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16 agosto 2017

Lungo il fiume e sull’acqua Londra sopravvive alla Brexit

Da Hackney Wick alla grande trasformazione dell’East End: nonostante le spinte alla chiusura, la capitale continua a essere un centro di creatività e contaminazioni

eugenio montesano

Londra chiama ancora. Nonostante la Brexit, e a dispetto di mode effimere e retromanie ridondanti, la capitale del Regno Unito rimane un’incubatrice di innovazione culturale. In questi tempi di incertezza, fratture sociali, terrore e disordine che non conoscono né imperi, né primati – con buona pace dei Leaver di provincia e dei conservatori guidati (si fa per dire) da Theresa May – la città grida i suoi ardori e la sua musica, si moltiplica nella facciata conservatrice e tradizionalista e nelle nevrosi metropolitane di un ghetto interrazziale da otto milioni di abitanti.

A cercar bene, Londra è più che mai viva nei luoghi in cui gentrificazione significa anzitutto riqualificazione e non appiattimento, fermento e diversità culturale e non l’apertura della nuova sede di un grande agente immobiliare pronto a lottizzarne l’identità un tanto al metro quadrato. Come ad Hackney Wick, quartiere che nel giro di pochi anni è passato da no-go a must-go, conservando un’anima postindustriale con i suoi capannoni, magazzini e depositi riconvertiti, scelti da visual artist, designer e performer alla ricerca di uno spazio per sviluppare la propria creatività, che ne hanno fatto – letteralmente – casa e bottega come con la Oslo House, uno dei simboli dell’area. Durante il festival Hackney WickED DIY Open Studios, nel mese di luglio, gli artisti aprono le porte delle proprie case o le saracinesche degli atelier – che spesso coincidono – dando la possibilità ai curiosi di osservarli al lavoro, conoscerli, supportarli comprandone le opere.

Hackney Wick si sviluppa lungo la sponda occidentale del River Lea, fiume canalizzato che ha origine a Luton, 50 chilometri a nord di Londra, e che sfocia nel Tamigi all’altezza di Bow Creek. Camminando lungo la waterway a sud dello Hertford Union Lock, in cui si riuniscono le numerose arterie fluviali della Lea Navigation, si giunge a Fish Island, ex distretto degli affumicatori di salmone. È qui che oggi si trovano alcuni dei maggiori laboratori artistici della città.

Ad arricchire il colpo d’occhio del quartiere, la street art che abbonda sulle pareti dei capannoni anni ‘70 e lo ha reso famoso come la nuova Shoreditch, con murales che rivaleggiano con quelli dell’affollata (ma sempre degna di visita) Hanbury Street: opere di artisti internazionali come Thierry Noir, o di leggende locali come Sweet Toof, Himbad, Mighty Mo e Broken Fingaz. I migliori sono concentrati tra Old Ford Lock, Bream Street su Fish Island e la zona circostante la Crate Brewery, il Number 90 e il Grow, cocktail bar-ristoranti e spazi creativi ricavati all’interno di una ex fabbrica di salsicce, con terrazze che affacciano sul canale oltre il quale si staglia lo stadio olimpico, oggi “casa” del West Ham…

Continua sul numero di pagina99 in edicola dall’11 agosto e in edizione digitale

 
[Foto in apertura di Eugenio Grosso / Redux / Contrasto]

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