Harb innestati nei piano terra dei decadenti palazzi liberty in cui è possibile trovare qualsiasi cosa, dalle pentole al vetro sostitutivo low-cost per lo smartphone.

Ma wasat al-balad è anche il quartiere dove sorge piazza Tahrir, un’altra efficace sintesi del Paese: da un lato, infatti, c’è il museo egizio, la più grande – e disordinata – collezione sull’Antico Egitto, dall’altro il Mugamma, il centro amministrativo statale, colosso di cemento dalle mille finestre e dai piani che sembrano dei gironi danteschi. Le visite al museo e alle piramidi del quartiere di Giza sono state per decenni l’accoppiata vincente del turismo egiziano, ma da qualche anno a questa parte l’immenso giardino oltre le cancellate ospita file di turisti molto più contenute.

Non ci sono più gli autobus che arrivano dai resort del Mar Rosso, ormai è troppo pericoloso risalire il Sinai a causa dei gruppi terroristici presenti a nord della Penisola, e i lineamenti dei turisti in fila sono cambiati perché il calo del turismo dall’Europa e dagli Stati Uniti è stato almeno in parte compensato da viaggiatori provenienti dal continente asiatico.

Il punto di partenza di questa crisi si trova proprio a pochi passi dal museo: a piazza Tahrir, il luogo della rivolta del 2011 che destituì Hosni Mubarak e diede il via alla sanguinosa restaurazione di cui il Paese è ancora vittima. Al centro della piazza, un’enorme rotonda congestionata dal traffico, sventola un’enorme pennone con la bandiera egiziana. Per chi, come me, l’ha conosciuta negli anni della rivoluzione è un posto ormai irriconoscibile.

«Ya, ya maidan, kunti fyn min zaman», “oh, piazza, dove sei stata per tutto questo tempo”, cantava la band indie rock Cairokee negli anni della rivoluzione. La piazza della gente che chiedeva pane, lavoro e giustizia sociale e che ora vede sfrecciare con le sirene spiegate le volanti e i blindati delle forze di sicurezza in assetto antisommossa. Di quegli slogan, dei graffiti che costeggiavano via Mohammed Mahmoud, altro terreno di protesta e scontri, sul muro della vicina American University, non è rimasto praticamente nulla. Anche il cemento ormai è diventato quasi uno stereotipo in una città che da sempre è stata plasmata dalle persone e non da piani urbanistici prestabiliti a tavolino.

Di tavolini ne restano molti, ma vuoti, al Cafè Riche, caffetteria ritrovo degli intellettuali, con i suoi dettagli retrò; il caffè Groppi, altro locale simbolo della Cairo degli anni Cinquanta, quella cosmopolita e dei film in bianco e nero, ha chiuso i battenti qualche anno fa. Anche il Borsa Cafè, nei giorni della rivolta un appuntamento fisso per i giovani, è stato drasticamente ridimensionato. Qua e là spuntano nuovi locali meno identitari: tavolini di plastica, calcio via satellite e l’immancabile shisha, la pipa ad acqua il cui aroma sino a qualche anno fa innervava queste strade di cemento a pochi passi da Tahrir.

Le persone si ritrovano altrove, i governatorati fanno chiudere prima i negozi, i dissidenti continuano a sparire – la media, secondo le organizzazioni non governative locali e Amnesty International, è di 3 desaparecidos al giorno – e per gli stranieri che vivono qui la morte del ricercatore Giulio Regeni resta una tragedia indelebile e senza ancora una verità. La repressione, pezzo dopo pezzo, ha finito per smontare un altro luogo comune, quello della metropoli che non dorme mai. «Le iniziative culturali si svolgono quasi a porte chiuse», mi conferma Carmine Cartolano, professore di italiano che grazie alla sua decennale permanenza in città ha raccontato il Cairo nei suoi libri scritti in arabo egiziano. «Le gallerie con i loro workshop e le aggregazioni non ufficiali di giovani sono diventati il vero motore di una città che ha perso i suoi punti di aggregazione classici».

Ecco allora che per conoscere il nuovo Cairo un buon punto di partenza è il Darb 1718, fondato nel 2008 nella residenza di Moataz Nasr, pittore e scultore egiziano. Sorge nel quartiere Fustat, ai margini dell’area cristiana copta conosciuta per la chiesa de La Sospesa. Il Darb 1718, uno dei pochi centri culturali ancora attivi, è un complesso color sabbia circondato da un ampio giardino che dagli anni della rivoluzione ha ospitato concerti e mostre di chiara impronta politica.

«Moltissimi artisti si sono affermati dal 2011, ci sono persone che lavoravano in altri settori e in quegli anni hanno abbandonato tutto per diventare cantanti o pittori professionisti», mi racconta l’ex direttrice May Shehab. «Le loro opere hanno costituito un nuovo patrimonio artistico per questo Paese». Chi prima faceva cultura alla luce del sole, oggi si ritrova nelle gallerie del centro città come la Town House e la Mashrabiya, o negli appartamenti, come il gruppo musicale Estabeena che si esibisce spesso anche nelle case private. Chi poteva è espatriato.

Il combinato disposto fra crisi economica e repressione non ha colpito solo il turismo, il mondo della cultura o la comunità degli stranieri residenti in città, sensibilmente ridotta rispetto agli anni passati. Basta farsi un giro a Khal el-Khalili, il secondo mercato più grande del Vicino Oriente, con le sue stradine e le mille botteghe immerse nei profumi di incenso, per cogliere i segni del declino. Me lo spiega Abdo, un ragazzo egiziano con i capelli ricci e una padronanza strabiliante dell’italiano, e di altre svariate lingue, perché sino al 2011 per Khan el-Khalili ci passava tutta l’Europa. «Non ci sono più stranieri a fare acquisti, sono rimasti solo gli egiziani. Sino al 2011 non avevo tempo nemmeno di fare la pausa pranzo, ora non è più così».

Attorno a Khal el-Khalili si staglia la Cairo islamica costruita per ospitare il centro amministrativo del califfato dalla dinastia Fatimide che conquistò l’Egitto nel 969 avanti Cristo. Attraversando le viuzze strette e trafficate verso sud si arriva alla cittadella di Saladino adagiata sulla collina del Muqattam. Sulla grande terrazza della cittadella c’è uno dei punti più suggestivi dai quali osservare la città dall’alto. Da qui Il Cairo sembra calma e immutabile, avvolta dalla consueta coltre di smog e sabbia che colora tutti i suoi edifici dai più antichi a quelli più moderni. Ma chi conosce bene questa città sa che è solo una calma apparente.

[Foto in apertura di Johann Rousselot / Laif / Contrasto]

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