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15 agosto 2017

A Bamako non arriva il rumore delle armi

Per molti è una città-bolla perché, incurante dei conflitti, vive un boom urbanistico. E, tra mercati tradizionali e dinamismo culturale, resta attrattiva

andrea de giorgio

Dal numero di pagina99 in edicola dall’11 agosto e in edizione digitale

È come una sirena, distesa sul dorso di un caimano. Il djolibà, “grande fiume” in lingua bambara, scorre placido nel suo ampio letto mentre il rettile segue la corrente come un tronco di legno galleggiante. Sette scaglie della sua corazza affiorano dall’acqua puntellando il paesaggio circostante. La donna-pesce, sdraiata sulla schiena del caimano, si gode lo spettacolo della cupola di stelle sopra di lei, mentre la lunga coda di squame, il corpo formoso e i capelli ondulati a coprirne i seni risplendono al chiarore della notte. Bamako, capitale del Mali, si specchia nel plumbeo fiume Niger che l’attraversa e la divide in due metà.

Tutt’attorno sette colli la cingono e proteggono, come Roma. Con un rapido gesto della mano si sistema l’acconciatura senza dare nell’occhio mentre passa sotto uno dei tre ponti che collegano le sue sponde: il primo, in rigoroso ordine cronologico di costruzione, il “ponte dei Martiri”, è stato eretto dal governo nazionale; il secondo è dedicato al suo magnate, il re Fahd dell’Arabia Saudita; il terzo è stato costruito dai cinesi in una zona poco trafficata e lontana dal centro, in vista dell’incontenibile espansione della città. Tre ponti come i tre caimani (bambà o bamà in bambara, ko invece significa “dorso”) simbolo della città.

 

Natura accecante e bazar

Nonostante l’apparenza accomodante, Bamako è spigolosa. Ti prende alla sprovvista, come una fitta allo stomaco. Al primo respiro appena fuori dalla cabina asettica dell’aereo, ancora sulla pista d’atterraggio, riempendo i polmoni di un’aria nuova e frizzante che pizzica il naso, capisci subito se la adori o la detesti. Quell’odore di legno bruciato impastato di sabbia e polvere a cui, come a tutto, si finisce per abituarsi, ti accompagna fino al ritorno a casa quando, aprendo zaino o valigia per mettere a lavare i panni sporchi di viaggio, vieni di nuovo investito da quell’intensa fragranza. Alcuni la chiamano mal d’Africa, per altri è solo puzza. In ambo i casi, però, già dal primo sguardo questa sirena di fiume non può lasciare indifferenti.

Di giorno, alla luce di un sole infuocato, Bamako ama vestirsi di terra rosso sangue, blu d’immensi cieli striati e verde acceso d’erba e chioma d’alberi. Il suo generoso abbraccio, a volte, diventa un soffocamento d’umanità strabordante. Ad esempio al Grand marché, cuore della città dove tutto si vende e tutto si può comprare, talmente brulicante e intasato che in confronto i suq mediorientali paiono dei supermercati, o alla stazione degli autobus di Sogonikò, tappa forzata dei migranti subsahariani in transito che si mischiano ad altre migliaia di persone quotidianamente in viaggio per la regione.

 

L’espansione e le ruspe

Anche se il Mali occupa da anni gli ultimi posti dell’Indice di Sviluppo Umano (175° su 188 nella classifica del 2016), nelle strade della sua capitale non s’incontrano visi tristi o affranti, fatta eccezione per i sempre più numerosi bambini delle scuole coraniche vestiti di stracci e costretti a mendicare ai semafori. Gli inevitabili effetti negativi dell’urbanizzazione-lampo (con una popolazione che aumenta del 4.45% all’anno, rendendo Bamako la settima città al mondo e la prima africana per tasso di crescita) vengono ancora mitigati dalla solidarietà collettiva, dal mutuo soccorso e dallo spirito comunitario della popolazione.

Aspetti tradizionali maliani accentuati anche dal crescente assistenzialismo di matrice musulmana. Nonostante la rapida crescita della popolazione che dalle campagne si sposta in città – fenomeno che negli ultimi anni ha portato la stima degli abitanti di Bamako a oltre tre milioni e l’area urbana a un’espansione di diversi chilometri quadrati – qui non esistono bidonville come a Nairobi, Addis Abeba, Kinshasa e altre megalopoli del Corno o dell’Africa Centrale.

La periferia, a Bamako, è un concetto diffuso: in ogni quartiere, anche quelli residenziali più costosi considerati “da bianchi” come Badalabougou e Hippodrome, fra una costruzione e l’altra spuntano abitazioni “informali” di un piano, con muri di terra e sabbia, tetti in lamiera o paglia. Le sponde del fiume, le più toccate dall’accaparramento illecito di terre perpetrato da società straniere (soprattutto libiche ed europee) e politici o uomini d’affari locali, sono occupate da lussuose ville, capanne di fango dei bozò, etnia di pescatori e conoscitori degli spiriti dell’acqua, e orti cittadini che nella stagione secca emergono per l’abbassamento del livello del Niger.

