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2 agosto 2017

Come l’indie italiano si è fatto mainstream

42 Records e Bomba Dischi sono le etichette che più hanno influito sull’ascesa del genere. Prima di nicchia e poi esploso con I Cani e Calcutta. In un mercato stravolto dal web

Daniele Bova

Dal numero di pagina99 in edicola dal 28 luglio e in edizione digitale

La colonna sonora di quest’estate alterna i ritmi caraibici di Despacito a versi come «Sotto il cielo di Berlino mangio mezzo panino», dall’ultimo singolo dei Thegiornalisti, Riccione. L’anno scorso invece era colpa di Calcutta se ogni tanto ci affiorava in testa «Un rullo, un tamburo, una danza kuduro», dal tormentone Oroscopo. Piaccia o meno, tra le musiche che si stanno appiccicando come gomma da masticare all’immaginario collettivo del Paese ci sono quelle dei gruppi indie. Un termine che fino a qualche tempo fa definiva una realtà di nicchia, per pochi adepti, mentre oggi è qualcosa che confluisce felicemente nel flusso radiofonico generalista, il cosiddetto mainstream.

Ma per comprendere meglio questo processo di colonizzazione dei cantanti indie bisogna fare riferimento a una narrazione che affonda le sue radici all’inizio degli anni 2000, accompagnando il drastico mutamento del mercato ai tempi di Internet e legandosi a doppio filo agli sviluppi della musica italiana: la storia della discografia indipendente. Con uno sguardo particolare alle due etichette che hanno contribuito maggiormente, negli ultimi 7 anni, a disegnare il tracciato non lineare di questo percorso: 42 Records e Bomba Dischi.

 

Gli inizi, dai Baustelle agli Offlaga

Nei primi anni Duemila si assiste a un proliferare di etichette indipendenti. La maggior parte promuove artisti italiani che cantano in inglese, in una sorta di reazione al pop commerciale e al rock alternativo di band come Afterhours e Marlene Kuntz, affermatesi negli anni ’90 ma percepite come dinosauri. Nel 2000 i Tre Allegri Ragazzi Morti, rock band di Pordenone, fondano l’etichetta capostipite del suono indie cantato in italiano, La Tempesta Dischi; nello stesso anno esce il primo album dei Baustelle, Sussidiario illustrato della giovinezza, pop d’autore che guarda oltremanica e nel giro di pochi anni approda alla Warner. Bisognerà però aspettare un lustro perché emergano i primi frutti tangibili di questo nuovo corso.

«Nel 2005 con Socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax e un paio di anni dopo con il demo di Vasco Brondi, ovvero Le luci della centrale elettrica, il cantato in italiano torna a essere una cosa importante», dice Emiliano Colasanti, fondatore con Giacomo Fiorenza della 42 Records. «Sono lavori che si fanno strada grazie a Internet e ai blog. Ricordo ancora Enrico Veronese, detto Enver, un blogger di Venezia, che masterizzava i dischi degli Offlaga e li smistava in giro, o il demo di Brondi diventare un caso mediatico attraverso MySpace».

 

Vola via pacchetto digitale

Nella seconda metà degli anni zero, un nuovo tipo di diffusione della musica, che pochi anni dopo verrà definita virale, comincia a lasciar presagire nuovi scenari. Sono passati solo dieci anni da allora ma sembra trascorsa un’era geologica; Colasanti, all’epoca non ancora trentenne ma già tra le figure più attive nell’underground musicale, fa il giornalista ma ha anche maturato esperienza come manager seguendo i MiceCars, band della casa discografica indipendente bolognese Homesleep Music.

Decide quindi, nel 2007, di mettere in piedi la 42 Records insieme a uno dei fondatori dell’etichetta emiliana, Giacomo Fiorenza. «L’unica cosa che sapevamo in quel momento era che nel mondo delle etichette italiane si era creato un piccolo vuoto. La Homesleep stava chiudendo e Giacomo, come me, si stava guardando in giro per cominciare un nuovo progetto. Avevamo la consapevolezza che Internet era diventata una risorsa e, più che monetizzare, in quel contesto era utile che la musica “viaggiasse”.