Boutique e baracchini che vendono cibo, sigarette, ricariche del telefono, bibite fresche (quando c’è corrente), sapone e prodotti importati dal Maghreb e dalla Cina si affacciano su ogni strada e vicolo della città. In occasione dell’ultimo summit Africa-Francia, organizzato a Bamako dal 14 al 16 gennaio di quest’anno, il governo ha deciso un repulisti generale delle strutture commerciali e abitative informali di Bamako. L’applicazione di questo decreto ha ridotto sul lastrico diverse migliaia di persone causando mesi di tensione e aumento del banditismo urbano.

Le ruspe del governo, imperterrite, hanno raso al suolo anche luoghi-simbolo della movida bamakoise, come la celebre “Rue Princesse” di Badalabougou, sorella di quella di Hippodrome, dove la quasi totalità dei locali e ristoranti che ogni fine settimana attiravano turisti, espatriati e ricchi maliani era stata costruita abusivamente. Un colpo di scopa che, come ripetono soddisfatti i tassisti, ha migliorato la circolazione e tirato a lustro la città in vista del summit. Questa regolamentazione repressiva, successivamente riproposta in altre capitali regionali quali Dakar (Senegal), Ouagadougou (Burkina Faso) e Abidjan (Costa D’Avorio), ha alimentato la percezione di una “città-bolla” isolata dal Paese reale.

 

La rinascita musicale

Il Mali negli ultimi cinque anni ha vissuto un colpo di stato militare (marzo 2012), l’occupazione dei due terzi settentrionali del proprio territorio da parte di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (2012) e una guerra che, cominciata coi bombardamenti francesi a gennaio 2013 e tutt’ora in corso contro gruppi armati indipendentisti e jihadisti, ha causato la peggiore crisi socio-economica della sua storia.

Una crisi che pur avendo in parte risparmiato Bamako (nel centro-nord del Paese gli attentati e attacchi sono all’ordine del giorno e gli strappi di questo conflitto sono ben più profondi), ha avuto effetti di breve termine sulla geografia umana della capitale e sul clima respirato dagli espatriati che ci vivono o transitano. Nel 2012 a seguito degli eventi politici e dei venti di guerra che spiravano forte sul Mali, circa 6 mila residenti francesi sono stati rimpatriati insieme ad altre centinaia di occidentali, il che ha pesato su un’economia fondata, oltre che sull’economia, sul turismo e sulla cooperazione internazionale.

L’arrivo della missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite (Minusma) a inizio 2014 ha portato nel P aese oltre 15 mila caschi blu e personale civile provenienti dai quattro angoli del pianeta. Primo effetto sulla città è stato il picco dei prezzi dei beni destinati ai toubabou, i “bianchi”, e degli affitti nei quartieri residenziali. I locali notturni, molti dei quali chiusi negli scorsi anni per via della carenza di clienti e degli alti costi di messa in sicurezza, stanno gradualmente riaprendo, così come i festival culturali che in passato avevano reso il Mali una delle tappe preferite del turismo in Africa occidentale. La celebre musica maliana, dopo anni di artisti emigrati, case discografiche fallite, concerti cancellati e gruppi sciolti, sta finalmente tornando ad allietare le serate di Bamako, dove storici maquis (i localini con musica dal vivo) sono tornati in attività. Come è successo al cinema Bambembà, multisala costruito negli anni ’70, chiuso nel 2012 e riaperto due anni dopo.

 

La città-bolla che sorride

La minaccia contro gli espatriati e i maliani ricchi appare ancora più reale dopo i quattro attentati terroristici avvenuti in bar, locali e hotel di Bamako fra il 2015 e il 2017. L’ultimo, il 18 giugno scorso al resort Campement Kangaba, a circa 10 km dal centro città, ha causato la morte di dieci persone. Ma il muro alzato a proteggere l’Istituto francese, una delle più importanti istituzioni culturali della capitale, e l’aumento dei controlli di polizia e militari sui ponti, agli snodi principali della città e all’ingresso dei locali notturni non hanno eccessivamente militarizzato il paesaggio come avviene in altri teatri di conflitto.

Bamako resta una città in dinamico fermento che cerca, a fatica, di risollevarsi dal baratro della guerra, dove gli allarmi-attentati e le raccomandazioni sulla sicurezza della ambasciate occidentali s’intervallano alla ripresa di numerosi eventi culturali per la promozione della pace. Una bolla, forse, in cui il quotidiano scorrere della vita, il fatalismo magico e il sorriso stampato in faccia come ancestrale filosofia di resilienza tentano di affermarsi su un contesto socio-economico nazionale e regionale sempre più incerto.

La bella sirena si lascia trasportare dalla corrente del fiume e dal suo caimano, preistorico animale-guida che non teme nulla. Dal pelo dell’acqua si alza una leggera brezza che le scompiglia i capelli. All’improvviso, da dietro a una delle sette colline che incoronano la valle, come una visione estatica appare la luna e la città s’accende di mille riflessi argentati. Solo allora Bamako comincia a cantare.

 

[Foto in apertura di Jens Schwarz / Laif / Contrasto]

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