Era uscito da poco In Rainbows, il disco che i Radiohead misero in download con la formula del “paga quanto vuoi”; fu una vera e propria svolta storica. La band di Thom Yorke ci stava insegnando qualcosa sul mercato digitale, dando uno schiaffo al mondo discografico che si stava organizzando sul web tramite i dischi di iTunes venduti a 10 euro. Il free download era diventato un’arma molto potente».

42 Records aveva capito da che parte tirava il vento e allo stesso tempo gli artisti erano consapevoli di potersi muovere in un panorama nuovo: piano piano tutti i tradizionali processi di intermediazione, i meccanismi che rendevano il mercato complesso e stratificato, stavano venendo meno. Era possibile affacciarsi in questo mondo caricando i propri pezzi online, senza avere un manager, un’etichetta o un produttore.

 

Il sorprendente esordio de I Cani

Di lì a poco un cantautore avrebbe mostrato a tutti come fare. «Nel 2010 I Cani mettono due pezzi sulla piattaforma streaming Soundcloud e su YouTube», continua Colasanti, «e le regole del mondo discografico cambiano completamente. Viene fuori questo tizio con un alias generico, che non aveva interesse a svelare la propria identità, senza velleità di marketing; e dal nulla si scatena la caccia per scoprire chi fosse».

L’artista che si nasconde dietro il moniker de I Cani è il 24enne Niccolò Contessa; uno dei due brani in questione, I pariolini di 18 anni, comincia a comparire a macchia d’olio sulle bacheche Facebook di migliaia di utenti, contribuendo ad accrescere la sua popolarità. «Conoscevo già Niccolò e ho scoperto che c’era lui dietro quelle canzoni», confessa Colasanti. «Tutte le etichette che lo cercavano gli promettevano soldi o millantavano agganci con qualche major. Io mi sono limitato a chiedergli altri pezzi da ascoltare. Abbiamo iniziato a lavorare insieme con la consapevolezza di dover assecondare la sua indole, alimentando per un po’ questo mistero generatosi intorno al progetto che lui stesso aveva cominciato a creare».

Con buona pace di chi vuole leggere dietro l’affermazione de I Cani chissà quale trama occulta di mercato, il loro successo è in realtà una dimostrazione di spontaneismo applicato al prodotto musicale: «Avevamo un sacco di idee poco convenzionali per lanciare il progetto», prosegue Colasanti, «dal titolo dell’album – che doveva essere una lunghissima stroncatura al disco della quale poi è rimasta la conclusione: Il sorprendente album d’esordio de I Cani – al fatto di far uscire i pezzi nuovi a mezzanotte, cosa che ora è quasi un cliché. Non c’era chissà quale calcolo opportunistico dietro e, nonostante ciò, tutto ha iniziato a girare in maniera vorticosa».

I Cani ottengono un successo senza precedenti, attirando i grossi network radiofonici. La 42 Records diventa una delle etichette più in vista della scena e la diga che separa l’indie dalla musica generalista comincia a cedere. Solo quattro anni più tardi la crepa si allargherà, consentendo alla canzone indipendente di straripare nel nostro quotidiano.

 

Calcutta in serie A

«L’approccio generale dell’etichetta è: “se ti piace una cosa non la devi cambiare”. Perché comunque, se ti è piaciuta, un motivo ci sarà», ci dice Davide Caucci quando gli chiediamo se esista una formula per lanciare le band sul mercato. Insieme ad Alessandro Ricci, Christian Briziobello ed Emmanuele Di Giamberardino, Davide è uno dei fondatori di Bomba Dischi. La loro etichetta ha pubblicato nel 2015 l’album Mainstream del cantautore di Latina Edoardo D’Erme, in arte Calcutta.

Mai titolo è stato più lungimirante: «Quando abbiamo cominciato a lavorare sul disco di Calcutta», spiega Caucci, «avevamo già imparato sul campo, lavorando con gli altri gruppi della nostra scuderia, tutto quello che ci serviva per fare questo lavoro. Edoardo aveva una sua estetica, era un cantautore che veniva da un disco d’esordio fatto di canzoni suonate voce e chitarra: brani storti, con arrangiamenti sporchi e minimali. Per noi già entrare insieme a lui in un vero studio di registrazione era qualcosa di mainstream».

Il disco, trainato dal singolo Cosa mi manchi a fare e da un video in cui il playback della canzone è affidato a un occhialuto ragazzino d’origini cingalesi, spalanca al cantante le porte di un inaspettato successo. «Invece di far fare a Calcutta il classico tour di presentazione negli in-store o nelle Feltrinelli, abbiamo organizzato un “bangla-tour”», dice Alessandro Ricci, «dei mini-concerti nei negozi di commercianti cingalesi che vengono volgarmente denominati “bangla”. Questo perché Edoardo aveva messo piede da Feltrinelli al massimo un paio di volte in vita sua, mentre passava ogni sera dal bangla».

E se queste trovate potrebbero risultare bislacche, in realtà nascondono una filosofia ben precisa: l’etichetta discografica ha il compito di potenziare l’essenza di un artista, spianare la strada che lui stesso, per via della propria indole, ha scelto di percorrere: «È come quando hai un cavallo più forte degli altri», continua Ricci, «quello che devi fare, se sai cavalcare, è semplicemente restare in sella fino alla fine della corsa».

 

Fra mercato e vetri rotti

L’ascesa di Calcutta verrà ratificata l’anno successivo dal Disco d’Oro ottenuto grazie al brano Oroscopo, prodotto da Takagi e Ketra, veri e propri re Mida del nuovo pop italiano. Ma che non si venga a parlare di essersi venduti alle major. Caucci spiega come si possano gestire operazioni del genere senza compromettere la propria indipendenza: «Quando è uscito Oroscopo non è che sia arrivata una major a dirci come fare.

Noi ci siamo messi al tavolo con le grandi etichette sfruttando le loro potenzialità. Sapevamo che per quel brano avevamo bisogno di aiuto per sfondare nel circuito delle radio generaliste. Questo è il nostro modus operandi: intavoliamo trattative, stipuliamo accordi diversi con realtà diverse, da Sony a Universal, e a seconda di quello che serve ai nostri artisti otteniamo ciò che chiediamo. È anche un modo per rimanere appetibili sul mercato ed evitare di diventare il serbatoio indie dal quale le major possano attingere comodamente».

Tutto questo è indice di un rapporto che, se non capovolto, si è almeno riequilibrato: l’impressione è che non esistano più i grandi poli discografici contrapposti alle piccole etichette da cannibalizzare, ma quella di un mondo molto più fluido ed equilibrato: in un certo senso, democratico. «Prendi Carosello Records, l’etichetta dei Thegiornalisti», conferma Caucci. «È una casa discografica indipendente, ma spesso può permettersi di investire cifre che superano quelle a disposizione delle major».

E mentre negli ultimi anni il volto della discografia viene ridefinito, probabilmente in meglio, dai rapporti di forza che regolano il mercato, sono in molti a leggere in questa nuova musica una spiccata attitudine alla rassegnazione, il riflesso di una generalizzata disillusione collettiva. Davide Caucci fornisce una lettura che sembra suffragare queste conclusioni: «Per me la storia della musica indie si divide in quattro fasi, che rappresentano il cammino progressivo verso il disincanto e l’allontanamento da qualsiasi forma di impegno nei confronti della realtà. All’inizio ci sono i Cccp, che dicono: “Ci proviamo”. Poi arriva La Tempesta Dischi, la cui parabola è incarnata dal motto: “Ci proviamo, ma non ci riusciamo”. Poi è il turno de I Cani, cioè: “Non ci riusciamo, ma non ce ne frega un cazzo”. E alla fine ecco Calcutta, il punto conclusivo di questo viaggio. “Non ci provo nemmeno. Tanto vale scrivere canzoni d’amore”».

[Foto in apertura di 42 records]

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